Quando morì Rodolfo Valentino

Cento anni fa la morte del celebre attore italiano provocò esternazioni pubbliche di dolore con pochi precedenti

Una fan di Rodolfo Valentino prega di fronte alla sua salma (AP Photo)
Una fan di Rodolfo Valentino prega di fronte alla sua salma (AP Photo)
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Il 15 agosto 1926 il centralino del Polyclinic Hospital di New York cominciò a ricevere circa duemila telefonate l’ora. Erano tutte indirizzate a Rodolfo Valentino, che in quel momento era uno degli attori più famosi del mondo, aveva 31 anni ed era stato operato d’urgenza per un’ulcera gastrica perforata.

Nei giorni successivi l’ospedale dovette aprire un ufficio informazioni al piano terra per gestire le donne e le ragazze che si presentavano di persona a chiedere notizie sulla sua salute. L’ospedale dovette anche chiamare due centraliniste in più solo per rispondere alle chiamate dei fan. I giornali pubblicavano bollettini medici in prima pagina, riportando anche le variazioni minime nelle sue condizioni. Valentino sembrò riprendersi, ma ebbe una ricaduta e morì il 23 agosto per peritonite ed endocardite settica.

A cent’anni di distanza, è ormai comune che quando una persona famosa muore in giovane età migliaia di fan la piangano pubblicamente, partecipino al funerale, formino assembramenti spontanei nei luoghi a lei associati e talvolta tornino a visitarne la tomba negli anni.

Nel 1926, però, fu una reazione inaspettata. Il Washington Times pubblicò la prima edizione straordinaria mai dedicata a un attore. Variety riportò che moltissime donne in giro per gli Stati Uniti si misero a piangere leggendo la notizia, e sottolineò che una cosa del genere non era mai successa nemmeno per la morte di un presidente. I giornali riportarono anche diversi casi di fan che si erano suicidate per la disperazione: alcuni furono effettivamente confermati, come quello di una donna che morì somministrandosi del veleno e fu trovata circondata di fotografie di Valentino, ma buona parte dei casi non venne mai verificata.

Reazioni di massa del genere erano già avvenute in Europa, ma per personaggi di tipo diverso. Tre anni prima, nel 1923, a Parigi era morta l’attrice teatrale Sarah Bernhardt, che era diventata una delle prime celebrità internazionali dopo una lunga tournée mondiale negli anni Ottanta dell’Ottocento: alcune cronache dell’epoca raccontano che al suo corteo funebre parteciparono centinaia di migliaia di persone. Nel 1824 la morte del poeta inglese George Byron aveva provocato reazioni pubbliche altrettanto intense, con presidi di polizia a contenere la folla e cronache che parlavano di una confusione senza precedenti.

La differenza, rispetto a Byron e a Bernhardt, riguarda il tipo di rapporto che il pubblico aveva sviluppato con Valentino. Il cinema, infatti, aveva per la prima volta reso possibile un tipo di vicinanza percepita molto diverso rispetto al teatro o ai libri: le persone in sala avevano visto le espressioni di Valentino in una quantità e a una distanza che ai tempi erano possibili soltanto con coloro con cui convivevano. A questo si aggiungeva quello che le riviste per appassionati pubblicavano tra un film e l’altro sulla sua casa, sui suoi matrimoni e sulle sue abitudini.

Oggi si parla di “relazione parasociale”. L’espressione venne coniata nel 1956 dai sociologi statunitensi Donald Horton e Richard Wohl in un articolo sulla rivista Psychiatry, in cui spiegavano che i mezzi di comunicazione di massa producevano un legame tra persone famose e pubblico che veniva vissuto come una conoscenza personale pur essendo a senso unico. Nel 1926 questo genere di rapporti era una novità recentissima, resa possibile da un mezzo che esisteva da poco più di trent’anni.

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Valentino era nato nel 1895 a Castellaneta, in provincia di Taranto, con il nome di Rodolfo Guglielmi. Arrivò a New York nel 1913 in cerca di lavoro, e dopo un periodo tumultuoso a New York si spostò in California, dove il settore del cinema muto era in rapida espansione. Cominciò a lavorare a Hollywood in parti minori: i direttori del casting lo consideravano adatto a fare il cattivo, l’aristocratico straniero o il seduttore, perché i suoi tratti e i suoi modi corrispondevano agli stereotipi dell’epoca sugli europei del sud.

Il suo primo ruolo importante arrivò nel 1921, quando la sceneggiatrice June Mathis insistette per farlo scritturare in I quattro cavalieri dell’Apocalisse. La sequenza in cui Valentino balla il tango divenne una delle più discusse del cinema americano, e nello stesso anno uscì Lo sceicco, che ne fece una star internazionale.

A distinguere Valentino dagli altri attori famosi dell’epoca era il modello di virilità che portava sullo schermo, molto lontano dagli eroi taciturni o atletici interpretati da William S. Hart o Douglas Fairbanks. Le case di produzione costruirono attorno alla sua innata sensualità e al suo fascino “esotico” la figura del “latin lover”, e i suoi film vennero promossi puntando esplicitamente sull’attenzione delle spettatrici, in un periodo in cui il pubblico femminile veniva riconosciuto per la prima volta come un gruppo con un peso economico rilevante.

Anche il modo in cui veniva trattato dai registi era piuttosto diverso rispetto ai suoi colleghi dell’epoca. Le scene erano costruite perché lo spettatore guardasse approfonditamente il suo corpo, il suo volto, il suo modo di muoversi e i costumi che indossava, con un’attenzione che all’epoca era riservata principalmente alle attrici donne. A questo si aggiungeva il tipo di emotività che i suoi personaggi esprimevano, fatto di sguardi lunghi, gelosie e dichiarazioni, in un registro che il cinema americano dell’epoca attribuiva soprattutto ai personaggi femminili.

Gran parte di quello che sappiamo sul fandom di Valentino proviene dalla stampa dell’epoca e dal materiale promozionale delle case di produzione, che avevano un interesse a raccontarlo come un fenomeno eccezionale. Miriam Hansen, che al culto di Valentino dedicò un celebre saggio nel 1986, ha notato che le sue biografie riportano tutte le stesse scene di donne che lo tartassano di telefonate o gli strappano i vestiti di dosso quando lo vedono in giro, senza però dare dettagli verificabili.

Quel che è certo è che proprio in quegli anni l’industria del cinema stava costruendo i primi canali per trasformare l’interesse del pubblico verso gli attori in ricavi. Le riviste per appassionati pubblicavano ritratti fotografici a piena pagina pensati per essere ritagliati e appesi, interviste, rubriche di posta e resoconti sulla vita privata delle celebrità. Photoplay, la principale, aveva già nel 1918 una tiratura di oltre 200mila copie. Valentino ci compariva in continuazione, e ci pubblicò anche testi firmati da lui: i numeri in cui comparve un suo racconto autobiografico furono tra i più venduti della storia della rivista.

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Quando venne reso noto il nome dell’impresa funebre che ne aveva preso in carico la salma, il 24 agosto 1926, talmente tante persone si presentarono alla sede che per ripristinare l’ordine servirono oltre cento agenti a cavallo e la riserva della polizia di New York. Si stima che al suo funerale, che si tenne a Manhattan il 30 agosto, parteciparono circa centomila persone. Valentino fu sepolto in una cripta all’Hollywood Memorial Park, che oggi si chiama Hollywood Forever.