“Stand by Me” è invecchiato alla grande

A quarant'anni dall'uscita è ancora uno dei film che meglio raccontano la prima adolescenza, l'amicizia tra maschi e la provincia statunitense

Una scena di Stand by Me
Una scena di Stand by Me
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Quando Stephen King assistette all’anteprima di Stand by Me – Ricordo di un’estate, film tratto da un suo racconto ispirato ai guai che combinava con i suoi amici d’infanzia, fu sul punto di piangere, e dopo la visione dovette chiudersi per qualche minuto in bagno per riprendersi. Il film l’aveva fatto tornare con la memoria ai tempi in cui era un bambino, quando «John F. Kennedy era presidente e la benzina costava 25 centesimi al gallone».

King ha raccontato questo aneddoto in un articolo uscito sul New York Times pochi giorni dopo la morte del regista del film, Rob Reiner, che è stato ucciso lo scorso dicembre insieme alla moglie nel suo appartamento di Los Angeles, probabilmente dal figlio Nick. Stand by me fu il suo terzo film e quando uscì, il 22 agosto di quarant’anni fa, Reiner stava ancora cercando di affermarsi a Hollywood. Sarebbe poi diventato famosissimo per film di culto come Harry, ti presento Sally… e Codice d’onore.

Oggi Stand by Me è considerato uno dei migliori film di formazione mai realizzati, soprattutto per il suo modo realistico ma poetico, leggero e al contempo drammatico, di raccontare l’infanzia e l’amicizia tra adolescenti maschi in un minuscolo paesino della provincia statunitense: uno di quelli in cui la vita procede lenta e senza pretese, gli adulti sono distratti dai propri problemi e c’è sempre qualche bullo dietro l’angolo.

Ma Stand by Me è apprezzato anche per la sua forza visiva. Ha creato un immaginario riconoscibilissimo, ispirato in parte alle ambientazioni tipiche di molti romanzi di King e destinato a influenzare molte opere successive come Super 8 e soprattutto Stranger Things, una serie in cui l’influenza di Stand by Me è particolarmente evidente sia esteticamente che dal punto di vista narrativo.

Il racconto di King da cui è tratto Stand by Me s’intitola Il corpo e narra la storia di quattro studenti delle medie, Gordie Lachance, Chris Chambers, Teddy Duchamp e Vern Tessio, che vivono in una piccola cittadina del Maine e che vengono a sapere che il loro coetaneo Ray Brower è morto mentre raccoglieva mirtilli lungo la ferrovia. Decidono così di incamminarsi sui binari per andare a cercare il corpo, cominciando un viaggio di due giorni che metterà alla prova la loro amicizia.

Come accade spesso nei racconti di Stephen King, la componente thriller è più che altro un pretesto per raccontare le vicende di un gruppo di “losers”, e cioè ragazzini per qualche motivo emarginati dai coetanei, sensibili, bullizzati dai più grandi e incompresi dai genitori, tutti con un problema con cui fare i conti.

Gordie ha un grande talento per la scrittura ma non ci crede fino in fondo, anche perché i suoi genitori considerano la sua passione una perdita di tempo e non riescono a elaborare il lutto per Denny, il loro figlio maggiore morto in un incidente. Chris proviene da una famiglia poverissima e viene continuamente picchiato dal padre, che torna spesso a casa ubriaco; Teddy è figlio di un ex militare che aveva partecipato allo sbarco in Normandia e che, in seguito, finisce ricoverato in un ospedale psichiatrico; mentre Vern incarna l’archetipo del bambino impacciato e impaurito, preso in giro dai coetanei perché sovrappeso.

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Uno degli aspetti più apprezzati di Stand by Me è la sceneggiatura scritta da Raynold Gideon e Bruce A. Evans, che seppero enfatizzare al meglio le paure dei quattro protagonisti e il modo in cui si aiutano a vicenda per superarle.

Evans aveva letto e apprezzato Il corpo di King e nel 1983 regalò una copia del romanzo a Gideon, che ne rimase altrettanto entusiasta. Decisero così di trarne una sceneggiatura: negoziarono i diritti cinematografici direttamente con Kirby McCauley, l’agente di King, che accettò in cambio di un anticipo di 100mila dollari e del 10 per cento sugli incassi lordi.

La loro proposta fu accettata dalla Embassy Pictures, la società di produzione con cui Reiner aveva esordito due anni prima con This Is Spinal Tap,un finto documentario che prendeva in giro gli eccessi edonistici della scena heavy metal del tempo e che era stato molto apprezzato dalla critica. Pochi giorni prima dell’inizio delle riprese la Embassy fu acquistata dalla Columbia, che dunque figurò come produttrice del film.

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Quando lesse la sceneggiatura, Reiner rimase un po’ titubante. Evans e Gideon avevano attribuito lo stesso spazio a tutti e quattro i protagonisti, ma dal suo punto di vista la narrazione doveva essere incentrata principalmente su Gordie.

Era il personaggio che lo affascinava di più e quello in cui riusciva a immedesimarsi più facilmente, anche perché da bambino lui stesso aveva sofferto moltissimo per le continue pressioni di suo padre, il comico Carl Reiner.

Gli sceneggiatori si fidarono della sua intuizione, e adattarono la sceneggiatura seguendo i suoi suggerimenti. Le modifiche furono apprezzate dallo stesso King. Reiner raccontò che dopo la prima visione del film King gli disse che, se avesse potuto tornare indietro, avrebbe strutturato il racconto nello stesso modo. Un risultato tutt’altro che scontato, considerando che negli anni precedenti King aveva manifestato una certa insofferenza nei confronti delle trasposizioni delle sue opere, in particolare per le numerose libertà che Stanley Kubrick si era preso nell’adattamento di Shining.

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Un altro punto di forza di Stand by Me è l’utilizzo delle musiche. Il tema più ricorrente è ovviamente l’omonima canzone di Ben E. King, che risuona come sottofondo fin dalle prime inquadrature. Reiner aggiunse al film altre famose canzoni degli anni Cinquanta e Sessanta, creando un connubio particolarmente riuscito tra musica e immagini.

Tra le sequenze più suggestive e ricordate ci sono quella in cui i quattro protagonisti vengono inquadrati di spalle mentre percorrono un binario sospeso della ferrovia, accompagnati da “Everyday” di Buddy Holly, e quella in cui Teddy e Vern imitano la famosa coreografia di “Lollipop” delle Chordettes.

Secondo la critica cinematografica Aimee Ferrier, Stand by Me è un film invecchiato benissimo e destinato a durare a lungo, perché racconta un sentimento universale, familiare e comune a tutte le generazioni: «Incarna perfettamente quella strana sensazione di nostalgia infantile che può allo stesso tempo divertire e tormentarci. Ci rendiamo conto di quanto fossero vitali queste amicizie per la nostra crescita, di quanto siano state determinanti nell’insegnarci a conoscere noi stessi, solo per vederle diventare una reliquia del passato».

Gli attori che interpretano i quattro protagonisti non sono poi diventati particolarmente famosi salvo River Phoenix, fratello del più noto Joaquin, che morì 7 anni dopo l’uscita del film, a 23 anni, di overdose. La storia del suo personaggio, Chris, quello più saggio e accudente dei quattro, è altrettanto drammatica visto che alla fine del film la voce narrante racconta che sarebbe morto pochi anni dopo i fatti tentando di interrompere una rissa tra due persone.

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