Gli occhiali di Meta vendono bene ma razzolano male
Sempre più spesso vengono usati per pubblicare video senza il consenso delle persone riprese, e ne ha parlato la stessa azienda
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Gli occhiali smart di Meta sono uno dei più sorprendenti successi dell’azienda degli ultimi anni: nel 2025 ne sono stati venduti più di sette milioni di paia, e sono particolarmente apprezzati da sportivi e content creator, che li usano per fare riprese con le mani libere. La loro diffusione però ha portato anche a un aumento dei video di utenti che li usano per riprendere altre persone senza il loro consenso o per riprendersi mentre le importunano.
Il fenomeno si è diffuso abbastanza da spingere Instagram, azienda del gruppo Meta, a parlarne pubblicamente e a impegnarsi a moderare più severamente la pubblicazione di questi video, con la rimozione dei post e la chiusura di alcuni account. «Se pubblicate contenuti che approfittano delle persone e le molestano, li rimuoveremo», ha detto la scorsa settimana il capo di Instagram, Adam Mosseri, sul suo profilo. In particolare, Mosseri ha fatto riferimento ai cosiddetti “pick up artist”, o “artisti del rimorchio”, influencer che condividono le loro presunte tecniche per avere successo con le donne, registrando video mentre le abbordano.
Secondo il sito Business Insider, non è chiaro quanti profili siano stati chiusi ma almeno due account che pubblicavano contenuti simili non sono più attivi: entrambi avevano più di un milione di follower.
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La decisione di Instagram è arrivata dopo mesi di accuse nei confronti di Meta di non fare abbastanza per limitare questo utilizzo dei suoi occhiali smart. Lo scorso marzo Wired raccontò di quella che chiamò «l’ascesa del guardone con i Ray-Ban Meta», e cioè di come molte persone usassero questi dispositivi – che sono prodotti da Meta in collaborazione con il gruppo italofrancese dell’occhialeria EssilorLuxottica, proprietario del marchio Ray-Ban – per fare scherzi di ogni tipo, ma anche per maltrattare addetti alle pulizie o persone che lavorano nei fast-food. Nella maggior parte dei casi le vittime di questi scherzi, che spesso degenerano nella molestia, non sapevano di essere riprese.
Gli occhiali di Meta sono del tutto simili a normali occhiali da vista o da sole, con una sola differenza: una spia luminosa che si accende quando l’utente sta registrando. Questo segnale non è però sempre facile da notare e può essere coperto o nascosto: come ha raccontato la giornalista statunitense Joanna Stern, online si trovano annunci di persone che promettono di rimuovere la spia per pochi dollari, per chi vuole passare inosservato quando li accende. Meta ha promesso che disattiverà la registrazione nei dispositivi la cui spia luminosa viene manomessa, ma non è ancora successo.
Il problema non è comunque limitato alla registrazione e alla pubblicazione di contenuti non consensuali. Lo scorso febbraio un’inchiesta dei quotidiani svedesi Svenska Dagbladet e Göteborgs-Posten aveva svelato che i video fatti con gli occhiali di Meta vengono condivisi con dei lavoratori in Kenya che si occupano di descriverli ed etichettarli (la cosiddetta “data annotation”), per renderli utilizzabili nell’addestramento di modelli di intelligenza artificiale (AI). Alcuni di loro hanno raccontato di aver avuto accesso a immagini intime e riservate degli utenti di Meta e delle persone con cui essi interagivano. In seguito a questa inchiesta, Meta è stata denunciata con una class action, cioè un gruppo di utenti che avevano comprato gli occhiali dell’azienda, anche perché erano stati pubblicizzati come «progettati per la privacy».
A giugno un’inchiesta di Wired ha anche scoperto che Meta aveva aggiunto segretamente del codice a una delle sue app per smartphone, Meta AI, che avrebbe reso possibile riconoscere una persona inquadrata con gli occhiali dell’azienda, avvertendo l’utente della sua presenza. Il giorno dopo la pubblicazione dell’articolo, Meta ha cancellato il codice relativo al servizio, che era detto internamente “NameTag”.
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L’insieme di scandali e inchieste giornalistiche su questi prodotti è diventato un grave problema per la reputazione di Meta e dei suoi occhiali, un prodotto su cui l’azienda punta molto. Da alcuni mesi, online, gli occhiali smart di Meta vengono chiamati «pervert glasses», ovvero occhiali da pervertito. Qualcosa di simile successe tra il 2012 e il 2013 con il primo dispositivo di questo tipo, i Google Glass. All’epoca, le persone che indossavano in pubblico i Google Glass furono ribattezzati “glassholes” (l’unione tra occhiali e “stronzi”).
La diffidenza verso gli occhiali di Meta si sta diffondendo anche al di fuori dei social media. A inizio mese la cantante Lorde ha criticato gli occhiali smart – senza menzionare direttamente Meta – dal palco di un festival a Madrid tra i cui sponsor c’era Ray-Ban. Il mese precedente, l’influencer statunitense Livvy Dunne aveva pubblicato un video in cui si lamentava del fatto che alcuni suoi fan riuscivano a tracciare i suoi voli, seguendola e registrandola quando arrivava in un aeroporto. Molti di loro, ha precisato Dunne, indossavano occhiali Meta per riprenderla.
Questa settimana Mark Gurman, giornalista di Bloomberg molto informato su Apple, ha scritto che le polemiche sugli occhiali di Meta hanno cambiato i piani di Apple, da tempo al lavoro su un dispositivo simile. Inizialmente, infatti, Apple aveva intenzione di presentare i suoi occhiali smart quest’anno, per metterli in vendita nel 2027, ma la presentazione è stata spostata al prossimo giugno.
Da ormai dieci anni Apple ha fatto della privacy dei suoi utenti uno dei suoi punti di forza, anche per distinguersi dalla concorrenza di Android e Google. Entrare in un mercato controverso come quello degli occhiali smart rischierebbe di compromettere questa immagine: secondo Gurman Apple vuole quindi assicurarsi di poter comunicare chiaramente al pubblico che i suoi occhiali smart sono diversi da quelli di Meta, che oggi domina il mercato.
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