Sull’economia Vannacci ricicla le proposte insostenibili di Meloni e Salvini

Nel programma di Futuro Nazionale ci sono molte promesse tradite della destra sovranista, a volte poste in modo più cauto, ma niente di nuovo

di Valerio Valentini

Roberto Vannacci ospite della trasmissione In Onda, il 12 luglio 2026 (Cecilia Fabiano/ LaPresse)
Roberto Vannacci ospite della trasmissione In Onda, il 12 luglio 2026 (Cecilia Fabiano/ LaPresse)
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Pochi giorni fa Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci, ha pubblicato la “Base Ideologica e Programmatica”, ovvero i punti essenziali del proprio programma elettorale e politico. Ci sono delineate, con maggiore o minore dettaglio, le idee fondamentali in tema di giustizia, di politica estera, di sostegno alle imprese. E ovviamente anche di politica economica, che è poi, come sempre succede, la parte più decisiva di un programma elettorale: quella da cui è possibile misurare la credibilità delle proposte avanzate – al di là del giudizio che di quelle proposte si può avere – e la sostenibilità finanziaria dell’intero programma.

Da questo punto di vista, il programma di Futuro Nazionale è notevole per alcuni aspetti. Anzitutto, perché ricalca fondamentalmente le vecchie proposte in materia economica, monetaria e fiscale portate avanti a lungo dalla destra sovranista. In certi casi sono progetti alquanto improbabili, che non a caso altri leader di destra come Giorgia Meloni e Matteo Salvini hanno accantonato una volta arrivati al governo. In altri casi le proposte di Vannacci sono perfino più moderate di quelle che hanno alimentato la propaganda di Fratelli d’Italia e della Lega. Infine, ci sono idee che ricalcano anche proposte economiche della sinistra più radicale.

Insomma, è un po’ come se sul piano economico Vannacci voglia promuovere, adattandole alle contingenze attuali, le proposte populiste con cui per anni la destra sovranista, e in parte la sinistra massimalista, hanno condotto le proprie battaglie contro il sistema economico italiano, il neoliberismo, l’Unione Europea, le istituzioni finanziarie internazionali.

La questione più rilevante è quella della moneta. Per anni Meloni e Salvini hanno vagheggiato l’uscita unilaterale dell’Italia dall’euro e il ritorno alla lira. In un dibattito al Senato nel novembre del 2023, rispondendo a Matteo Renzi, la presidente del Consiglio negò di averlo mai proposto, evidentemente imbarazzata dal fatto che lo si ricordasse: ma ci sono decine di video e di messaggi a smentirla. Quanto alla Lega, perfino Giancarlo Giorgetti, attuale ministro dell’Economia ed esponente della fazione moderata del partito, ancora nel 2017 spiegava in televisione la necessità dell’uscita dall’euro.

Sul tema Vannacci è più cauto, o più ambiguo. Nel suo programma dedica un capitolo alla «sovranità monetaria» e ripropone tutte le teorie e le suggestioni care ai teorici del ritorno alla lira. Ma pur partendo da quelle premesse, nel programma di Futuro Nazionale si riconosce che «il prezzo che pagheremmo per una uscita dalla moneta unica europea (…) potrebbe portare, specialmente nell’immediato, ad una serie importante di danni per molti settori produttivi del nostro Paese».

E dunque si promette l’impegno a far sì che l’Italia possa «essere capace tanto di permanere nell’area euro ridefinendone i perimetri di politica monetaria quanto di opzionare l’uscita, secondo le condizioni, il contesto, i tempi, mettendo al primo posto l’interesse nazionale (…)». È insomma un modo un po’ furbesco per ammiccare all’elettorato antieuropeista, ma al contempo rassicurare il mondo produttivo, ed escludere fin d’ora eventuali manovre azzardate.

Ciò in cui invece Vannacci si mostra radicale è nel proporre l’introduzione di una moneta fiscale, una sorta di moneta parallela costituita da titoli di credito (per esempio: lo Stato, anziché pagare le imprese a cui commissiona un lavoro, dà loro un attestato di credito, con cui quelle imprese potranno poi comprare beni e servizi dai loro fornitori, e così via). Anche questo è un vecchio pallino della destra sovranista: quando era al governo col Movimento 5 Stelle nel 2019, la Lega aveva proposto di introdurre dei minibot (i BOT sono i Buoni Ordinari del Tesoro), come forma appunto di moneta fiscale; e quando l’allora ministro dell’Economia, Giovanni Tria, si oppose, Meloni lo attaccò con veemenza. Anche nel 2022, Fratelli d’Italia si espose a favore di una moneta fiscale, sotto forma di crediti edilizi legati al Superbonus. Ovviamente, da quando è al governo, Meloni non ha mai davvero pensato di introdurre delle misure simili. Ora ci riprova Vannacci.

In realtà anche qui traspare il tentativo di Vannacci di restare un po’ ambiguo: formalmente nel programma si parla di «valutare l’introduzione della moneta fiscale quale strumento complementare di politica economica, fondato sulla circolazione volontaria di crediti fiscali e diritti di compensazione tra Stato e contribuenti, senza configurare una moneta alternativa». Il punto è proprio questo, però: come ha stabilito già nel 2017 la Banca d’Italia, l’introduzione di una moneta fiscale, in qualsiasi forma avvenisse, sarebbe illegale. Questo perché contrasterebbe con trattati e regolamenti europei, non consentirebbe in ogni caso di aggirare i parametri dell’UE né di contenere l’aumento del debito, ed esporrebbe i cittadini a rischi notevoli.

