E quindi Rafael Leão è stato sopravvalutato o sottovalutato?
Dopo sette stagioni lascerà il Milan uno dei calciatori più forti degli ultimi anni in Serie A, eppure uno dei più criticati
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L’attaccante portoghese Rafael Leão sta per lasciare il Milan dopo sette, contraddittorie stagioni. È stato spesso il calciatore più importante e decisivo del Milan, ma anche il più criticato da tifosi, opinione pubblica e stampa. Ha fatto parecchie partite e giocate memorabili, ma altrettante in cui gli sono mancate intensità e precisione, in un modo che secondo molti non gli ha permesso di giocare all’altezza del suo talento in tante occasioni. Spesso gli è stata contestata mancanza di concentrazione.
Il giudizio su Leão al Milan oggi è influenzato dalle ultime due stagioni, molto negative per lui e per il Milan (la correlazione non è un caso, forse). Soprattutto negli ultimi mesi della scorsa ha avuto difficoltà a collocarsi nel gioco dell’allenatore Massimiliano Allegri e diversi problemi fisici, su tutti una pubalgia, che ne hanno condizionato il rendimento. Anche il suo addio al Milan si sta rivelando teso e discusso, a cominciare dalle frasi sul suo desiderio di andarsene, dette durante i Mondiali giocati con il Portogallo e contestate dai tifosi del Milan.
Andrà in Turchia al Galatasaray, una squadra che giocherà la prossima Champions League, la principale competizione europea, ma probabilmente non del livello che fino a un paio di anni fa si pensava potesse raggiungere Leão. Mentre le trattative vanno avanti, intanto, Leão non è stato convocato per la seconda partita di campionato del Milan, venerdì sera contro il Venezia.
Il nuovo allenatore del Milan, Ruben Amorim, ha detto che per Leão è tempo di andare avanti
Rafael Leão arrivò al Milan dal Lille nell’estate del 2019, quando aveva appena compiuto vent’anni ed era considerato da molti un talento promettente. Il Milan veniva da anni difficili e parchi di soddisfazioni; Marco Giampaolo era il nuovo allenatore, ma sarebbe durato appena sette partite. Al suo posto sarebbe arrivato Stefano Pioli, poi decisivo nell’affermazione di Leão.
Nella seconda partita giocata a San Siro, Leão segnò un gol in cui fece intravedere buona parte delle cose che lo rendevano speciale: la velocità, l’abilità nel dribbling, la sfrontatezza. Il Milan stava comunque perdendo 3-0 e nella prima parte di stagione Leão non si impose subito come uno dei titolari indiscussi.
Il primo gol di Leão in Serie A
Le cose, per lui e per il Milan, iniziarono a migliorare nel 2020, dapprima con il ritorno, a gennaio, di Zlatan Ibrahimovic, che all’epoca faceva ancora il calciatore. In estate poi, dopo i tre mesi di sospensione del campionato a causa della pandemia, il Milan di Pioli diventò una squadra sempre più brillante e coraggiosa, cominciando un percorso che l’avrebbe portato, due anni dopo, a vincere il suo diciannovesimo Scudetto, a undici anni dall’ultimo. Col tempo Leão diventò sempre più centrale e determinante per quel Milan, giocando nella posizione di attaccante esterno a sinistra. Nell’anno dello Scudetto fu premiato come miglior calciatore della Serie A, in particolar modo per l’eccezionale finale di stagione.
Nelle ultime sei partite, tutte vinte dal Milan in un serratissimo testa a testa con l’Inter, Leão segnò tre gol e fece ben sei assist, tre dei quali solo nella partita conclusiva, il 3-0 con cui il Milan batté il Sassuolo per aggiudicarsi lo Scudetto. Con le sue leve lunghe, la sua falcata e la creatività nel dribblare gli avversari, Leão era diventato quasi immarcabile e dava la sensazione di poter ricavare un tiro o un passaggio decisivo quasi da ogni azione. Faceva tutto, inoltre, con una leggiadria nei movimenti inusuale per un calciatore alto quasi un metro e 90, che lo rendeva abbastanza un unicum in Serie A.
La stagione successiva si confermò, segnando una doppietta nel primo derby stagionale contro l’Inter e contribuendo a far arrivare il Milan fino alla semifinale di Champions League, anche grazie a una portentosa azione personale nei quarti di finale di ritorno contro il Napoli, conclusa con l’assist per il gol di Olivier Giroud. In semifinale saltò l’andata per un infortunio e nel ritorno giocò pur essendo tutt’altro che in forma: il Milan fu eliminato quasi senza storia dall’Inter.
Stop that Leão
Anche in quel periodo, comunque, Leão veniva spesso criticato. Gli si contestava soprattutto la mancanza di costanza, sia tra una partita e l’altra che all’interno della partita stessa, in cui alternava momenti di dominio tecnico e fisico ad altri di pausa e svagatezza. In un paese in cui nel parlare di calcio (e non solo) funziona ancora molto la retorica della fatica, del sudore per arrivare al successo, Leão attirava critiche, e le attira tutt’ora, anche perché sembrava vivere il calcio come un divertimento, da affiancare ad altre passioni come la musica e la moda. Con la sua andatura un po’ ciondolante, non ha mai dato l’impressione di essere un calciatore pronto a dare tutto in campo. Che sia il suo carattere o l’atteggiamento che Leão sceglie di avere, molti tifosi e opinionisti non l’hanno mai accettato.
