Le Canarie sono una mini Europa

«Ricordano una versione europea dell’Italia in Miniatura di Rimini. Anche qui troviamo una versione miniaturizzata dei più importanti paesi europei. L’Italia nel nord di Fuerteventura e a Tenerife. L’Inghilterra a Tenerife sud. La Germania a La Gomera. I Paesi Bassi e la Spagna, ovunque. E ovviamente anche qui bisogna gestire overtourism e crisi migratorie»

Manifestazione contro la gestione del turismo alle Canarie, Tenerife, Spagna, 20 aprile 2024 (Photo by Andres Gutierrez/Anadolu via Getty Images)
Manifestazione contro la gestione del turismo alle Canarie, Tenerife, Spagna, 20 aprile 2024 (Photo by Andres Gutierrez/Anadolu via Getty Images)
Davide Banis
Davide Banis

È nato a Como e vive a Copenaghen, dove lavora per una casa editrice danese. Ha collaborato con varie testate tra cui Link, Rivista Studio, Wired e Vanity Fair.

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Vivendo a Copenaghen, sento spesso il bisogno di evadere dal grigiore danese. Rimanendo in area Schengen, l’unica opzione affidabile è andare alle Canarie, l’arcipelago politicamente spagnolo ma geograficamente africano (si trova al largo delle coste del Marocco meridionale) formato dalle isole di (in ordine di estensione): Tenerife, Fuerteventura, Gran Canaria, Lanzarote, La Palma, La Gomera, El Hierro e La Graciosa.

Negli ultimi anni ho passato autunni, inverni e primavere (l’unica cosa in Danimarca ad arrivare in ritardo) sulle isole dell’arcipelago canario in compagnia di un sodale prode, mio Don Chisciotte o Sancho Panza a seconda delle circostanze.

Le Canarie ricordano una versione europea dell’Italia in Miniatura, il parco sito nel comune di Rimini dove monumenti, chiese e piazze italiane sono riprodotti in scala. Alle Canarie troviamo una versione miniaturizzata dei più importanti paesi europei. L’Italia nel nord di Fuerteventura e a Tenerife. La Germania a La Gomera e a Fuerteventura, zona Costa Calma. L’Inghilterra a Tenerife sud. I Paesi Bassi solito prezzemolino. La Spagna, padrona di casa, ovunque.

Provocatoriamente, io e il mio sodale abbiamo ribattezzato le Canarie “Hitler Hotel”, l’arcipelago-resort dove giovani e pensionati europei vanno a rilassarsi elidendo tutta la storia dalla Seconda guerra mondiale in poi, la catastrofe che l’Europa si è autoinflitta, tutto ciò che è servito per ripararla e che rende possibili le loro, le nostre, maxi-villeggiature: il boom economico, le innovazioni tecnologiche, l’abbattimento dei muri, la pax europea, l’overtourism e le crisi migratorie.

Indossando occhiali da sole dalle spesse lenti, fingiamo che la situazione non sia cambiata, che non ci sia una guerra alle porte dell’Europa, che il sistema pensionistico sia sostenibile, che non ci siano distese di profondo declino economico sul continente. Almeno, questo è quello che pensiamo sorseggiando una birra IPA uscita da un micro-birrificio fondato pochi anni fa a Gran Canaria.

– Leggi anche: Il mare si mangia le isole San Blas di Valentina Pigmei

Se il politologo statunitense Francis Fukuyama fosse stato ibernato all’uscita del suo saggio del 1992 La fine della storia e l’ultimo uomo (il trattato dove afferma come, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la storia sia da considerarsi finita per mancanza di alternative ideologiche credibili alla democrazia liberale) e scongelato nel 2026 durante il Carnevale di Maspalomas, a Gran Canaria, non sarebbe semplice spiegargli che la sua tesi di fondo si è rivelata poco lungimirante.

Alle Canarie la storia sembra essere, in modi diversi e solo a prima vista (o visita turistica), finita. Il tempo sospeso. Il meteo sempre, costantemente piacevole (anche questa è un’illusione ma il turismo è spendere la quattordicesima per l’illusione di una vita diversa).

C’è un programma sulla televisione pubblica olandese chiamato Ik vertrek («Io parto/me ne vado»). Racconta di olandesi che lasciano il proprio fiorente ma piatto paese per avventurarsi in spesso strampalate operazioni imprenditoriali degne di certe storie a fumetti di Paperino e Paperoga. C’è chi si mette a vendere pancake in Gambia, chi apre un minigolf a Bonaire, chi un campeggio per nudisti in Ungheria.

Sarebbe interessante realizzare una versione italiana di questo format televisivo, dato che di connazionali che lasciano l’Italia per cimentarsi in business improbi sono pieni i registri dell’AIRE (l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero).

