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  • Giovedì 23 luglio 2026

Storia di un palestinese in detenzione amministrativa

Puoi essere preso e tenuto in cella per due anni senza sapere perché: Qusai al Qadi racconta al Post i pestaggi, l’assenza di accuse e le umiliazioni, che per alcuni sono peggiori

di Daniele Raineri, foto di Gabriele Micalizzi, da Hebron (Cisgiordania)

Qusai al Qadi nel salotto di casa, Hebron, Cisgiordania, 9 luglio 2026 (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
Qusai al Qadi nel salotto di casa, Hebron, Cisgiordania, 9 luglio 2026 (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
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Due anni fa alle tre del mattino i soldati israeliani hanno fatto irruzione con i cani dentro al condominio di Hebron dove abita Qusai al Qadi, che allora aveva diciott’anni. L’hanno picchiato e immobilizzato, gli hanno chiesto dove fosse il suo telefono, glielo hanno preso, gli hanno messo una fascetta di plastica ai polsi. Poi i soldati lo hanno portato di sotto dove c’era una camionetta ad aspettarlo e lo hanno trasferito in un carcere in regime di cosiddetta «detenzione amministrativa». Prima nella prigione di Ketziot, in territorio israeliano quasi al confine con l’Egitto, nel deserto del Negev, e poi in quella di Ofer, una prigione israeliana in Cisgiordania vicino a Ramallah.

Quando un comandante militare israeliano in Cisgiordania ritiene che un palestinese possa essere una minaccia per la sicurezza può emettere contro di lui un ordine di detenzione amministrativa e poi andare da un giudice con le prove o gli elementi di sospetto – che resteranno segreti – a farselo convalidare. Non c’è un reato oppure il sospetto di un reato, non c’è un’accusa e non ci sarà un processo.

Nota: stiamo parlando di un giudice militare, perché per i palestinesi nella Cisgiordania occupata dal 1967 vale la giurisdizione militare israeliana. Sono quindi soggetti ai tribunali militari, mentre per gli israeliani in Cisgiordania ci sono i tribunali civili.

Se il giudice militare israeliano convalida l’ordine, la detenzione amministrativa può durare sei mesi che possono essere rinnovati altre tre volte, fino a raggiungere i due anni di detenzione. Alla scadenza di ogni semestre l’avvocato del detenuto può parlare con il giudice che prende la decisione di allungare la detenzione, ma non sa che cosa dice l’ordine di detenzione amministrativa contro il suo assistito.

Il giorno dell’arresto di al Qadi era l’8 luglio del 2024. L’intervista che state leggendo è stata fatta nel pomeriggio del 9 luglio del 2026, il giorno dopo la liberazione dopo due anni di detenzione amministrativa. Qusai al Qadi racconta che l’elemento più scioccante della sua storia è che non sa perché è stato tenuto in prigione. Parla nel salotto in penombra della casa dei suoi genitori, pallido in modo innaturale perché «ci hanno portato all’aria aperta soltanto sei o sette volte. La cella aveva una finestra, ma affacciava su un muro». Mostra i polsi dove ancora ci sono i segni della fascetta di plastica del giorno del suo arresto. Attraverso una tenda si vede, appena fuori dal condominio, la facciata di un edificio che è già nella parte di Hebron sotto il controllo degli israeliani.

I polsi di Qusai al Qadi, su cui si vedono ancora i segni delle fascette di plastica del giorno del suo arresto (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Qusai al Qadi con il padre nel salotto di casa, Hebron, Cisgiordania, 9 luglio (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Al Qadi dice che in prigione c’erano pestaggi contro i detenuti. C’erano tre unità di agenti in tenuta antisommossa, con caschi, scudi, manganelli e cani, che entravano in cella e picchiavano i detenuti senza che ci fossero motivi particolari. «Se sentivano qualcuno pregare ad alta voce, entravano e picchiavano tutti. I pestaggi erano sempre per tutti, senza fare distinzioni. Per mangiare ci davano il cibo in vaschette di plastica che dovevano essere restituite alla fine del pasto. Una volta due detenuti non le hanno restituite e sono arrivati gli agenti a pestare tutti».

Al Qadi racconta che gli agenti usavano un’arma che sparava a distanza ravvicinata proiettili non letali ma incredibilmente dolorosi e producevano una depressione temporanea grande come una palla da ping pong – fa il gesto – nella carne dei detenuti. Non sa spiegare meglio di che cosa si trattasse. Gli agenti israeliani nelle prigioni usano almeno due tipi di proiettili non letali: quelli di gomma, che a differenza di quelli metallici non penetrano ma provocano un forte dolore per l’impatto, e i proiettili di polvere al peperoncino compattata, che sono qualcosa a metà tra i proiettili di gomma e gli spray al peperoncino. «I medici ci visitavano, scattavano fotografie e controllavano che non fossimo in pericolo di vita ma non ci davano nulla».

