Un paese con le case ma senza il paese

Ad Accumoli, che fu l'epicentro del terremoto del 2016, si stanno ricostruendo alcune abitazioni private mentre ancora mancano le strade

di Angelo Mastrandrea, foto di Michele Lapini

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Il piccolo borgo laziale di Accumoli, in provincia di Rieti, fu l’epicentro del forte terremoto che il 24 agosto del 2016 colpì un’ampia area del centro Italia, distruggendo diversi paesi e cittadine e causando la morte di 299 persone. A dieci anni di distanza si stanno ricostruendo alcune abitazioni private, ma non il paese.

È l’effetto di una delle misure più controverse di una ricostruzione a due velocità: quella privata, con i soldi concessi direttamente ai proprietari, e quella pubblica, rallentata dalla burocrazia. Non ci sono i servizi, non c’è illuminazione pubblica e mancano pure le strade. Il borgo sembra fermo alla notte del terremoto. La maggior parte delle case sono ancora in piedi, pericolanti e ricoperte di erbacce e rovi che in alcuni casi impediscono anche di avvicinarsi. Non si sbriciolarono come ad Amatrice perché tutto il centro storico è costruito sulla roccia, che attutì la scossa.

All’interno si scorgono ancora abiti e oggetti lasciati la notte del terremoto e che nessuno è andato a riprendersi: in un bagno si vedono ancora un dentifricio, alcuni spazzolini, degli asciugamani e due accappatoi per bambini appesi dietro la porta. Le piazze, i vicoli e il corso principale sono transennati e tutta l’area è «zona rossa», cioè interdetta ai cittadini per il pericolo di crolli. Ci sono molti ponteggi, alcuni operai al lavoro e diversi cantieri chiusi.

L’interno di una casa ad Accumoli, 16 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)

Una casa nel borgo di Accumoli, 16 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)

Tra tutti i paesi del cosiddetto «primo cratere», cioè i più colpiti dal sisma, Accumoli fu il più vicino all’epicentro. Ci furono 11 morti. Tutti e 500 gli abitanti furono sfollati. I più giovani accettarono il Contributo di autonoma sistemazione (Cas) fornito dallo Stato, dai 400 ai 900 euro mensili a seconda delle dimensioni del nucleo familiare, per affittare un appartamento, e lo utilizzarono per andarsene da Accumoli. Gli altri furono trasferiti in un villaggio di casette prefabbricate che la Protezione Civile costruì oltre la parte più alta del paese, su alcuni terreni utilizzati per il pascolo di capre, pecore e mucche.

Ora nelle casette prefabbricate di Accumoli vivono quasi solo persone anziane. A differenza di altri villaggi Sae c’è un bar, ma molti di loro preferiscono incontrarsi a un crocicchio dove ci sono alcuni alberi che fanno ombra e garantiscono un po’ di fresco. Hanno sistemato alcune panchine recuperate da una piazza del paese e ci rimangono ogni mattina fino alle 12, poi quando arriva il sole vanno via. Tornano verso le 17 e si siedono all’ombra nell’angolo opposto.

Un gruppo di anziani al crocicchio dove hanno sistemato alcune panchine, davanti al villaggio Sae di Accumoli, 16 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)

Vicino c’è una fermata del bus, che però non passa più da molto tempo. Chi non ha l’auto non può neppure andare a fare la spesa, perché i negozi e la farmacia sono stati spostati qualche chilometro più in basso, lungo la via Salaria. Per andarci bisogna percorrere un tratto di strada dissestata che passa a margine della «zona rossa», l’area in cui non si può entrare, tra le case diroccate. «Pochissimi paesani vengono qui, chi ha l’auto va ad Amatrice perché lì ci sono più negozi», dice Pasquale Conti, che prima del terremoto aveva un forno in paese e ogni mattina portava il pane anche a domicilio.

Argentina, Clara, Daniela, Michela e Vincenzo «detto Ciccio» lo definiscono «il nostro angoletto». Ironizzando sulla loro situazione dicono di essere stati messi «in castigo» quassù, lontano da altri centri abitati e senza la possibilità di muoversi. Dicono che a causa di questi disagi chi poteva è andato via. Alcuni di loro hanno ricevuto i soldi per ristrutturare le abitazioni in paese, ma quando saranno pronte non potranno tornare ad abitarci perché nel borgo mancano l’acqua, il gas e la corrente elettrica, non ci sono le fogne e non c’è neppure la strada per arrivarci.