Per dare un’idea di com’era percepito da una parte di opinione pubblica, basta leggere come in questi giorni due giornalisti della vecchia guardia, da sempre la più agguerrita contro di lui, hanno commentato il suo addio al Milan. Franco Ordine ha detto che Leão «ha un grave difetto: non ha la passione per il proprio lavoro»; Sandro Sabatini che «il Milan può fare a meno di Rafael Leão, lo può anche vendere, può anche dimenticare tutti i capricci, la noncuranza, i sorrisi, le assenze, la noia, la ripetitività di certe prestazioni».
I giudizi negativi su Leão, pur molte volte retorici e strumentali, si basavano su alcuni difetti e mancanze reali, che lui ha faticato a colmare. Per esempio non ha mai dato un gran contributo in fase difensiva, applicandosi poco e non riuscendo ad aiutare la squadra. Anche in attacco non ha compiuto alcuni dei progressi attesi, migliorando poco nella precisione al tiro, tutto sommato scadente per un calciatore del suo talento, e nella capacità di muoversi senza palla, essenziale nel calcio di oggi.
Tra il 2022 e il 2023 c’erano molti elementi per pensare che sarebbe potuto diventare uno dei migliori attaccanti al mondo, da mettere nominare assieme a Kylian Mbappé e Vinícius Júnior, per dire. E invece, perlomeno finora (ha ancora 27 anni), non ha fatto il salto di qualità necessario. Anzi, più sono aumentate le responsabilità (la maglia numero 10, lo stipendio più alto della squadra), più lui ha stentato nel mantenersi su quei livelli.
L’inizio della stagione 2022-2023 di Leão
Il suo modo di fare un po’ scanzonato, che lo faceva sorridere persino mentre era intento a dribblare tutta la difesa dell’Inter, di sicuro non lo ha aiutato nei periodi in cui giocava peggio. Negli ultimi tempi questi sono diventati sempre più frequenti, in concomitanza con le recenti stagioni negative del Milan e con la fine del periodo di Pioli da allenatore nell’estate del 2024: è stato quello che meglio di tutti ha saputo far esprimere il suo talento.
Tra cambi di allenatore, infortuni e aspettative forse fin troppo alte, l’attaccante portoghese non è riuscito né a evolversi né a ripetere, se non a sprazzi, quanto fatto nei suoi due anni migliori, e le critiche nei suoi confronti sono diventate più dure e frequenti. Soprattutto per l’evidente discrepanza tra il suo talento potenziale e quello espresso in campo.
Così com’era stato, per un periodo, il calciatore più importante del Milan, Leão è diventato il capro espiatorio perfetto di ogni problema, quello da indicare al termine di ogni brutta partita della squadra. Nella seconda parte della scorsa stagione lui e Christian Pulisic hanno giocato entrambi male, per esempio, ma era il portoghese a prendersi sempre la maggior parte delle colpe. Dopo l’ultima annata era abbastanza evidente che la sua storia al Milan fosse finita; il nuovo allenatore, Ruben Amorim, ha fatto capire quasi subito che non avrebbe puntato su di lui.
I giornalisti Riccardo Trevisani e Giuseppe Pastore parlano della differenza di trattamento da parte di stampa e opinione pubblica nei confronti di Leão e Pulisic
I sette anni di Leão al Milan sono stati abbastanza ondivaghi e pieni di cose da consentire valutazioni quasi opposte su di lui e sul suo impatto, anche considerando solo dati e statistiche. Gli estimatori possono citare le quattro stagioni consecutive, tra il 2021 e il 2025, in cui ha fatto sempre perlomeno dieci gol e dieci assist tra tutte le competizioni. I detrattori menzioneranno i tre mesi senza tiri in porta nell’inverno del 2023, o gli zero gol fatti a San Siro in un anno e mezzo, tra il maggio del 2024 e l’ottobre del 2025. Lo hanno amato per il suo estro e per la sua leggerezza, lo hanno detestato per la svogliatezza e per non aver fatto quanto avrebbe potuto.
Rimane che Leão, pur con i suoi difetti e i suoi passaggi a vuoto, è stato protagonista di quasi tutte le grandi partite fatte dal Milan negli ultimi sette anni, dalle doppiette in campionato nel 3-2 contro l’Inter e nel 4-0 al Napoli, al derby di Supercoppa italiana del gennaio del 2025 in cui entrò con l’Inter in vantaggio di due gol e cambiò la partita, guidando la rimonta del Milan con le sue giocate. Pure nelle migliori serate europee del Milan, che non sono state molte di recente, Leão è stato decisivo: con un gol in rovesciata nella vittoria sul Paris Saint-Germain, con un assist (e mezzo) nel 3-1 in casa del Real Madrid, con gli assist all’andata e al ritorno dei quarti di finale contro il Napoli.
È stato spesso accusato di scarso attaccamento al Milan, eppure Leão al Milan ci è rimasto per sette anni, in un periodo in cui di frequente i calciatori cambiano squadra (e soprattutto i più forti non restano in Serie A). Nel suo periodo migliore avrebbe potuto trasferirsi in squadre più ambiziose o più ricche, come hanno fatto quasi tutti i protagonisti dello Scudetto, da Franck Kessié a Sandro Tonali fino a Theo Hernández. E invece è rimasto. Forse per mancanza di ambizione, o forse semplicemente perché al Milan si era trovato bene.



