Il calcio non si è ancora stancato di José Mourinho
Oggi esce su Netflix un nuovo documentario su di lui, che intanto è tornato ad allenare un ambizioso Real Madrid, pur dopo anni senza «tituli»
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José Mourinho è uno degli allenatori di calcio più famosi e vincenti del mondo, ma sono ormai 11 anni che non vince un campionato e 4 anni che non vince un trofeo. Ha passato le sue ultime due stagioni in Turchia e in Portogallo, due contesti non così competitivi, facendosi notare quasi solo per i suoi soliti atteggiamenti sopra le righe. Il suo stile di gioco – conservativo, fisico e difensivo – sembra ormai superato. Eppure il suo personaggio carismatico e provocatorio continua a piacere: di recente Mourinho è stato scelto per allenare di nuovo il Real Madrid, una delle squadre più ambiziose d’Europa, e martedì su Netflix è uscito un atteso documentario su di lui.
Mourinho è portoghese, ha 63 anni e ha passato oltre un terzo della sua vita ad allenare. Si fece notare per la prima volta al Porto, con cui vinse a sorpresa la Champions League nel 2004. Poi andò al Chelsea e all’Inter, dove nel 2010 vinse la sua seconda e per ora ultima Champions League. Fu l’anno in cui completò il cosiddetto “triplete”, vincendo anche la Serie A e la Coppa Italia, una cosa mai riuscita prima né dopo a una squadra italiana. Già da tempo veniva chiamato the special one, quello speciale, da una definizione che lui stesso si era dato.
In quegli anni Mourinho iniziò a distinguersi non solo per i suoi «tituli», come chiamava lui in italiano i trofei, ma anche per il modo in cui riusciva a trascinare, unire e caricare le proprie squadre e i propri tifosi. Mourinho è sempre stato molto bravo a orientare il dibattito calcistico con le sue dichiarazioni e a costruire narrazioni secondo cui le sue squadre erano costrette a giocare contro forze superiori, contro avversari, arbitri, giornalisti o situazioni che lui non poteva controllare.
Quando nel 2010 andò al Real Madrid, però, le cose iniziarono ad andare peggio. In Spagna vinse un campionato (con record di punti, 100) ma mai la Champions League, che per il Real è una sorta d’ossessione. Nel 2013, dopo tre stagioni che definì «dure, intense, quasi violente», caratterizzate soprattutto da una rivalità con il Barcellona accesa come forse mai prima, Mourinho se ne andò. Da allora ha allenato di nuovo il Chelsea e poi il Manchester United, il Tottenham, la Roma, il Fenerbahçe e il Benfica. È stato quasi sempre esonerato, cioè mandato via prima che finisse il contratto; e il suo ultimo trofeo è stata una Conference League, il terzo per importanza in Europa, vinta con la Roma nel 2022.
Sembra un po’ strano che un allenatore del genere sia finito di nuovo in una delle squadre più forti e ambiziose d’Europa; una delle poche, tra l’altro, dove non era riuscito a entusiasmare i suoi giocatori e dove i tifosi non hanno bei ricordi con lui.
Già nel 2016 il rispettato giornalista inglese Jonathan Wilson si chiedeva se Mourinho fosse ormai finito, non soltanto dal punto di vista tattico, ma anche da quello comunicativo. In altre parole, si domandava se ci fossimo ormai abituati al suo personaggio emotivo, istrionico, provocatorio, talvolta persino caotico, e se quel linguaggio del “noi contro tutti” avesse smesso di produrre gli effetti di un tempo sui giocatori, sugli avversari, sui tifosi e sulla stampa. Dopotutto quel personaggio e quella narrazione si sono sempre fondate su un calcio pragmatico, nel quale non era necessario giocare bene ma solo vincere.
Dieci anni dopo, però, le risposte alle domande di Wilson non sembrano così scontate. In questi dieci anni non avrà più vinto nulla di rilevante, ma il fascino e il potere del suo personaggio, la sua «aura», sembrano rimasti quasi intatti. Lo dimostrano le numerosissime pubblicità che continua a fare, la grande attesa per la sua prossima stagione al Real Madrid e quella attorno al suo documentario, costruito anche su uno degli elementi più caratteristici e apprezzati del suo personaggio: il suo modo totalizzante di vivere il calcio. Nel trailer lo si sente dire:
Sono nato nel calcio. Vivo di calcio. Ogni giorno della mia vita. Quando percorro il tragitto dallo spogliatoio al campo, quello è l’ultimo momento in cui penso alle persone che amo. Dopodiché, entro in un altro mondo.
Da questo punto di vista, si capisce meglio perché il Real Madrid abbia scelto Mourinho.
Il Real, infatti, viene da una pessima stagione, iniziata con la scelta di puntare su un allenatore giovane e molto preparato tatticamente, Xabi Alonso, ma considerato ancora poco adatto a gestire calciatori molto esigenti, circondati da uno staff ingombrante, spesso ben protetti dalla società e talvolta in conflitto tra di loro. Il suo sostituto, Álvaro Arbeloa, non ha saputo gestire meglio la situazione e per il secondo anno consecutivo il Real Madrid non ha vinto nessun trofeo importante.
Come aveva già fatto in passato con Zinédine Zidane e Carlo Ancelotti, il presidente Florentino Pérez – da sempre affascinato dalla personalità di Mourinho, tra l’altro – ha quindi deciso di puntare su un allenatore carismatico. E, come altre volte, su un ricchissimo calciomercato: il Real Madrid ha già speso oltre 200 milioni di euro per rinforzare la squadra e, allo stesso tempo, è riuscito a rinnovare il contratto del fortissimo attaccante brasiliano Vinícius Jr.
Al Real, dunque, Mourinho dovrà innanzitutto dimostrare di saper gestire ancora con personalità e autorevolezza uno spogliatoio ricco di campioni, a cui se ne aggiungeranno pure di nuovi. Ma, soprattutto, dovrà vincere, perché alla fine è questo ciò che conta davvero, per una squadra come il Real e per un allenatore come Mourinho, che ha fondato buona parte della sua narrazione (e del suo culto) su questo. Nel frattempo, però, sembra essere già riuscito a imporre quella sua figura di “uomo in missione”, sia in Spagna sia in Italia. Di recente la Gazzetta dello Sport, riferendosi alle rigide regole imposte negli allenamenti, ha scritto: «Col sergente Mou non si scherza».