A loro parere ci vorranno almeno altri dieci anni per avere tutti i servizi, e i più anziani si dicono rassegnati a rimanere a vita nei prefabbricati. Temono che il giorno in cui Accumoli tornerà a essere un paese con le piazze, le strade, le strutture pubbliche e i servizi non ci sarà più nessuno disposto ad abitarci, perché i più anziani saranno morti e gli altri nel frattempo sono andati altrove.

Il villaggio Sae di Accumoli, 16 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)

Argentina, Clara, Daniela e Michela nel loro «angoletto» davanti al villaggio Sae di Accumoli, 16 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)

Una quindicina di chilometri più avanti, nelle Marche, la piccola frazione di Pescara del Tronto è completamente rasa al suolo. Sembra di girare in uno scavo archeologico. Il vecchio agglomerato di case in pietra, una frazione di Arquata del Tronto, non esiste più. Non ci sono vicoli e strade, e non c’è più neppure la chiesa cinquecentesca di Santa Croce. Al suo posto è stata messa una croce che ogni sera si illumina. È l’unica luce nel raggio di diversi chilometri.

La croce che si illumina di notte, all’interno della chiesa crollata a Pescara del Tronto, 16 lyglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)

Il borgo di Pescara del Tronto completamente raso al suolo, 17 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)

La strada provinciale che costeggia dall’alto il borgo è l’unica ancora percorribile a piedi o in auto. Ci sono alcuni cancelli d’ingresso arrugginiti, ma dietro non ci sono più le abitazioni. Vicino a un’auto sfondata e ripiena di terra su cui sono cresciuti dei rovi c’è un altarino che ricorda alcune persone morte in quel punto. Lungo la via ci sono diversi cippi e lapidi che commemorano famiglie intere e molti bambini deceduti per il sisma. La notte del terremoto a Pescara del Tronto morirono 48 persone, quasi un abitante su tre. Man mano che venivano recuperati, i corpi furono deposti in un parco giochi che è diventato un luogo della memoria: ogni anno le vittime vengono commemorate con una cerimonia pubblica e i loro nomi vengono letti ad alta voce.

Un altarino che ricorda alcune vittime del terremoto nel parco giochi di Pescara del Tronto, 16 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)

I sopravvissuti furono trasferiti in un villaggio di casette provvisorie costruito dalla Protezione Civile a valle, in questo caso vicino ai negozi. A Pescara del Tronto rimase un solo abitante: Antonio Filotei. Fu costretto a chiudere la macelleria che aveva aperto sotto la sua casa, ma non volle abbandonare l’allevamento di capre e pecore. Per molto tempo rimase però ad abitare al pianterreno della sua abitazione, una delle pochissime in paese che ebbe dei danni ma non crollò.

Poi si convinse a trasferirsi nel villaggio Sae con gli altri sfollati, anche perché la sua casa è inagibile e a Pescara del Tronto mancano i cosiddetti sottoservizi, cioè le reti e gli impianti interrati, come i tubi dell’acqua potabile, quelli del gas e i cavi dell’elettricità. Ogni mattina però torna al paese per mungere le capre e le pecore, e per fare ricotte e formaggi. Ne alleva un centinaio in un terreno dietro la sua casa, e ha pure tre asini.

Antonio Filotei, che alleva capre e pecore a Pescara del Tronto, ma vive nelle Sae a valle, 16 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)

Indica con la mano luoghi che non ci sono più: il circolo dove andava a trascorrere le serate con gli amici e le abitazioni crollate. Racconta un mondo che è scomparso la notte del terremoto. Dice però che «più del terremoto, ci ha distrutto quello che non è stato fatto dopo». Molti abitanti hanno lasciato le casette prefabbricate per trasferirsi altrove e molto difficilmente torneranno al borgo, anche se dovesse essere ricostruito.

Pescara del Tronto dovrebbe essere ricostruita qualche centinaio di metri più in là, in una zona considerata più sicura dal punto di vista idrogeologico. In dieci anni però sono stati solo demoliti gli edifici già in gran parte crollati e sono state rimosse le macerie. Poi si è fermato tutto. La ricostruzione vera non è mai cominciata.