Una delle prime ipotetiche puntate di Me ne vado dovrebbe essere dedicata alla fattoria di struzzi ed emù in cui ho soggiornato un paio di anni fa nel sud di Tenerife. In realtà sarebbe un “glamping di bungalow skydome” (cioè un camping glamour composto di piccole camere indipendenti che hanno un tetto di vetro da cui è possibile ammirare le stelle mentre ci si addormenta). In sostanza un albergo, anche se questo nome non rende giustizia a quella sorta di campo base umano su un pianeta alieno dominato dagli struzzi. Quando ci sono stato io, era da poco stato aperto da una ruspante coppia di cinquantenni italiani.

In precedenza era stato a lungo un ristorante rinomato sull’isola per la carne di struzzo ed emù. Delle centinaia di bestie originarie, ne rimanevano poche dozzine. Comunque, abbastanza per offrire agli ospiti gargantuesche omelette al mattino e bistecconi la sera. Con i due proprietari italiani, che vivevano sull’isola da molto tempo, parlai dell’aumento vertiginoso del turismo, del cambiamento climatico, del declino dell’Italia. Ma soprattutto ammirai la vastità del firmamento. I cieli delle Canarie godono di tassi di inquinamento luminoso tra i più bassi d’Europa e osservatori come quello del Teide a Tenerife (che si trova a più di duemila metri di altitudine) e quello del Roque de los Muchachos su La Palma sono tra i migliori posti al mondo dove osservare le stelle, insieme al deserto di Atacama in Cile e alle Hawaii.

Ho trascorso ore a contemplare trasognato il nulla cosmico nel cielo e negli occhi degli struzzi, definiti dai due italiani «gli animali più stupidi del globo terracqueo, bestie senza autoconsapevolezza alcuna». Che benedizione, pensai. Ma è in parte solo un mito. Gli italiani a Tenerife sono parecchi, la stima è intorno ai venti-trentamila, ma quelli che lavorano nel turismo con cui ho chiacchierato lamentavano paghe basse e affitti alti. «Ma tutto pur di non tornare in Italia», era la conclusione di default.

L’altra principale enclave italiana alle Canarie è a Fuerteventura, destinazione particolarmente gradita nella mia bolla di Instagram. La colonia italiana si estende nel triangolo che ha come vertici l’aeroporto, El Cotillo e Corralejo, a nord. Accade così che le scuole di surf gestite da uno staff sovente al 100 per cento italiano sfornino ogni giorno, al costo di cinquanta euro a cranio, decine di nuovi surfisti. O quantomeno gente capace di distinguere una tavola da surf da una da snowboard.

Il lato sud del triangolo è trincerato da un’immaginaria cortina di ferro, al di là della quale la segnaletica rigorosamente in tedesco sponsorizza l’offerta di vari servizi medici con tendenza geriatrica. Siamo a Costa Calma. Le spiagge dorate si fondono nel mare trasparente. Guardando verso l’orizzonte, si ha l’illusione che questa sensazione di benessere possa essere eterna. Volgendo lo sguardo alle proprie spalle, invece, si intravedono ziggurat alberghiere. Condomini, villette, hotel affastellati uno a ridosso dell’altro. Voltando la testa ai lati si può infine ammirare la spiaggia infinita, la cui vastità diluisce la percezione della quantità di corpi nudi che stanno abbrustolendo al sole.

La Freikörperkultur è la nota tradizione tedesca nata tra fine Ottocento e inizio Novecento, secondo cui essere nudi all’aperto è cosa buona e giusta. È questa la religione informale di Costa Calma. Centinaia di corpi di cuoio dei sessantenni tedeschi e qualche raro olandese – gli olandesi sono ovunque e ovunque si mimetizzano – restituiscono una ventata di libertà, pensioni solide e voglia di gustarsi a pieno i rimanenti venti, trent’anni di vita. Di gustarseli in pace, lontani dalle beghe del continente. Con calma a Costa Calma.

La percezione di trovarsi in un utopico dominio coloniale tedesco è ancora più intensa a La Gomera, isoletta a ovest di Tenerife. Da qui Cristoforo Colombo partì alla volta delle Indie. Più recentemente, qui Angela Merkel ha passato diverse vacanze, soprattutto pasquali.

La padrona della casa dove soggiorniamo, a Valle Gran Rey, sul mare, è una stereotipica fräulein che ci trasmette con rigorosa determinazione l’ambizione di non vedere neanche un granello di sabbia all’interno del bagno. Per sfuggire alle grinfie teutoniche, ci avventuriamo verso l’interno dell’isola con una “guagua”, i generalmente molto puntuali autobus canari.

