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  • Lunedì 24 agosto 2026

Mark Carney contro Trump, ancora più di prima

Il primo ministro canadese ha interrotto all'ultimo le trattative sui dazi, e ha fatto in modo che si notasse con un discorso molto duro

Il primo ministro canadese Mark Carney durante il discorso del 22 agosto
Il primo ministro canadese Mark Carney durante il discorso del 22 agosto (Patrick Doyle/The Canadian Press via AP)
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Il primo ministro canadese Mark Carney ha fatto una cosa che praticamente nessun altro degli alleati vituperati dagli Stati Uniti aveva avuto il coraggio di fare: piuttosto che accettare un accordo sui dazi che riteneva penalizzante, si è ritirato dalle trattative dicendo che il Canada risponderà «dollaro su dollaro», e cioè accetterà le conseguenze negative dei nuovi dazi statunitensi e ne imporrà di propri. È un approccio opposto a quello della maggioranza dei paesi, inclusa l’Unione Europea, che si sono affrettati a mostrarsi accomodanti con il presidente Donald Trump pur di sventare i dazi altissimi che minacciava.

Non è una cosa nuova per Carney, il leader del Partito Liberale canadese che poco più di un anno fa aveva vinto le elezioni proprio perché visto come il politico più adatto a tenere testa a Trump. Il discorso con cui sabato ha comunicato la decisione di interrompere le trattative è una specie di seconda puntata di quello, molto commentato, che aveva fatto a gennaio al forum di Davos in Svizzera. In quell’occasione, pur senza nominare direttamente gli Stati Uniti, aveva parlato di come le «medie potenze» come il Canada dovessero allearsi contro un ordine mondiale dettato dalla forza perché, diceva in uno dei passaggi più noti, «se non sei seduto al tavolo, sei sul menu».

Stavolta Carney è stato molto più esplicito. Ha parlato degli Stati Uniti come una potenza ostile: una minaccia al Canada e all’economia mondiale. «Sei in guerra quando vieni attaccato, e noi siamo stati attaccati», ha detto. «Ci siamo resi conto fin dall’inizio che l’America è cambiata […] e che certe volte la sua firma è scritta a matita». Intendeva che non ci si può più fidare dei patti con gli Stati Uniti. Carney ha accusato i negoziatori statunitensi di voler modificare le condizioni sui dazi all’ultimo momento, a ridosso della scadenza delle trattative di venerdì sera, e se ne è tirato fuori. Peraltro, la settimana scorsa Trump aveva già dato per fatto l’accordo per due volte, salvo poi doversi rimangiare tutto.

Carney ha citato ragioni di sovranità nazionale, dicendo per esempio che gli Stati Uniti chiedevano di limitare il bilinguismo canadese (con inglese e francese) previsto sulle etichette dei prodotti, o i sussidi all’industria culturale. È probabile che, oltre a questo, abbiano influito gli avvertimenti di vari governatori locali e settori industriali del Canada, secondo cui non valeva la pena accettare dazi così alti con poco margine per ritoccarli in futuro, una volta che fossero stati fissati con un accordo.

I nuovi dazi canadesi si applicheranno a partire dall’8 settembre, mentre quelli statunitensi sono in vigore da sabato su una quota pari a 20 miliardi di dollari sui 382 miliardi di dollari delle importazioni complessive.

Oltre a quelli già attivi su settori strategici, come la siderurgia (50 per cento) e il settore automobilistico (25 per cento), che gli Stati Uniti avevano proposto di ridurre, se ne aggiungeranno altri come la produzione di miele, ossia aziende tipicamente a conduzione familiare e meno attrezzate per gestirli. Trevor Tombe, un economista dell’università canadese di Calgary, ha calcolato che i dazi potrebbero compromettere fino a 90mila posti di lavoro in Canada. Carney ha promesso più di 25 miliardi di dollari canadesi (15 miliardi di euro) di aiuti alle aziende che ne risentiranno.

In passato altri paesi che si erano opposti alle pressioni di Trump, su tutti il Brasile, alla fine l’avevano spuntata, almeno finché Trump non si era rimesso contro di loro.

– Leggi anche: Il più europeo tra i paesi non europei

È possibile che la tattica di Carney spinga gli Stati Uniti a moderare le loro richieste, ma con ogni probabilità se ne riparlerà dopo le elezioni di metà mandato di novembre, quando i dazi saranno già entrati in vigore da mesi. Per il momento, ha funzionato sul piano interno: Carney ha ricevuto il sostegno del leader dei Conservatori Pierre Poilievre e degli altri partiti. Nei primissimi sondaggi, il 76 per cento delle persone intervistate si è detta d’accordo con la scelta di interrompere le trattative, anche se l’89 per cento teme le conseguenze economiche. Anche all’inizio dei negoziati, a luglio, oltre metà degli intervistati era contraria a fare concessioni agli Stati Uniti.

Nell’ultimo anno, per effetto delle pressioni statunitensi, il Canada ha iniziato a prendere contromisure per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti e diversificare gli approvvigionamenti: per esempio ha avviato progetti infrastrutturali per potenziare i porti, ha intensificato la collaborazione con l’Unione Europea e ha anche fatto un primo ancorché limitato accordo commerciale con la Cina.