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  • Mercoledì 12 agosto 2026

I soccorsi in Colombia vanno a rilento

Il terremoto ha provocato oltre 200 morti e si stanno cercando ancora persone tra le macerie, con varie difficoltà

Alcuni soccorritori intorno a un edificio crollato a Cali, in Colombia, l'11 agosto 2026 (AP Photo/Santiago Saldarriaga)
Alcuni soccorritori intorno a un edificio crollato a Cali, in Colombia, l'11 agosto 2026 (AP Photo/Santiago Saldarriaga)
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Proseguono per il terzo giorno i soccorsi in Colombia, dove lunedì uno dei terremoti più devastanti della sua storia recente ha provocato la morte di più di 200 persone e il crollo di centinaia di edifici, tra cui scuole e ospedali. Ci sono più di 1.200 feriti e non si sa quante persone siano ancora sotto le macerie, ma è probabile che il numero dei morti aumenterà.

In Colombia è ancora notte e le operazioni di soccorso sono rese difficili dal fatto che l’epicentro del terremoto è stato nella zona montuosa nella provincia di Chocó, nella parte occidentale del paese: è un’area nota per la coltivazione del caffè, ma anche molto povera, con cittadine e centri abitati remoti e per questo difficilmente raggiungibili dai soccorsi. Sono però qui i danni maggiori.

Solo a Pereira, una città da circa mezzo milione di abitanti a una cinquantina di chilometri dall’epicentro, ci sono stati circa 70 morti, e i primi soccorsi sono arrivati dagli abitanti e da un piccolo gruppo di pompieri, in gran parte volontari, che da tre giorni sono impegnati a spostare macerie alla ricerca di persone sopravvissute. I danni sono enormi: per motivi di sicurezza è stato introdotto un coprifuoco notturno, e il sindaco martedì mattina ha detto che bisogna «ricostruire una città». È lo stesso a Quibdó, il capoluogo del Chocó, dove mancano mezzi e risorse necessarie ai soccorsi.

Le zone del paese più danneggiate dal terremoto sono state raggiunte anche da 23 squadre specializzate nei soccorsi, che però sono insufficienti rispetto alle esigenze. Martedì sera (nella notte in Italia) hanno contribuito a estrarre viva a Pereira una donna di trent’anni tutto sommato in buone condizioni, considerando che era rimasta quasi due giorni sotto il peso delle macerie.

Scene simili ci sono a Cali, la grande città colombiana più duramente colpita dal terremoto: solo qui ci sono stati quasi 100 morti e le squadre sono alla ricerca di persone disperse. Nel frattempo la ricerca dei dispersi avviene anche online, tramite social network e gruppi WhatsApp.

I soccorsi sono poi complicati dal fatto che i collegamenti nel paese sono perlopiù interrotti e gli spostamenti difficili. Tre aeroporti restano chiusi e necessitano di riparazioni importanti, mentre decine di acquedotti, ponti, strade e ospedali hanno bisogno di interventi. Molti edifici ancora in piedi sono pericolanti e inutilizzabili per le persone sfollate.

Il cibo sembra esserci, però articoli per la cura dei feriti, materassi, coperte e generatori per assicurare l’energia elettrica dove manca rimangono tra i bisogni più urgenti.

Pazienti evacuati da una clinica di Cali, l’11 agosto 2026 (AP Photo/Santiago Saldarriaga)

A rendere ancora più difficoltosa l’organizzazione dei soccorsi c’è il fatto che il nuovo presidente, Abelardo de la Espriella, di estrema destra, si è insediato solo venerdì, e ha dovuto provvedere all’emergenza solo dopo tre giorni, senza neanche un team operativo. De la Espriella ha visitato le città più colpite, come Cali, Quibdó, Pereira e Manizales, ma nelle prime ore aveva sostenuto che la Colombia fosse in grado di farcela da sola e ha tardato a richiedere gli aiuti internazionali, una prassi consolidata in caso di calamità come questa.

Il presidente comunque ha dichiarato lo stato di disastro nazionale, una misura che gli consente maggiore autonomia nella gestione dell’emergenza e nella mobilitazione dei fondi per assistere le persone colpite. Il ministero dell’Economia ha detto di aver attivato un prestito fino a 450 milioni di dollari dalla Banca Mondiale, che dovrebbe arrivare entro la fine della settimana.