I russi stanno trasformando Tbilisi
Dall'invasione dell'Ucraina nella capitale della Georgia ne sono arrivati decine di migliaia, creando una società a parte
di Viola Stefanello, da Tbilisi (Georgia)
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«La prima cosa che è cambiata è stato il paesaggio sonoro. All’improvviso, ogni volta che uscivo a comprare il pane o a fare la spesa, lungo la strada tutti parlavano russo». Tamar Babuadze vive da sempre a Vera, un quartiere nel centro di Tbilisi, e come ricercatrice si è spesso occupata del rapporto tra i georgiani e le comunità migranti che si stabiliscono nella capitale. Quello dei russi arrivati dopo l’invasione in Ucraina, però, è stato un flusso diverso da tutti gli altri.
Subito dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, il 24 febbraio del 2022, tantissimi cittadini russi si trasferirono in Georgia: 43mila solo nel mese di marzo, circa 110mila entro la fine dell’anno.
In un primo momento arrivarono soprattutto dissidenti politici che con l’inasprirsi della repressione interna non potevano più vivere in Russia e persone che lavoravano in settori colpiti direttamente dalle sanzioni occidentali contro il paese, come quello tecnologico. A settembre, quando il presidente russo Vladimir Putin annunciò la mobilitazione parziale per rinforzare l’esercito, arrivò un’altra ondata, più numerosa, fatta di giovani uomini in età da leva che non volevano essere arruolati e mandati a combattere.
Da allora diverse decine di migliaia se ne sono andate, citando tra le ragioni l’ostilità percepita da parte dei georgiani. Quelle che sono rimaste, però, sono state abbastanza da cambiare Tbilisi soprattutto in due modi: la loro presenza ha portato a un innalzamento del costo della vita e degli affitti, che mette in grande difficoltà le persone con un reddito basso, a partire dagli studenti, e ha stimolato l’apertura di nuove attività pensate soprattutto per un pubblico russo “urbanizzato”, mal tollerate anche queste.

Un graffito che assimila Vladimir Putin ad Adolf Hitler sui muri di Tbilisi, 23 giugno 2026 (Viola Stefanello/il Post)
Quantificare i russi rimasti è impossibile, perché la maggior parte ci vive senza permesso di soggiorno. Per come sono pensate le leggi locali, infatti, possono rimanere nel paese senza visto per 365 giorni. Allo scadere dell’anno, basta uscire dalla Georgia anche solo per un giorno perché il conteggio si azzeri. Secondo statistiche governative risalenti al giugno di quest’anno, però, oltre 37mila russi si sono ufficialmente trasferiti nel paese, quasi tutti nella capitale o a Batumi, sul mar Nero.
La differenza si è notata in primo luogo perché, fino al 2022, i russi in Georgia quasi non c’erano. I due paesi hanno una relazione storicamente molto complessa: la Georgia fu colonizzata dall’impero russo per tutto l’Ottocento e poi, dopo un breve periodo di indipendenza, fece parte dell’Unione sovietica fino al 1991. I georgiani di oggi, però, ricordano soprattutto che nel 2008 la Russia invase l’Ossezia del Sud e riconobbe l’indipendenza dell’Abcasia, due regioni di confine, costringendo centinaia di migliaia di abitanti a scappare: tuttora la Russia controlla di fatto le due regioni, mentre il governo georgiano e gran parte della comunità internazionale le considerano territori occupati.
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Dopo l’occupazione, le relazioni diplomatiche e gran parte dei voli tra i due paesi furono sospesi, e per quasi quindici anni di russi in Georgia ne circolarono pochissimi. «C’è un’intera generazione di georgiani che sono cresciuti senza mai sentire il russo per strada», dice Babuadze. «Le lingue che sentivi per strada erano soprattutto il georgiano, e forse un po’ di inglese, e dall’altra parte del fiume magari il turco e un po’ di arabo, ma niente russo. Poi, dal 2022, veniamo bombardati da questo nuovo suono».

