A Lima si fa la fila davanti a un museo che rischia di chiudere
È il museo della memoria, dedicato al periodo della guerriglia tra il 1980 e il 2000: alla nuova presidente Keiko Fujimori non piace
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Da giorni il museo della memoria di Lima è frequentato molto più del solito e due settimane fa, in concomitanza con l’insediamento della nuova presidente Keiko Fujimori, si sono formate anche lunghe file per entrare. Il flusso anomalo di visitatori non è dovuto a qualche esposizione particolare, ma al timore che la nuova presidente, e in generale il suo governo, possano decidere di chiudere presto il museo.
Il museo, che ufficialmente si chiama Lugar de la Memoria, la Tolerancia y la Inclusión Social (LUM), tratta infatti del periodo di guerriglia che attraversò il paese tra il 1980 e il 2000, quando gruppi terroristici di ispirazione comunista combatterono contro i governi che si avvicendarono in Perù, incluso quello di Alberto Fujimori, padre di Keiko e dittatore di destra che governò tra il 1990 e il 2000. I governi repressero i movimenti e in generale la dissidenza con metodi violenti e illegali.
Keiko Fujimori e il suo partito criticano il museo sin dalla sua inaugurazione, 11 anni fa. Sostengono che promuova una narrazione parziale del periodo della guerriglia, indulgente verso i guerriglieri e molto severa con le forze di sicurezza peruviane. In realtà nel museo ci sono documenti e testimonianze da entrambe le parti: sono mostrati i crimini commessi dai gruppi guerriglieri e le difficili condizioni in cui combattevano i soldati dell’esercito, ma anche le conseguenze della repressione governativa.
Nel settembre del 2024 la deputata Martha Moyano di Forza Popolare, il partito di Keiko Fujimori, inviò una richiesta formale all’allora ministro della Cultura affinché modificasse l’allestimento. Martha Chávez, una delle più influenti deputate del partito di Alberto Fujimori negli anni Novanta, in un’intervista di qualche settimana fa, ha paragonato il museo alla glorificazione del nazismo. «In Germania potrei donare mille dollari per far accendere una candela in memoria di Hitler?».

La presidente Keiko Fujimori, 29 luglio 2026 (AP Photo/Martin Mejia)
Il timore di molti è che il governo possa ristrutturare il centro per cancellare il racconto dei crimini commessi da Alberto Fujimori, o tagliarne i fondi. Per questo molte persone hanno aderito alla campagna, lanciata sui social media, per promuovere le visite, che nelle ultime settimane sono quadruplicate.
Gli episodi di repressione nel periodo della guerriglia furono diversi. Tra i crimini più gravi ci furono quelli commessi durante la presidenza Fujimori dal Grupo Colina, un distaccamento dell’esercito. Il gruppo operava all’interno dei servizi segreti ed era coordinato da uno stretto consulente di Fujimori. Agiva nella clandestinità con l’obiettivo dichiarato di eliminare persone sospettate di avere legami con Sendero Luminoso e con il Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru, i due principali gruppi armati contro cui lo stato peruviano combatteva in quegli anni.
Le sue vittime erano spesso civili, uccisi in seguito a delazioni o sospetti non verificati. Spesso i corpi venivano fatti sparire, cosa che rese più difficile l’identificazione e la quantificazione del fenomeno. Per anni il governo di Fujimori negò l’esistenza del gruppo e bloccò i procedimenti giudiziari contro i suoi membri. Solo dopo il 2000, quando finì la dittatura, la magistratura peruviana poté parzialmente ricostruire quanto accadde.
Secondo le stime della Commissione per la verità e la riconciliazione, istituita nel 2001, le persone uccise o scomparse in quei vent’anni furono 70mila. Di queste, il 54 per cento fu responsabilità dei terroristi, il 27 per cento di esercito e polizia, il resto non si sa. Quel periodo è da sempre un tema di scontro in Perù, e lo è diventato ancora di più oggi che la famiglia Fujimori è tornata al potere. Anche perché è dibattuta la stessa eredità di Alberto Fujimori: per i suoi sostenitori fu una sorta di padre della patria, in grado di risanare l’economia e di sconfiggere il terrorismo; per gli oppositori un dittatore colpevole di corruzione, autoritarismo e violazioni dei diritti umani.
Il museo rappresenta in qualche modo un simbolo di questo scontro.

L’ex presidente Alberto Fujimori durante un processo sui crimini commessi durante il suo governo, 15 marzo 2018 (AP Photo/Martin Mejia)
La battaglia sulla memoria dei regimi del passato è comune ad altri paesi dell’America Latina, dove governi di destra stanno cercando modi per controllare la narrazione sul passato.
In Argentina il governo di estrema destra di Javier Milei ha interrotto i finanziamenti al Museo della Memoria ESMA dedicato alle vittime di sparizioni forzate e crimini contro l’umanità commessi durante l’ultima dittatura militare, tra il 1976 e il 1983. In Cile i partiti di estrema destra stanno promuovendo l’idea di costruire un cosiddetto “Museo della Verità”, che dovrebbe in qualche modo contribuire a legittimare il colpo di stato del generale Augusto Pinochet del 1973.
Per il momento in Perù il ministro della Cultura Alberto Beingolea ha negato che il governo abbia intenzione di chiudere il museo, ma nel farlo ha ribadito che dal suo punto di vista la sinistra ha storicamente controllato la cultura in Perù e che cercherà di correggere questa tendenza. «I privilegi di un unico modo di pensare sono finiti» ha detto. Nemmeno Keiko Fujimori al momento ha parlato espressamente delle sue intenzioni in merito al museo.
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