La Gomera è graziata da diversi microclimi, dall’arida costa sud al lussureggiante nord passando per gli altipiani del Parco Nazionale del Garajonay, dove le nuvole degli alisei rimangono intrappolate formando una sorta di pioggerellina orizzontale che alimenta una fiabesca foresta di alloro, relitto delle foreste subtropicali che coprivano il Mediterraneo milioni di anni fa. Scarpinando nella foresta scopriamo per caso di essere nelle vicinanze di un certo Antonio, produttore di vini naturali che offre visite guidate alla sua cantina e assaggi. Ci appropinquiamo e qui inizia la vera fiaba.

Fino a quella visita enologica i nostri contatti con la popolazione canaria si erano limitati a osservare a distanza una molto animata protesta contro l’overtourism a Tenerife. Il tema è spinoso e riflette quello che sul continente si trovano ad affrontare città come Barcellona, Amsterdam, la mia nativa Como. L’intera economia viene piegata verso un settore a basso valore aggiunto con il risultato che i residenti si trovano a vivere una quotidianità costosa e iperaffollata.

In questo senso l’enoteca di Antonio, antistante la foresta, era l’equivalente dell’avamposto del villaggio gallico di Asterix e Obelix, l’unico non ancora conquistato dalle truppe di Cesare.

Prima di andare in pensione, Antonio, gomeriano DOC, ha lavorato per tutta la vita come pompiere presso il minuscolo aeroporto dell’isola. Adesso produce vini bianchi, fermi e frizzanti, usando il raro vitigno autoctono Forastera Blanca e non ricorrendo a pesticidi.

«Ho trasformato la mia pensione in questo», ci dice orgogliosamente indicando le piccole ma sofisticate macchine che lo aiutano a produrre il vino. A fine visita abbiamo incontrato Pedro, il fratello di Antonio, normalmente di stanza a Tenerife, in vacanza sull’isola natia con la famiglia. Entrambi ci raccomandano di visitare Vallehermoso, il villaggio gomero di Asterix e Obelix a nord dell’isola, dove non si può nuotare perché le correnti sono troppo forti e dove il giorno dopo ci sarà la festa patronale.

Ubbidienti, la mattina seguente ci facciamo un’ora di guagua fino a Vallehermoso. Mentre ammiriamo i festoni antistanti la chiesa principale, sentiamo un clacson e qualcuno che urla i nostri nomi. È Pedro, che si rivela l’Obelix della coppia, estroverso, non ha bisogno della pozione magica etilica per essere affabile in modo quasi terrificante.

Dalla macchina, Pedro ci invita a festeggiare insieme il santo patrono. A casa sua ci sono tutti: la famiglia di Pedro, Antonio e la sua famiglia, i loro nipoti, una misteriosa signora cubana e una matrona semi-cieca che sembra uscita da un film di Sorrentino. L’imbarazzo scaturito dal sentirsi come invasori della casa di sconosciuti il giorno di Natale viene stemperato dal vino che scorre dalle mani di Antonio.

Pedro ci racconta che per mandarlo a scuola da piccolo, quando ammalato, la madre gli preparava un tonico rinforzante a base di gofio (un impasto tipicamente canario di cereali tostati), tuorlo d’uovo e vino bianco. Eccolo, l’Obelix caduto nella pozione da bambino. Pedro ci spiega anche quanto il cambiamento climatico stia impattando sul delicato ecosistema della Gomera e delle Canarie in generale con temperature più elevate della norma, siccità e riduzione delle risorse acquifere. Parliamo anche di overtourism, soprattutto a Tenerife, nella zona tra Las Americas e Los Cristianos. Ma dalla terrazza della casa di famiglia, da cui si può ammirare il villaggio di Vallehermoso, sembra un argomento così distante e astratto.

Lo sarà per poco, dato che sulla via del ritorno da La Gomera, il traghetto ci sbarcherà proprio a Los Cristianos, un’enclave a prevalenza britannica che si può descrivere come se avessero trapiantato alla rinfusa sulla spiaggia pezzi di Newcastle, Birmingham e Leeds. Il visitatore medio ha venticinque anni e indossa canotta, costume e ciabatte con calzini bianchi d’ordinanza. Sembrano centinaia di comparse del film Grimsby di Sacha Baron Cohen.

In quei giorni, sui media si discuteva molto della guerra in Ucraina. Alcuni politici e giornalisti chiedevano ad altri politici e giornalisti se sarebbero stati disposti a mandare i propri figli in guerra a combattere contro la Russia. Osservando le schiere flaccide e lattiginose di masse in panciolle di quei trentenni mi è venuto da chiedermi se non sia una questione di mancanza di abilità filiale più che di volontà genitoriale. Una partita online al videogioco Call of Duty è lo scenario bellico più estremo in cui si possano immaginare impegnati questi giovani.

