C’è un po’ di alcol nelle birre senz’alcol
Man mano che aumentano i consumi di “analcoliche” nel mondo sta emergendo una richiesta di maggiore chiarezza sulle etichette
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Tra i più avvezzi consumatori di birre analcoliche è noto che “zero” e “analcolica” non sono sinonimi. Di solito, se la birra è del tutto priva di alcol, l’azienda produttrice ci tiene a chiarirlo sull’etichetta frontale scrivendo esplicitamente “0.0%”. Perché è ottenuta attraverso un processo più complicato e costoso rispetto a quello che permette di ottenere una semplice “analcolica”, che può invece contenere tracce di alcol entro una soglia minima variabile.
Negli ultimi tempi, man mano che il consumo di birre analcoliche è aumentato in Europa e nel mondo, è emersa tra i consumatori anche una richiesta di maggiore chiarezza sulle etichette, che molti di loro trovano ambigue se non ingannevoli. «Quando si presume che un prodotto non contenga alcuna traccia di alcol e poi si scopre che ce n’è, anche se minima, alcuni consumatori ne rimangono sorpresi», ha detto di recente al Wall Street Journal Marcos Salazar, amministratore delegato di un’associazione di categoria sulle bevande analcoliche.
Può sembrare marginale, ma è una discussione molto partecipata tra gruppi di persone che per varie ragioni non possono o non vogliono assumere alcol, e bevono birre analcoliche in alternativa a quella tradizionale. Una di queste categorie sono le donne incinte, e infatti il simbolo che indica il divieto di assunzione di alcol durante la gravidanza è presente sulle etichette sia delle bevande alcoliche, sia delle bevande analcoliche con un contenuto minimo di alcol.
Un’altra categoria sono le persone che hanno subito trapianti di organi, tra le quali il consumo di alcol è generalmente sconsigliato. Molte di loro, specialmente chi ha subito un trapianto di fegato, hanno quindi particolare interesse a sapere se le bevande che scelgono in alternativa a quelle alcoliche hanno comunque un po’ d’alcol o ne sono del tutto prive. Ma saperlo è meglio per chiunque, in generale, considerati i rischi noti e accertati dell’alcol per la salute, e il fatto che non esiste un consumo minimo sicuro.
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L’ambiguità delle etichette della birra analcolica deriva dalle definizioni stabilite per legge, secondo criteri e limiti che cambiano tra un paese e un altro. In Italia è considerata alcolica qualsiasi bevanda con una gradazione superiore all’1,2 per cento. E quindi si può legalmente chiamare “analcolica” qualsiasi bevanda con una gradazione entro questa soglia, sensibilmente superiore a quella raccomandata dalla Commissione europea, che è 0,5 per cento (è usata in gran parte dei paesi dell’UE e anche negli Stati Uniti).
Se invece sull’etichetta è presente la dicitura “0.0%”, allora la bevanda non contiene alcuna traccia di alcol. È così per diverse birre analcoliche tra le più popolari e vendute, come Heineken, Peroni Nastro Azzurro, Moretti, Corona e Guinness. Hanno costi di produzione generalmente più alti rispetto alle birre minimamente alcoliche, perché richiedono grandi investimenti industriali per l’impiantistica necessaria a rimuovere a posteriori l’alcol dalla normale birra alcolica (dealcolizzazione) e per recuperare e incorporare gli aromi del luppolo persi nel processo.

Una persona con in mano una bottiglia di birra analcolica Corona Zero durante una conferenza stampa, a Londra, il 12 gennaio 2024 (AP/Kin Cheung)
In Italia, secondo il rapporto annuale di Assobirra del 2025, il consumo di birra è sceso del 2,5 per cento rispetto all’anno precedente. È una tendenza che prosegue dal 2022, ma al suo interno gli addetti considerano significativo l’unico dato in controtendenza: la quota di mercato delle analcoliche, che tra il 2024 e il 2025 è quasi raddoppiata, passando dal 2,1 al 3,9 per cento. Anche nell’UE e negli Stati Uniti la produzione e i consumi di birra sono diminuiti o stagnanti, mentre quelli della birra analcolica sono in aumento da anni.
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L’aumento dell’attenzione alle diciture sulle etichette è attestato anche da alcune iniziative intraprese dai consumatori negli ultimi anni. Nel 2021 una consumatrice nello stato della Louisiana fece causa alla divisione statunitense di Heineken accusandola di commercializzare come analcolica la sua versione “0.0%”, nonostante la gradazione alcolica esatta dichiarata fosse inferiore allo 0,03 per cento. Le due parti si accordarono nel 2022.
Heineken si difese sostenendo che la formulazione “0.0%” era stata approvata dall’Alcohol and Tobacco Tax and Trade Bureau (TTB), l’agenzia governativa che si occupa tra le altre cose di vigilare sul mercato degli alcolici negli Stati Uniti. E segnalò che tracce minime di alcol, anche in quantità superiori a quelle presenti nelle birre “0.0%”, possono trovarsi o formarsi in molti alimenti comuni, come il pane, i succhi di frutta o le banane molto mature. Lo ripetono spesso anche altri produttori, alcuni dei quali hanno ridotto ulteriormente la gradazione delle loro birre analcoliche, portando la soglia di riferimento da 0,4 a 0,0 per cento.
Secondo diversi esperti di sanità pubblica i dati sugli effetti delle bevande analcoliche sono ancora insufficienti. Non è chiaro, per esempio, se possano contribuire a ridurre il consumo di alcol tra chi ha problemi di dipendenza da alcol. In generale, molti esperti avvertono che nessuna quantità di alcol è sicura, e per questo motivo è importante segnalarne in modo chiaro l’eventuale presenza in alimenti e bevande, specialmente quelle che diverse persone consumano quotidianamente.
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