Il dibattito sulla chiusura di Rai Scuola

Da ottobre il canale non esisterà più sul digitale terrestre, e verrà sostituito da “Italiana”

(Rai)
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Dal 1° ottobre Rai Scuola, il canale della Rai dedicato a programmi didattici, chiuderà e non sarà quindi più visibile sul canale 57 del digitale terrestre. A partire da quella data sarà sostituito da un nuovo canale chiamato “Italiana”. La Rai l’ha presentato in maniera molto generica, anticipando che si occuperà del «racconto del territorio» e che sarà diretto dal giornalista Angelo Mellone, già responsabile del programma Linea Verde.

Rai Scuola non realizzava nuove produzioni dal 2024 e da allora ha mandato in onda solo repliche. Ha inoltre risultati di ascolto trascurabilissimi, che sono stati citati dalla Rai per giustificare la cancellazione, insieme alla volontà di adeguarsi «alle modalità di fruizione delle nuove generazioni». La decisione di chiudere il canale ha ricevuto comunque molte critiche da parte di accademici, figure legate al mondo della scuola e politici dell’opposizione. Il Partito Democratico ha presentato un’interrogazione parlamentare per chiedere al governo di intervenire e impedire la chiusura.

Rai Scuola, che si chiama così dal 2009 ma esiste dal 1991, si occupa soprattutto di programmi educativi e divulgativi, rivolti in particolare a studenti e insegnanti. La programmazione comprende anche documentari e approfondimenti dedicati alla scienza e alla tecnologia, molti dei quali acquistati dalla BBC, l’emittente pubblica britannica.

L’argomento su cui convergono tutte le contestazioni è che Rai Scuola dovrebbe continuare a esistere a prescindere dagli ascolti e dagli eventuali ricavi pubblicitari, perché la sua funzione è “pedagogica” e un servizio pubblico come quello della Rai dovrebbe prescindere da logiche economiche e di profitto.

Il canale prosegue infatti una tradizione educativa che la Rai porta avanti fin dal secondo Dopoguerra, quando ebbe un ruolo importante nell’alfabetizzazione di chi non aveva potuto frequentare la scuola, attraverso programmi come Non è mai troppo tardi, condotto da Alberto Manzi. Questa funzione era tornata a essere rilevante durante la pandemia: con le scuole chiuse, Rai Scuola aveva rafforzato la sua programmazione di contenuti didattici ed era diventato uno strumento importante per le famiglie, che dovevano tenere i figli a casa da scuola.

Rai Scuola comunque non smetterà di esistere del tutto: i suoi programmi erano già disponibili su RaiPlay, e il consiglio d’amministrazione dell’emittente aveva detto già a giugno che sarebbero stati caricati in una nuova sezione che dovrebbe chiamarsi “RaiPlay Scuola e Learning”. La Rai ha scritto di aver deciso «di portare i contenuti dedicati agli studenti laddove sono gli studenti. Un’idea talmente logica che rende incomprensibili alcune polemiche sollevate in queste ore da distratti osservatori».

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Lo share medio di Rai Scuola (cioè la percentuale di persone che lo guardavano sul totale delle persone con la televisione accesa) era stato nel 2024 dello 0,14 per cento, nel 2025 dello 0,13 per cento e nei primi mesi del 2026 circa dello 0,10 per cento.

Secondo la divulgatrice scientifica Silvia Bencivelli, che collabora col canale dal 2014, citare i bassi ascolti come motivazione della cancellazione è «un’operazione intellettualmente disonesta», visto che Rai Scuola era «virtualmente morta» già da un paio d’anni. «Mandava a ripetizione gli stessi programmi, e anche lo spettatore più affezionato rifiuterebbe di guardare a ripetizione il solito documentario sulla fisica: può farlo un paio di volte, poi cambia canale», dice.

Secondo Bencivelli, gli scarsi ascolti di Rai Scuola dipendono soprattutto da come è stata gestita. Già prima dei grandi tagli del 2024, le produzioni venivano realizzate con risorse scarsissime. Per girare i servizi i collaboratori avevano budget molto ridotti, dovevano ridurre al minimo gli spostamenti, rinunciando alle trasferte all’estero e affidandosi a troupe ridottissime per risparmiare il più possibile. «La nostra struttura costava pochissimo alla Rai, un’unghia del budget dell’azienda pubblica», sostiene Bencivelli.

Nonostante i molti limiti, Rai Scuola poteva contare su un bacino affezionato di poche decine di migliaia di spettatori al giorno, e aveva costruito una redazione capace di produrre contenuti scientifici aggiornati e puntuali. Stando a un sondaggio della Rai pubblicato a giugno, Rai Scuola gode di una buona reputazione tra il ristretto pubblico che ne segue i programmi, con un punteggio di gradimento di 8 su 10, in linea con la media di tutti i canali Rai.

Bencivelli sostiene che il dirottamento dei contenuti su RaiPlay potrebbe comportare due problemi: il primo è annullare del tutto la necessità di avere una redazione capace di costruire nuovi contenuti, costruendo una piattaforma limitata alla riproposizione di materiale d’archivio. Il secondo è lasciare fuori una parte del pubblico, in particolare le persone più anziane e meno abituate a utilizzare internet, che avranno maggiori difficoltà a seguire i programmi.

Silvia Bencivelli (ANSA / MASSIMO BARSOUM)

Secondo Luca Barra, professore ordinario di Televisione e media digitali all’Università di Bologna, «ci può stare benissimo che un canale dedicato alla dimensione educativa e pedagogica possa non curarsi dei dati d’ascolto, ma non deve diventare l’alibi per non porsi il problema del pubblico». La riorganizzazione di Rai Scuola potrebbe essere una buona idea, ma dovrebbe essere accompagnata da una strategia per promuoverne la visibilità e intercettare un pubblico nuovo. «Non basta che una cosa sia presente in una piattaforma perché qualcuno si ponga il problema di guardarla e di cercarla. E vale a maggior ragione per contenuti impegnativi e complessi come questi», aggiunge.

Anche per Barra sarebbe fondamentale conservare una redazione capace di ideare e realizzare nuovi programmi e contenuti, perché altrimenti il passaggio a RaiPlay rischierebbe di limitarsi a uno «spostamento di catalogo».

Sulla programmazione di Italiana, il canale che prenderà il posto di Rai Scuola sul 57, al momento le informazioni sono poche. Il nome ha ricevuto qualche critica dovuta alla sua evidente coloritura nazionalista, e da come è stato presentato dovrebbe occuparsi principalmente di promozione del territorio italiano, cibo e turismo.

All’inizio manderà in onda soprattutto le repliche di programmi che vanno già in onda sulla Rai incentrati su questi argomenti, come quelli della serie “Linea”: e cioè Linea Verde, dedicato all’agricoltura e al turismo gastronomico; Linea Blu, che si occupa più specificamente di mare e ambiente; e Linea Bianca, la versione “invernale” di Linea Verde, più attenta al turismo montano.

Barra dice che, dal punto di vista produttivo, creare un canale di questo tipo «può avere senso», perché «sono programmi che fanno ascolti molto sostenuti e non hanno una vera data di scadenza: li puoi tranquillamente vedere a distanza di tre o quattro anni da quando sono stati registrati».

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