L’effetto Halle Berry
È come chiamano a Hollywood le carriere come la sua: da attrice famosissima e premio Oscar al dimenticatoio, oggi che ha 60 anni
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Nel gergo dei critici cinematografici si è diffusa da un paio di decenni l’espressione “Halle Berry effect”. Viene usata per descrivere la situazione di quegli attori che dopo aver ottenuto un premio Oscar cominciano ad accettare ruoli via via meno prestigiosi, fino a perdere qualsiasi rilevanza e finire nell’oblio: proprio come accaduto all’attrice statunitense Halle Berry, che oggi compie 60 anni.
In alcune interviste Berry ha detto che la sua reputazione è stata in parte compromessa dall’interesse morboso nei confronti delle sue relazioni, soprattutto quelle con il giocatore di baseball David Justice, con il cantante Eric Benét e con l’attore francese Olivier Martinez. «Dopo il mio terzo divorzio, la gente ha iniziato a dire: “Che problemi ha? È pazza. Non riesce a tenersi un uomo”. E io rispondevo sempre: “Chi dice che voglio tenermi un uomo se non è quello giusto?”», ha raccontato Berry alla rivista specializzata The Cut, sostenendo che la sovraesposizione delle sue traversie sentimentali abbia finito per offuscare le sue doti da attrice.
Il continuo tartassamento mediatico l’ha spinta a non farsi intervistare per circa dieci anni, durante i quali ha diradato i suoi impegni al cinema e le sue apparizioni pubbliche per dedicarsi ad altre attività, soprattutto due lunghe battaglie legali per l’affidamento dei figli: uno con Martinez e una con l’attore Gabriel Aubry, altro suo ex compagno.
Berry ha aggiunto anche di essersi resa conto che, per un’attrice nera come lei, rimanere influente nel tempo può essere molto difficile. Nel 2002 vinse un Oscar come miglior attrice protagonista grazie a Monster’s Ball – L’ombra della vita, diventando la prima donna afroamericana a riuscirci. La sua interpretazione di una donna alle prese con enormi difficoltà e lutti familiari piacque moltissimo alla critica, e sembrò indicare per Berry una carriera sempre più orientata verso il cinema d’autore.
In quel momento, il suo status a Hollywood era enorme: oltre a essere considerata una delle donne più belle del pianeta era una delle attrici più richieste in circolazione, sia per progetti con ambizioni un po’ più autoriali sia per i grandi blockbuster, come i film di James Bond con Pierce Brosnan.
Le cose però andarono diversamente. «Dopo aver vinto l’Oscar, pensavo che un camion pieno di sceneggiature si sarebbe presentato davanti a casa mia», ha raccontato Berry. «Ma, anche se ne ero immensamente orgogliosa, rimanevo pur sempre un’attrice nera. I registi continuavano a dire: “Se mettiamo una donna nera in questo ruolo, devo per forza scritturare un uomo nero? Allora è un film per neri. E i film per neri non vendono all’estero”».
Berry è una delle attrici su cui si è manifestata più platealmente la cosiddetta “maledizione dell’Oscar”, cioè la condizione degli attori che dopo un grande exploit che gli vale un Oscar poi si impantanano tra insuccessi e progetti velleitari. A molti in questa situazione capita di scegliere i film sbagliati, magari perché sono gli unici in cui si viene accettati come protagonisti. E quando quei film vanno male, indirettamente viene confermata l’idea che quell’attore o attrice non sia al livello di un film prestigioso. Altri a cui è capitato sono per esempio Rami Malek, Hilary Swank, Kim Basinger o Matthew McConaughey.
– Leggi anche: La maledizione dell’Oscar
Dopo essersi fatta conoscere da migliaia e migliaia di americani con Living Dolls, una serie di grande successo prodotta da ABC, Berry ebbe la sua prima, grande occasione al cinema grazie a Spike Lee, che nel 1991 le procurò una parte in Jungle Fever.
Sempre quell’anno Tony Scott le affidò una parte in un film diventato un mezzo culto, soprattutto negli Stati Uniti: L’ultimo Boy Scout – Missione: sopravvivere, una commedia poliziesca con Bruce Willis e Damon Wayans. In quel periodo la sua presenza nell’immaginario collettivo aumentò grazie a film tratti da franchise famosissimi, dai Flintstones agli X-Men. Eppure proprio nel suo momento migliore, subito dopo la vittoria dell’Oscar nel 2002, per Berry tutto cambiò in peggio.
La sua carriera iniziò a scricchiolare già negli anni immediatamente successivi. Diversi addetti ai lavori fanno coincidere l’inizio di questa fase discendente con il suo coinvolgimento in due film stroncati da pubblico e critica, e usciti a breve distanza l’uno dall’altro.
Erano stati promossi con molta convinzione, anche perché avevano entrambi almeno un motivo potenziale di interesse: il primo, il thriller psicologico Gothika (2003), era diretto dal regista francese Mathieu Kassovitz, che al tempo godeva ancora di ampissimi consensi dopo il successo di L’odio, vincitore della Palma d’Oro a Cannes nel 1995; il secondo, Catwoman del 2004, era ambientato nell’universo narrativo di Batman, uno dei più amati supereroi americani, e uscì in un periodo in cui gli spin off dei film di supereroi non erano ancora una soluzione così diffusa.
Le cose andarono malissimo in tutti e due i casi: Gothika è considerato ancora oggi il film più brutto di Kassovitz, e Catwoman il peggior cinecomic mai realizzato, anche per un’interpretazione di Berry fortemente condizionata dalla caratterizzazione ipersessualizzata del personaggio.
Agli inizi degli anni Dieci del Duemila sembrò che Berry potesse tornare rilevante come un tempo. Nel 2012 fu la protagonista di Cloud Atlas, film di fantascienza diretto dalle sorelle Lana e Lilly Wachowski (quelle di Matrix) che fu accolto molto positivamente dalla critica. Da quel momento in poi però ottenne parti sempre meno entusiasmanti.
Tra le poche degne di nota ci sono quella in X-Men – Giorni di un futuro passato di Bryan Singer (2014), in cui tornò a interpretare la supereroina mutante Tempesta, e quella in John Wick 3 (2019), terzo capitolo di una saga d’azione di grande successo con Keanu Reeves.
Nel 2020 Berry aveva provato a proporsi anche come regista con Bruised – Lottare per vivere, il primo film da lei diretto. Interpretava anche la protagonista, un’ex lottatrice di arti marziali miste che tira a campare facendo le pulizie. L’ultima volta che Berry ebbe una certa visibilità fu nel 2024, quando fu scelta come coprotagonista del film d’azione di Netflix The Union, insieme a Mark Wahlberg. Ebbe buone recensioni, e per qualche giorno fu tra i più visti sulla piattaforma.
Berry però non è riuscita a capitalizzare quel piccolo successo: da allora ha recitato in altri due film poco degni di nota, Never Let Go – A un passo dal male di Alexandre Aja (2024) e Crime 101 – La strada del crimine di Bart Layton (2026).
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