L’opposizione ai vincoli finanziari europei è del resto un tema ricorrente, nel programma economico di Futuro Nazionale, dove si ritrovano i toni e i temi che Meloni e Salvini hanno dovuto dismettere o rinnegare in questi anni di governo. Vannacci critica apertamente la «sciagurata firma da parte del Governo Meloni del nuovo Patto di Stabilità e Crescita europeo, che ha imposto vincoli ancora più stringenti alla nostra capacità di spesa per investimenti produttivi». Lo fa significativamente con toni non così distanti da quelli adoperati dal Movimento 5 Stelle, da AVS e da una parte del Partito Democratico, cioè delle opposizioni più radicali. Con una retorica analoga contesta anche le politiche di riarmo promosse dalla Commissione Europea.

Interessante è però il modo con cui Futuro Nazionale suggerisce di «porre rimedio» a questa scelta di Meloni. Per Vannacci non c’è «altra strada che quella di esercitare il nostro potere di veto sul prossimo bilancio pluriennale dell’Unione Europea», cioè il bilancio per il 2028-2034. È interessante perché, anche questa, è una suggestione vagheggiata già in passato dai partiti antieuropeisti italiani, di destra e non solo. Quando Lega e Movimento 5 Stelle andarono insieme al governo, nel 2018, iniziarono subito a ipotizzare un eventuale veto sul bilancio pluriennale allora in discussione (2021-27) come arma negoziale per ottenere concessioni di bilancio dalla Commissione Europea. L’allora sottosegretario agli Affari europei, Luciano Barra Caracciolo, lo stesso che oggi il governo vorrebbe promuovere alla presidenza del Consiglio di Stato, lo invocò esplicitamente in un’intervista a La Verità, spiegando che un veto sul bilancio comune «diventa un modo serio (e legale, cioè conforme a e non violativo dei trattati) per ridiscutere l’assetto europeo».

Matteo Salvini con Antonio Maria Rinaldi, ex europarlamentare e sostenitore della linea antieuro della Lega, ora tra i consiglieri economici di Vannacci (GIUSEPPE LAMI/ANSA)

Era evidentemente una strada poco percorribile sul piano economico e diplomatico, che avrebbe esposto l’Italia a gravi rischi di ritorsione da parte di altri Stati membri e avrebbe generato grossa inquietudine nei mercati finanziari. E infatti non fu percorsa. Ma per Vannacci invocare di nuovo una simile soluzione ha un valore politico simbolico: ora, a minacciare mosse eclatanti contro l’Unione Europea, è lui.

Più nel dettaglio, venendo alle misure meno estreme, molte delle proposte avanzate da Vannacci sono perfettamente in linea con quelle sostenute dal governo di Meloni. In certi casi – riduzione del cuneo fiscale e delle aliquote Irpef, semplificazione normativa sul fisco – sono addirittura misure che il governo ha già adottato, con maggiore o minore coerenza e determinazione. In altri, come le misure a favore della natalità e delle famiglie, le proposte sono assai simili a quelle che il governo aveva promesso di fare o aveva anche iniziato a fare, salvo poi tornare indietro o rinunciarvi per motivi di bilancio.

In comune con Fratelli d’Italia Vannacci ha anche una certa idea di interventismo statale nell’economia, a discapito della libera concorrenza. Nel programma si enunciano per lo più dei principi generali, che consentono di farsi un’idea solo approssimativa. E anche se Futuro Nazionale si dice contrario a forme di dirigismo pubblico, di fatto invoca una presenza ingombrante dello Stato nell’economia, indicando la minaccia «di una globalizzazione dominata dalle multinazionali e dalla finanza internazionale che rischia di divorare il made in Italy, il nostro tessuto produttivo e il valore del nostro lavoro».

Il partito di Vannacci insiste in più passaggi sulla necessità di ricorrere al Golden Power, cioè allo strumento con cui il governo può limitare o vietare certe operazioni di mercato se le ritiene rischiose per la sicurezza nazionale. E del resto già il governo di Meloni ha utilizzato il Golden Power in modo piuttosto disinibito, anche in ambito bancario, specie in un caso assai controverso che riguarda UniCredit e Banco BPM e che non a caso è stato segnalato come problematico anche dalla Commissione Europea.

In questo senso è significativa l’idea di istituire un «Fondo Sovrano per la Crescita Nazionale quale strumento di investimento strategico destinato a sostenere infrastrutture, energia, innovazione, tecnologie avanzate, ricerca, capitale di rischio e patrimonializzazione delle imprese italiane». Anche questo è un vecchio pallino della destra italiana, e di Fratelli d’Italia in particolare, ma a cui ha guardato con favore anche il Movimento 5 Stelle. L’idea è quella di replicare strumenti che alcuni ricchi paesi del golfo Persico, o come la Norvegia e da ultimo gli Stati Uniti, utilizzano per favorire cospicue operazioni finanziarie ritenute particolarmente importanti per gli interessi nazionali. Nel 2023 anche Meloni ha voluto istituirlo, ma con una dotazione irrisoria (un miliardo di euro, a fronte degli oltre duemila miliardi di euro che vale il fondo norvegese): finora, non ha prodotto alcun risultato significativo.

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