L’Islanda ha votato contro i negoziati con l’Unione Europea
Al referendum ha vinto con il 52,8 per cento l'opzione contraria alla riapertura delle trattative di adesione
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Al referendum in Islanda di sabato ha vinto il No, cioè l’opzione contro la possibilità di riaprire i negoziati di adesione all’Unione Europea. Il No ha preso il 52,8 per cento, contro il 47,2 per cento del Sì, staccato di quasi 13mila voti. Ha vinto in tutte le circoscrizioni tranne le due della capitale Reykjavík dove vive circa un terzo della popolazione. L’affluenza è stata dell’82,5 per cento, la più elevata dal 2009: hanno votato 225mila su 270mila potenziali elettori.
Il referendum era stato promosso dalla coalizione di centrosinistra filoeuropea che aveva vinto le elezioni del 2024. Il governo era stato cauto durante la campagna elettorale perché, nonostante il referendum fosse nel programma, era un tema molto divisivo: per mesi i sondaggi hanno mostrato un margine ridottissimo a favore del Sì, che negli ultimi era stato superato dal No.
Il referendum serviva solo a decidere se ricominciare a negoziare con l’Unione Europea, quindi una vittoria del Sì non si sarebbe tradotta nell’inizio immediato della procedura di adesione, ma avrebbe autorizzato il governo a trattare le condizioni per realizzarla, che poi sarebbero state sottoposte a un secondo referendum. La prima ministra Kristrún Frostadóttir aveva detto di voler iniziare i negoziati solo per capire quali sarebbero state le condizioni, e poi valutare se all’Islanda convenisse accettare.

Ragazzi assistono ai risultati a Reykjavík, il 29 agosto (AP Photo/Marco Di Marco)
Il dibattito si era concentrato sugli ipotetici vantaggi e svantaggi economici, e la questione più discussa è stata il controllo dell’industria della pesca, un’attività economica importantissima che vale quasi il 40 per cento delle esportazioni islandesi. Secondo molti islandesi, entrare nell’Unione avrebbe portato il governo a perdere almeno in parte il controllo sulla pesca, per esempio con limiti e maggiore accesso alle acque islandesi per i pescherecci degli altri paesi europei. Prima del voto, il commissario europeo alla Pesca, Costas Kadis, aveva comunque aperto alla possibilità di fare concessioni.
Si erano aggiunte le preoccupazioni per le minacce del presidente statunitense Donald Trump di annettere la vicina Groenlandia, che in alcune occasioni ha pure confuso con l’Islanda. La vittoria del No è considerata un segnale che le questioni economiche, su cui aveva insistito Frostadóttir, sono più avvertite di quelle di sicurezza, nonostante l’Islanda sia l’unico paese della NATO senza un esercito: per la difesa dipende dagli Stati Uniti, che con Trump hanno minacciato più volte di sfilarsi dall’alleanza. Si è visto anche nella distribuzione dei voti, con la vittoria del No lontano dalla capitale, quindi nelle zone più legate all’industria della pesca.
– Leggi anche: Come siamo arrivati al referendum
L’Islanda fa già parte del mercato unico dell’Unione Europea, insieme alla Norvegia e al Liechtenstein, e anche dell’area Schengen, che permette la libera circolazione delle persone. Aveva fatto domanda di ingresso nel 2009, durante una gravissima crisi economica e finanziaria in cui fallirono varie banche, ma i negoziati furono interrotti nel 2013 quando andò al governo una coalizione euroscettica. La vittoria del No non vieta altri negoziati in futuro, ma si limita a lasciare la situazione com’è oggi.



