Quando Gloria Steinem si infiltrò dentro Playboy
Nel 1963 lavorò sotto copertura come coniglietta al Playboy Club di New York per un reportage che fece scalpore
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Potrebbe sembrare strano leggere oggi che a 28 anni Gloria Steinem, morta giovedì, abbia indossato per un mese un costume da coniglietta, orecchie e coda incluse. Ma è così che una delle più importanti esponenti del femminismo statunitense documentò il modo degradante in cui venivano trattate le donne nei Playboy Club, dei posti che negli anni Sessanta venivano considerati molto alla moda: ci andavano i Beatles, Peter Sellers, Michelangelo Antonioni.
Lo fece per scrivere un reportage pubblicato nel 1963 dalla rivista Show, che contribuì a dimostrare che il modo in cui veniva rappresentato quel mondo non era affatto quello vissuto da chi ci lavorava: i salari erano molto più bassi di quelli promessi e i turni erano molto pesanti fisicamente. La proclamata libertà sessuale era solo apparente: era un sistema di sanzioni a costringere le conigliette a comportarsi in un certo modo.
L’inchiesta anticipava anche molti dei temi che poi divennero centrali nella politica femminista successiva, come la mercificazione delle donne e del loro corpo o l’emotional labor, la fatica di gestire le proprie emozioni per soddisfare quelle richieste su alcuni posti di lavoro, come sorridere o essere sempre disponibile e amichevole. Steinem, insomma, mise in discussione i modelli dominanti di femminilità, relazioni e sessualità che si erano affermati in quegli anni.
Il primo numero di Playboy uscì nel dicembre del 1953 e aveva in copertina Marilyn Monroe. Come scrisse nel suo editoriale Hugh Hefner: «se sei un uomo tra i 18 e gli 80 anni, Playboy fa per te» e negli anni Sessanta la rivista raggiungeva un milione di lettori al mese. La fama di Hefner era così grande che aveva iniziato anche a scrivere dei saggi mensili, sulla rivoluzione sessuale. Sempre su Playboy, però, si leggeva: «non siamo un magazine per famiglie. Se sei la sorella, la moglie o la suocera di un uomo, e hai preso questa rivista per sbaglio, per favore passala a lui e torna al tuo Woman’s Home Companion», una rivista femminile.
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Nel 1960 iniziarono ad aprire i Playboy Club, dei locali notturni descritti come esclusivi e sofisticati. Il primo fu inaugurato a Chicago, ma ne seguirono presto altri in poco tempo, per un totale di 16 in meno di dieci anni. I programmi delle serate includevano musica jazz dal vivo e spettacoli di stand-up comedy, ed erano posti in cui si conoscevano le persone più ricche o famose di un certo posto, si mangiava e, soprattutto, si beveva.

Mick Jagger e Charlie Watts, dei Rolling Stones, al Playboy Club di New York il 2 maggio del 1965. Seduta tra Jagger e Watts c’è la moglie di Charlie, Shirley Watts, mentre in piedi dietro di lei c’è Devon Wilson, che ispirò Jimi Hendrix a scrivere “Dolly Dagger”. (William “PoPsie” Randolph/Getty Images)
Steinem documentò ogni momento dei suoi trenta giorni da coniglietta. Negli anni Sessanta erano molti i giornalisti che andavano sotto copertura e che raccontavano quello che avevano visto in una forma molto personale, esponendosi anche a dei rischi. Steinem sapeva che sarebbe stata giudicata per come appariva in quel reportage e per un po’ di tempo dopo la pubblicazione dell’inchiesta non riuscì a ottenere nuovi lavori come giornalista.
Ma il suo lavoro viene studiato ancora oggi nelle scuole di giornalismo: era scritto sotto forma di diario, una tecnica che rese la lettura molto coinvolgente. Steinem raccontò come si immerse nella sua nuova identità, cosa scrisse nel suo curriculum, di come al colloquio sostenne di avere quattro anni di meno perché accettavano solo ragazze «carine e simpatiche, tra i 21 e i 24 anni».
Steinem raccontò che chi veniva selezionata dal Playboy Club doveva prima passare da una fase di formazione e attenersi a tutto quel che c’era scritto nel Playboy Club Bunny Manual. L’introduzione della “Bibbia delle conigliette” sosteneva che quello fosse il miglior lavoro di tutto il paese per una ragazza, e che quindi bisognava tenerselo stretto. C’erano delle sanzioni, per esempio, se si arrivava con un trucco rovinato, se si masticavano chewing-gum o se si mangiava mentre si era in servizio.
Durante la formazione le conigliette imparavano anche le pose che dovevano tenere, in vari momenti della giornata, come la Bunny Stance, «una posa da modella con un fianco sporgente», e il Bunny Dip, un «modo di appoggiare le bevande sui tavolini inclinandosi all’indietro senza che il costume scivolasse via». «Mi sentivo un’idiota», scrisse Steinem.
Le conigliette, poi, non potevano in teoria avere appuntamenti con i clienti; ma se quei clienti erano di un certo tipo, allora non potevano davvero dire loro di no. Come racconta Steinem, si rischiava di essere licenziate se si rifiutavano le avances dei clienti più facoltosi, e si correva lo stesso rischio se si accettavano quelle degli altri: i club assoldavano infatti dei detective privati che andavano sotto copertura e potevano denunciare al gestore le ragazze che accettavano l’invito sbagliato.
Non era un lavoro pagato male sulla carta, l’equivalente di quello che potrebbe andare dai 1.700 ai 2.600 euro di oggi al mese. Ma in realtà essere una coniglietta era estremamente costoso: bisognava pagarsi le scarpe con il tacco alto, il make-up, ogni giorno c’era una somma da versare per avere il costume pulito e stirato.
Erano tante le false promesse di quel mondo. Il lavoro di Steinem divenne un caposaldo del giornalismo sotto copertura ed ebbe anche alcuni effetti pratici. Le conigliette, per esempio, dovevano essere sottoposte a delle visite mediche particolari: test per malattie veneree, per esempio, o visite ginecologiche. Dopo la pubblicazione dell’inchiesta, Hefner riconobbe che erano eccessive e fece cadere quest’obbligo.
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