Del resto anche noi…

Surfisti all’isola La Graciosa, 24 aprile 2025 (Emanuele Cremaschi/Getty Images)

Poi ci sono i francesi, come quelli descritti nel 2000 dallo scrittore francese Michel Houellebecq in Lanzarote, un romanzo in cui si raccontano vari incontri sessuali promiscui, turismo di massa e una strana setta religiosa. E in effetti, sulla minuscola isola La Graciosa, a pochi chilometri da Lanzarote, il mio sodale vivrà effettivamente un’avventura houellebecqiana con una francese, mentre io, Sancho Panza, resterò nelle retrovie… Honoris houellebecqi, decretiamo Lanzarote enclave francese. Quando io e Sancho Panza sbarchiamo per la prima volta è ottobre, quasi Halloween. A Playa Honda, dove soggiorniamo, sentiamo perlopiù francese e inglese parlato con accento brit, e avvistiamo laptop immaginando di essere circondati da product manager di aziende tech quotate sulle borse di Parigi o Londra.

Come accennato, gli olandesi alle Canarie non hanno territori di riferimento e si infiltrano ovunque. In una delle nostre peregrinazioni, incontriamo Jaap, nome di finzione, che di professione si definisce «geografo di finzione» («I’m a fictional geographer») e ci racconta di trascorrere circa metà dell’anno alle Canarie e l’altra metà nei Paesi Bassi. Jaap crea mappe che aiutano le aziende a comprendere e implementare complessi processi produttivi, ma anche cartine fittizie per universi fantasy o per chiunque abbia bisogno di una mappa che delinei le coordinate di un luogo immaginario.

Geograficamente, le Canarie sono territorio africano. Punta de la Entallada, a Fuerteventura, dista un centinaio di chilometri dalla cittadina marocchina di Tarfaya. Anche le coste del Sahara Occidentale, territorio conteso tra il Marocco e il Fronte Polisario (un movimento politico che dal 1973 lotta per l’indipendenza della Repubblica Araba Saharawi Democratica, stato parzialmente riconosciuto da una quarantina di membri dell’ONU), distano un centinaio di chilometri.

Ma, da quando gli spagnoli vi sbarcarono nel tardo Medioevo, sottomettendo la popolazione indigena dei Guanci, le Canarie sono politicamente e culturalmente europee. I voli low cost, il lavoro da remoto, il meteo quasi sempre primaverile e le eccellenti infrastrutture locali (aeroporti, strade ecc.) hanno poi gradualmente trasformato l’arcipelago in un’Europa in miniatura.

Una mini Europa che a volte si ha la percezione sia stata uploadata nel cloud, lontana dai problemi del continente e ad anni luce dagli impicci africani, anche se i glitch (gli imprevisti malfunzionamenti tecnologici) sempre più frequenti ne rivelano la natura terrestre, troppo terrestre.

Un glitch eclatante si è manifestato a fine luglio, quando decine di migliaia di persone migranti sono entrate a Ceuta, l’enclave spagnola sulla costa marocchina, a più di mille chilometri dalle isole Canarie. La maggior parte dei migranti è rientrata in Marocco ma parecchi sono rimasti in città, in condizioni estremamente precarie.

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Tra queste persone ci sono anche minori non accompagnati, che non possono essere respinti: al momento sono circa un migliaio, per ventinove posti nelle strutture di accoglienza che il governo ha previsto nella città di Ceuta. Per redistribuirli, la Spagna è ricorsa a una norma che esiste proprio grazie alle isole Canarie: la riforma dell’articolo 35 della legge sugli stranieri, che obbliga le altre comunità autonome ad accogliere i minori quando un territorio supera il triplo della propria capacità di accoglienza.

Le Canarie avevano chiesto e ottenuto la modifica della legge nel marzo del 2025, dopo essersi trovate a tutelare circa seimila minori arrivati dalla rotta atlantica, quella percorsa dai cayucos, i pescherecci in legno lunghi anche venti metri usati per le tratte più lunghe, che partono da paesi come Senegal, Gambia o Guinea.

Da giugno il ministero spagnolo della Gioventù e dell’infanzia sta valutando di revocare la contingenza migratoria, lo stato di emergenza che esclude le isole dai trasferimenti in entrata. Le Canarie si oppongono. Paradossalmente, se la revoca arrivasse, l’arcipelago potrebbe dover ospitare una parte dei minori non accompagnati rimasti a Ceuta proprio in forza della norma che aveva richiesto.

Forse solo le fittizie mappe di Jaap possono catturare fino in fondo la geografia delle Canarie: una manciata di isole dell’oceano Atlantico dove la storia non è finita ma si fa di tutto per fingere che lo sia.

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