Tbilisi, 23 giugno 2026 (Viola Stefanello/il Post)
Nei quartieri centrali di Tbilisi i nuovi arrivati russi hanno aperto moltissime attività – caffè, bar, ristoranti, centri di yoga – pensate soprattutto per una clientela come loro: giovane, urbana, abituata a un certo tipo di consumi. Sono posti frequentati quasi esclusivamente da russi, in cui i menù sembrano tradotti in georgiano in modo molto grossolano, e dove i prezzi rispecchiano il potere d’acquisto maggiore degli expat russi. Molti sono “nomadi digitali”, che potrebbero lavorare a Tbilisi come a Lisbona o a Bali. Anche per questo, vari esperti hanno cominciato a parlare di una “società parallela” russa, che ha replicato a Tbilisi tutti i comfort e le abitudini che aveva a Mosca o San Pietroburgo senza partecipare granché alla vita politica e sociale della città.
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Il secondo cambiamento riguarda il costo della vita, e in particolare gli affitti. Inizialmente, sui gruppi Facebook che offrono case in affitto e su piattaforme come Airbnb, molti pubblicavano annunci dicendo che non avrebbero affittato a russi. Le posizioni, però, si sono presto ammorbidite «perché la gente ha bisogno di soldi», dice Babuadze. La Georgia è da anni in una situazione economica difficile, con prezzi alti e pochi posti di lavoro, e per molti proprietari affittare una stanza o un appartamento è uno dei pochi modi per arrivare a fine mese.
Con la domanda cresciuta all’improvviso, in molti casi i proprietari hanno raddoppiato i canoni, e i russi, che hanno un potere d’acquisto più alto, hanno finito per rimpiazzare gli inquilini locali. Nel solo 2022 il prezzo degli affitti a Tbilisi è salito del 48 per cento, con l’aumento concentrato nei quartieri storici e più richiesti come Vera, Sololaki, Vake e Saburtalo. A rimetterci sono stati soprattutto gli studenti, che si erano sempre affidati agli appartamenti del centro – spesso antichi e un po’ fatiscenti – per ovviare alla scarsità di dormitori universitari. Molti, tornati in classe dopo il periodo di studio da remoto durante la pandemia, si resero conto di non riuscire più a trovare una stanza a un prezzo sostenibile.
In questo contesto, Tbilisi negli ultimi anni si è riempita di segni che mostrano molto chiaramente l’ostilità verso la Russia e, di riflesso, verso i russi. Sul muro di Mutant Radio, uno dei locali notturni più apprezzati della città, c’è un grosso poster. Dice «se sei entrato nel nostro spazio vuol dire che sei d’accordo con il fatto che Vladimir Putin è un criminale, la Russia è un paese occupante, e che rispetti l’integrità territoriale della Georgia, dell’Ucraina e di qualsiasi paese sia mai stato vittima di un’occupazione russa».
Messaggi simili, in georgiano come in inglese, si ripetono ancora e ancora sui muri, sia nelle zone turistiche che in quelle meno battute: graffiti che dicono «Fanculo la Russia» o «Russi, tornate a casa», bandiere dell’Ucraina dipinte ovunque, immagini di Putin con dei baffetti che ricordano chiaramente quelli di Adolf Hitler o, direttamente, scritte che gli danno del dittatore e del criminale di guerra.

Il poster sul muro di Mutant Radio, Tbilisi, 19 giugno 2026 (Viola Stefanello/il Post)
Giorgi Lomsadze, giornalista che si occupa da decenni di politica interna in Georgia, spiega che prima del 2022 tutti questi poster e graffiti non c’erano: a suo avviso, sono solo il segno più evidente di una grande insoddisfazione in città. «Dal punto di vista dei georgiani, è quantomeno di cattivo gusto che il paese verso cui i russi hanno deciso di fuggire sia proprio il nostro», racconta al Post. «Non sto esprimendo la mia opinione, è fattuale: è così che moltissimi georgiani si sentivano nel 2022, ed è così che molti si sentono ancora».
All’inizio, racconta, ci furono anche degli scontri più espliciti. Quando, dopo la mobilitazione, i russi cominciarono ad arrivare in massa, in auto, un gran numero di persone si presentò al confine con cartelli che intimavano loro di tornarsene a casa. Alcuni ristoranti esposero cartelli in cui si diceva che i russi non erano i benvenuti, o che se volevano essere serviti avrebbero dovuto pagare il 20 per cento in più, «dato che il vostro paese occupa il 20 per cento del mio». Tuttora ci sono ristoranti che, sullo scontrino, ribadiscono che il 20 per cento della Georgia è occupata dalla Russia.

Uno scontrino con scritto che il 20 per cento della Georgia è occupata dalla Russia, Tbilisi, 18 giugno 2026 (Viola Stefanello/il Post)
L’ostilità nei confronti dei russi non ha a che fare con una generica xenofobia, che pur in Georgia esiste, soprattutto nei confronti delle comunità turche e arabe che vivono e lavorano nel paese da anni. I russi però non sono visti come migranti o rifugiati politici, ma come dei colonizzatori, per la seconda volta.
Non tutti quelli arrivati a Tbilisi, comunque, restano ai margini della vita della città. Una minoranza è fatta di persone politicizzate, che conoscono la storia dei rapporti tra i due paesi e la guerra del 2008, e con cui è più facile parlarne. Alcuni di loro si sono uniti ai georgiani durante le grandi proteste antigovernative cominciate alla fine del 2024 e proseguite per mesi, organizzate proprio per criticare il progressivo avvicinamento del governo georgiano alla Russia.

Uno striscione che dice «La Georgia non è la Russia» durante una protesta fuori dal parlamento a Tbilisi, 28 ottobre 2024 (Nicolo Vincenzo Malvestuto/Getty Images)
Babuadze racconta di aver sentito diverse storie di cittadini russi che davano una mano ai manifestanti, portando cibo o quello che avevano da offrire. Alcuni sono stati arrestati: tra loro Anastasia Zinovkina, arrivata dalla Siberia, che con il compagno avrebbe voluto proseguire verso l’Argentina e invece, quando sono cominciate le proteste, ha deciso di restare per servire tè caldo ai manifestanti in strada. «Ma non è quello che vediamo tutti i giorni», dice Babuadze. «Tutti i giorni vediamo strade occupate, marciapiedi occupati, un paesaggio sonoro occupato».



