Chi sono esattamente i “dublinanti”

E perché se ne sta riparlando adesso, con un certo imbarazzo del governo Meloni di fronte alle richieste di alcuni paesi europei

(Claudio Furlan / lapresse)
(Claudio Furlan / lapresse)
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Da qualche giorno sui quotidiani italiani è ricomparsa una strana parola, dublinanti, nell’ambito di una polemica sull’accoglienza di alcuni migranti fra il governo italiano e diversi paesi europei. Dublinanti è un termine tecnico, sebbene sia utilizzato solo in Italia, ma nasconde una questione perlopiù politica e molto delicata per il governo di Giorgia Meloni.

Il termine dublinanti si riferisce a una categoria molto specifica di persone: cioè ai richiedenti asilo che si trovano in un paese diverso da quello che in teoria dovrebbe esaminare la loro richiesta (e anche ospitarli durante questo procedimento). Prende il nome dalla norma europea che fino a tre mesi fa regolava il sistema di asilo europeo, il cosiddetto Regolamento di Dublino.

Semplificando molto, il Regolamento prevedeva che nella maggior parte dei casi il paese competente per esaminare la richiesta d’asilo di una persona fosse il primo in cui quella persona metteva piede entrando nell’Unione Europea. Per moltissimi richiedenti asilo arrivati via mare in Europa, quel paese era l’Italia. Molti di loro poi dopo lo sbarco si spostavano verso altri paesi del Nord Europa, spesso per raggiungere parenti o amici o aspirare a un lavoro pagato meglio che in Italia.

Per il Regolamento di Dublino, quindi, paesi come Germania, Paesi Bassi e Svezia potevano chiedere all’Italia di riaccogliere richiedenti asilo che avevano messo piede per la prima volta in Europa sul territorio italiano. Per dare un’idea dei numeri: dalla fine del 2022 al 2025, l’Italia ha ricevuto circa 80mila richieste di riaccogliere persone dublinanti.

A giugno del 2026 il Regolamento di Dublino è stato sostituito dal Patto sulla migrazione e l’asilo, che comprende più norme. In particolare le norme sui dublinanti sono contenute nel nuovo Regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione. È cambiato il nome, ma la sostanza è rimasta più o meno la stessa: in moltissimi casi, come prevede l’articolo 33 del nuovo Regolamento, lo stato che deve esaminare la richiesta d’asilo resta quello in cui la persona è entrata nell’Unione Europea.

Dall’entrata in vigore del Patto, però, diversi paesi europei fra cui Germania, Austria, Svezia, Finlandia e Paesi Bassi hanno ribadito l’importanza di riaccogliere i dublinanti da parte dei paesi di frontiera, Italia compresa, e annunciato a breve nuovi trasferimenti. Perché lo hanno fatto, se dal Regolamento di Dublino al nuovo Patto in teoria le regole non sono cambiate?

Perché dal suo insediamento alla fine del 2022 il governo Meloni ha respinto quasi tutte le richieste sui dublinanti. Soltanto nel 2025 ha ricevuto richieste per riaccogliere 24.152 dublinanti, di cui ne ha accolte soltanto 85: lo 0,35 per cento.

(Stefano Guidi/Getty Images)

Il governo Meloni ha sempre motivato questi rifiuti parlando di una «crisi oggettiva» del sistema di accoglienza italiano, che a suo dire non era in grado di reggere alla pressione di quei numeri. In più sosteneva che i trasferimenti di dublinanti dovessero essere sospesi dato che erano già in corso i negoziati per il nuovo Patto. Da allora la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, il principale tribunale dell’Unione, ha condannato per due volte l’Italia per aver deciso unilateralmente di non accogliere quasi nessun dublinante: ma il governo Meloni ha scelto di ignorare le due sentenze.

Ora che il nuovo Patto è entrato in vigore, diversi paesi europei – fra cui molti in cui al governo c’è la destra – si sono rifatti sotto, chiedendo all’Italia di riprendere ad accogliere i dublinanti. Il governo Meloni ha già precisato che intende considerare soltanto le richieste relative a persone arrivate dopo l’entrata in vigore del nuovo Patto, cioè dal 12 giugno 2026: considera infatti archiviate tutte le richieste inoltrate quando c’era in vigore il vecchio Regolamento di Dublino.

Non è chiaro se i paesi europei condividano questa interpretazione. Peraltro non è nemmeno chiarissimo se il governo italiano creda fermamente, anche dal punto di vista legale, che il nuovo Patto azzeri le richieste degli anni scorsi oppure se si tratti più banalmente di una strategia per prendere tempo. Sia per il vecchio Regolamento di Dublino sia per il nuovo Patto, lo Stato che vuole rimandare indietro un dublinante ha sei mesi per farlo dall’avvio della pratica: altrimenti, deve tenerlo sul proprio territorio.

Il governo Meloni si trova comunque in una posizione piuttosto delicata dal punto di vista politico e diplomatico.

Negli anni in cui veniva negoziato il nuovo Patto in sede europea, il governo Meloni ha molto insistito perché venissero aumentate le opzioni legali e le risorse con cui i paesi di frontiera intendono tenere fuori i richiedenti asilo: grazie a quell’insistenza è stata introdotta la procedura accelerata di frontiera, cioè un esame molto superficiale e contestato delle richieste d’asilo per alcune categorie di migranti. E sempre seguendo quell’approccio è stata di recente approvata la proposta, molto sostenuta dall’Italia, per creare centri alla frontiera o in paesi esterni per detenere migranti la cui domanda d’asilo è stata rifiutata. È la stessa linea che prevede accordi con la Libia o la Tunisia per fermare con la violenza le partenze di migranti dalle loro coste.

– Leggi anche: Cosa significa «fermare le partenze» dei migranti

Insomma: il governo Meloni ha promesso al resto dei paesi europei che soltanto facendo così, cioè fermando gli arrivi alla frontiera o nei paesi di transito, si possa impedire che i richiedenti asilo si spostino all’interno dell’Unione e diventino dublinanti. Questo però significa anche accettare di riprendersi i richiedenti asilo che riescono comunque ad arrivare in altri paesi e che quei governi vogliono rimandare in Italia.

Dall’altra parte però la maggioranza che sostiene Meloni non può permettersi di mostrarsi arrendevole sulla migrazione: un tema su cui peraltro viene spesso incalzata da destra da Roberto Vannacci. Anche per questo, verosimilmente, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha detto all’ANSA che il governo non accoglierà automaticamente ogni richiesta di riaccogliere una persona dublinante, ma valuterà «singole richieste».