È morto Francesco Guccini

Il cantautore di “L'avvelenata” e “La locomotiva”, tra i più importanti e amati della storia della musica italiana, aveva 86 anni

Francesco Guccini nella sua casa a Pavana, in provincia di Pistoia, nel 2012 (Ilaria Magliocchetti Lombi/contrasto)
Francesco Guccini nella sua casa a Pavana, in provincia di Pistoia, nel 2012 (Ilaria Magliocchetti Lombi/contrasto)
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Francesco Guccini, uno dei più famosi e amati cantautori italiani di sempre, autore di “Auschwitz”, “Canzone per un’amica”, “La locomotiva”, “L’avvelenata” e di altre decine di canzoni che tra gli anni Sessanta e Settanta contribuirono a definire il canone della canzone d’autore italiana, è morto a 86 anni. Lo ha detto la famiglia, che ha anticipato che i funerali si svolgeranno in forma privata.

Cantautore politico, diventò con sua insofferenza un riferimento per la sinistra studentesca e di movimento negli anni Settanta, e raccontò spesso nelle sue canzoni vicende anarchiche e operaie. Fin dall’inizio l’immagine di Guccini fu legata alla città di Bologna, città in cui si trasferì ventenne insieme alla famiglia e che faceva spesso da sfondo alle storie raccontate nelle sue canzoni, da “Via Paolo Fabbri 43” a “Farewell”.

In una carriera durata circa mezzo secolo, le canzoni di Guccini avevano raccontato di tutto, dal rapporto tra storia e memoria alle storie d’amore, ritornando di frequente ai classici della letteratura, rielaborati in chiave contemporanea. “L’avvelenata”, famosa invettiva dedicata alle sue insofferenze nei confronti dell’industria discografica e dei critici musicali, è una delle espressioni più rappresentative del suo approccio ironico e poetico alla scrittura.

Guccini scrisse anche per altri, in particolare per i Nomadi, che interpretarono le sue primissime canzoni e le fecero conoscere a migliaia di persone: “L’atomica cinese”, “Noi non ci saremo”, “Dio è morto” e “Canzone per un’amica”, tra le altre. Dal 1967 cominciò a esibirsi come solista, affiancando fin da subito alle canzoni di denuncia sociale alcune ballate d’amore struggenti, malinconiche e con picchi lirici notevoli, spesso a partire da immagini per nulla scontate: tra le più apprezzate ci sono “Incontro”, “Autogrill”, “Vedi cara” e “Vorrei”.

Dagli inizi degli anni Duemila Guccini viveva a Pavana, piccolo comune dell’Appennino tosco-emiliano legato alla sua infanzia e alla sua produzione musicale e letteraria, dove riceveva spesso e volentieri in casa fan desiderosi di incontrarlo e salutarlo. Negli ultimi anni si era occupato soprattutto di letteratura, pubblicando alcuni apprezzati gialli insieme allo scrittore e amico Loriano Macchiavelli.

Francesco Guccini era nato a Modena nel 1940, ma si trasferì presto nell’Appennino tosco-emiliano quando suo padre fu chiamato in guerra. Tornò poi a Modena alla fine della Seconda guerra mondiale e frequentò lì le scuole. Dopo il diploma e alcuni lavoretti, tra cui quello di cronista alla Gazzetta di Modena, si iscrisse all’Università di Bologna. Aveva già iniziato a suonare e a comporre le prime canzoni, ispirato dalla musica beat, dal rock and roll e dal cantautorato politico italiano. Il suo primo gruppo, i Gatti, suonava però musica da ballo.

Dopo aver lavorato un po’ come insegnante e autore di sceneggiature, nella seconda metà degli anni Sessanta quella musicale diventò la sua attività principale. In quegli anni scrisse “Auschwitz” per l’Equipe 84, “Dio è morto” per i Nomadi e “Una storia d’amore”, interpretata sia da Caterina Caselli sia da Gigliola Cinquetti.

Il suo primo disco, Folk beat n. 1, uscì nel 1967. Non se lo filarono in molti, ma c’era già molto del Guccini che sarebbe diventato uno dei cantautori più importanti della storia della musica italiana. Conteneva tra le altre “L’antisociale” e “Canzone per un’amica”.

Nel 1970 uscirono altri due suoi dischi, Due anni dopo e L’isola non trovata, ma fu soprattutto Radici del 1972 a dargli un primo vero successo. Ancora oggi è tra i suoi album più amati, per canzoni come “Il vecchio e il bambino”, “Incontro” e soprattutto “La locomotiva”, la lunga canzone con cui raccontò la storia del macchinista anarchico Pietro Rigosi, che si schiantò con la sua locomotiva in un gesto diventato un simbolo della protesta contro le ingiustizie sociali e della lotta di classe. Nel mezzo Guccini si occupò anche di fumetti insieme al suo amico Bonvi: scrissero Storie dallo spazio profondo (1969), un’apprezzata antologia di storie di fantascienza.

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A metà degli anni Settanta Guccini era uno dei cantautori più stimati e quello che più di tutti diventò un riferimento per la sinistra e i movimenti giovanili e studenteschi, che a Bologna avevano uno dei centri principali. Viveva in via Paolo Fabbri, al numero 43, nel rione Cirenaica, che diede il titolo al disco del 1976 che sarebbe diventato il suo più celebre e amato. In “L’avvelenata”, che diventò la più famosa canzone di Guccini, se la prese con la critica musicale – in particolare con Riccardo Bertoncelli che aveva stroncato il suo disco precedente – e con le ipocrisie del mondo discografico e lo scrutinio ideologico a cui era sottoposto in quanto cantautore politico.

Guccini aveva vissuto il ’68, le contestazioni operaie e studentesche, l’evolversi e il disilludersi dei movimenti di sinistra negli anni Settanta, temi su cui rifletté in “Eskimo”, la canzone più famosa del disco successivo, Amerigo del 1978, intitolata come il celebre giaccone della controcultura. I dischi degli anni Ottanta, come Guccini e Signora Bovary, continuarono a essere apprezzati nonostante il minor successo, com’era comune per i cantautori del decennio precedente.

Continuò ad arrangiarli e a registrarli con i suoi collaboratori storici, in particolare il tastierista Vince Tempera e il chitarrista Juan Carlos “Flaco” Biondini, con i quali mantenne un’intensa attività dal vivo: i suoi concerti nei palasport diventarono un genere a sé, con i suoi lunghi discorsi e un grande coinvolgimento del pubblico più affezionato.

Dalla fine degli anni Ottanta Guccini iniziò a scrivere saggi e romanzi, pubblicati soprattutto da Mondadori, spaziando dallo studio dei dialetti ai gialli scritti con Loriano Macchiavelli. Nel 2012 dopo il disco L’ultima Thule annunciò il ritiro, anche dai concerti, ma nel 2022 era tornato in studio per registrare Canzoni da intorto, che sarebbe stato seguito l’anno dopo da Canzoni da osteria.

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