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Al Qadi dice che i letti a castello in ciascuna cella erano due da tre posti, quindi sei posti in totale, ma i detenuti per ogni cella erano dieci e quindi quattro dormivano sul pavimento. Ogni giorno i materassini che stavano sopra alle reti dei letti erano ritirati dalle celle e riconsegnati alla sera. Non c’erano libri o carta per scrivere. «Al mattino aspettavamo il conteggio, poi parlavamo piano per non farci sentire e guardavamo il muro per ore. Pensavamo al cibo tutto il tempo, perché quello che ci davano non era abbastanza. A volte ci davano due cucchiai di riso a testa. Io ho perso 13 chili nei primi 55 giorni. Mio cugino, che era più robusto, ne ha persi 22. E poi aspettavamo il conteggio della sera. Così tutti i giorni».

Qusai al Qadi nel salotto di casa, Hebron, Cisgiordania, 9 luglio (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

La famiglia che ascolta l’intervista dice che la prima cosa fatta da Qusai al Qadi il giorno dopo la sua liberazione è stata andare a mangiare al mattino presto in un posto di Hebron dove come specialità servono le frattaglie di pecora. È una cosa che aveva pensato di fare per tutto il tempo trascorso in cella.

Quando si parla della detenzione dell’ex capo di Hamas Yahya Sinwar, rimasto per 22 anni in un carcere israeliano, si racconta che leggeva, scriveva, guardava i canali israeliani in televisione e che ebbe il tempo di imparare a parlare un ebraico fluente. Sinwar non era in detenzione amministrativa, era stato condannato a quattro ergastoli, anche per l’omicidio di quattro palestinesi. Era a capo di un servizio d’intelligence interno di Hamas che ammazzava quelli che il suo gruppo considerava traditori. Poi fu liberato nel 2011 in uno scambio di prigionieri, e ucciso da Israele a ottobre del 2024.

Colpisce che nelle prigioni di Israele prima del 2011 le condizioni di un capo di Hamas condannato in via definitiva fossero migliori di quelle di un palestinese qualsiasi tenuto in detenzione amministrativa, quindi senza un processo, tra il 2024 e il 2026. È un segno della traiettoria imboccata dal sistema di detenzione israeliano per volere del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir: dopo le stragi compiute da Hamas il 7 ottobre 2023, le condizioni riservate ai detenuti palestinesi sono diventate sempre più dure e punitive. Nel luglio del 2024 Ben Gvir dichiarò: «Uno dei miei obiettivi principali è peggiorare le condizioni di vita dei terroristi nelle carceri».

Secondo i dati del servizio carcerario israeliano, alla fine del 2025 c’erano 3.229 prigionieri in detenzione amministrativa. Prima delle stragi del 7 ottobre 2023 erano meno di 800.

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Tra le raccomandazioni fatte dal ministro israeliano Ben Gvir ci sono: la riduzione delle razioni di cibo; la limitazione delle docce; la rimozione di apparecchi televisivi e altri comfort; la riduzione del tempo d’aria; il maggiore sovraffollamento delle celle; restrizioni alle visite e ai privilegi concessi ai detenuti.

Da quello che dice al Qadi le raccomandazioni per rendere più dura la vita dei carcerati palestinesi sono state adottate tutte. Lui in due anni non ha ricevuto visite e per quanto riguarda le docce l’intera cella da dieci detenuti aveva cinque minuti contati per una doccia. Questo vuol dire che ognuno disponeva di trenta secondi di acqua corrente per lavarsi. «Avevamo la scabbia», racconta, che è una malattia causata da un acaro che scava minuscoli cunicoli nella pelle e provoca pruriti e irritazioni forti. Le scarse condizioni igieniche e il sovraffollamento possono favorirne la diffusione.

Qusai al Qadi prima della prigionia, in un video sul telefono, Hebron, Cisgiordania, 9 luglio (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

«In carcere a Ofer ho incontrato detenuti che venivano da Gaza e altri che venivano dalla Siria [da un anno e mezzo i soldati israeliani occupano una striscia di territorio nella Siria del sud, ndr]. La loro situazione era molto peggio della nostra. Venivano picchiati continuamente, continuamente umiliati. Tutti eravamo umiliati, perché il carcere è umiliazione, ma per loro era ancora peggio», dice al Qadi.

«Li contavano continuamente, mattina, mezzogiorno e sera. I detenuti di Gaza rimanevano ammanettati perfino dentro le celle. Quando andavano in bagno, ci andavano sempre in due. I due entravano insieme, ammanettati in coppia sia ai polsi sia alle caviglie. Venivano legati assieme, entravano nel bagno in coppia anche soltanto per urinare. Li facevano abbaiare, miagolare, imitare le galline. Per i detenuti di Gaza era una cosa continua. Venivano picchiati molto più dei detenuti della Cisgiordania. Le guardie erano molto più dure con loro, più violente, sia verbalmente sia fisicamente. Li insultavano molto di più. Insultavano anche noi, ma loro molto di più».

Durante gli interrogatori gli israeliani gli chiedevano sempre conto di ciò che aveva pubblicato su Facebook. Per questo al Qadi si è convinto di essere stato imprigionato per istigazione. Sostiene però di non avere mai scritto nulla che potesse far ritenere che rappresentasse una minaccia per la sicurezza.

Quando gli si chiede come si sente in questa situazione risponde: «Mi sento che siamo impotenti e non possiamo fare assolutamente nulla».