Sì, c’è ancora chi gioca quotidianamente a Pokémon Go

Dieci anni fa milioni di persone lo scaricarono e ci giocarono con entusiasmo per mesi: alcuni non hanno mai smesso

Il grande evento di Pokémon Go per i dieci anni dall'uscita a New York, il 9 luglio 2026 (REUTERS/Eduardo Munoz)
Il grande evento di Pokémon Go per i dieci anni dall'uscita a New York, il 9 luglio 2026 (REUTERS/Eduardo Munoz)
Caricamento player

Tra l’11 e il 12 luglio circa duecento persone si sono date appuntamento a Prato della Valle, l’enorme piazza ovale nel centro di Padova. Erano lì per il compleanno di Pokémon Go, il gioco per smartphone che dieci anni fa, nell’estate del 2016, spinse milioni di persone in tutto il mondo a girare per strade e parchi con il telefono in mano per “catturare” dei mostriciattoli virtuali. La mappa del gioco era quella del mondo reale, e monumenti, chiese, fontane e statue diventavano Pokéstop e Palestre, cioè i punti in cui si raccolgono gli oggetti necessari a giocare e in cui ci si sfida. Prato della Valle è un ottimo posto in cui trovarsi, perché vi si affacciano ottantasette statue.

Nel 2016 l’impatto di Pokémon Go fu gigantesco: quell’estate i telegiornali raccontarono regolarmente, e con toni un po’ distopici, delle migliaia di persone che convergevano verso Central Park a New York per catturare un Vaporeon o che bloccavano le strade di Taipei per uno Snorlax. La maggior parte di chi scaricò il gioco se ne stancò dopo qualche settimana e oggi la considera una moda passata. A distanza di dieci anni, però, Pokémon Go ha ancora un suo seguito e un suo valore.

L’anno scorso Scopely, azienda controllata dal fondo sovrano saudita, ha speso 3,5 miliardi di dollari per comprare Pokémon Go e un’altra manciata di videogiochi dallo sviluppatore originale, Niantic. Ma, soprattutto, milioni di persone accedono ancora al gioco quotidianamente e si riuniscono sia su gruppi online – soprattutto su Telegram, Facebook e Discord – sia offline.

In occasione del decimo anniversario Scopely ha organizzato un evento globale che tra le altre cose rendeva per la prima volta disponibile a tutti Mega Mewtwo, uno dei Pokémon più forti e desiderati. Per catturarlo servivano dodici giocatori che lo attaccassero insieme. Questa e altre iniziative hanno portato a raduni di giocatori in tutto il mondo.

«Alcuni di noi sono arrivati per colazione, altri hanno portato anche un pranzo al sacco», racconta Fabrizio Lo Iacono, che si è dato appuntamento a Padova con gli amici conosciuti attraverso il gioco. «Io poi ho dovuto prendere ferie il lunedì per riprendermi, perché ho giocato due giorni non-stop».

– Ascolta anche: Superfan: Ragazzine isteriche, maschi infantili e pazzi stalker

Lo Iacono gioca dal 6 luglio 2016, il giorno in cui l’applicazione uscì in Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti, qualche giorno prima che arrivasse in Italia. «La maggior parte degli amici che ho oggi li ho conosciuti attraverso il gioco, e anche se qualcuno nel frattempo ha smesso di giocare o lo fa in modo meno hardcore, continuiamo a frequentarci». Dice che i giocatori hanno cominciato a incontrarsi di persona nel 2017, quando sono stati introdotti i “raid”, cioè le lotte contro i Pokémon leggendari che richiedono di trovarsi in molte persone nello stesso posto alla stessa ora per poter “combattere” insieme.

Oggi moltissimi giocatori che non vogliono andare fisicamente nei posti dove si tengono i raid usano app secondarie che permettono di fingere di trovarsi da un’altra parte, anche a chilometri e chilometri da dove ci si trova veramente. Chi lo fa viene chiamato “fly” (perché “vola” in giro per il mondo) ed è piuttosto mal visto da chi, invece, continua a giocare andando in giro. Giocare “in fly”, peraltro, è scoraggiato anche dall’azienda stessa, che regolarmente elimina gli account di chi lo fa troppo spesso.

In molte città, comunque, continua a esistere una nutrita comunità di giocatori che si incontrano dal vivo. Lorenzo Malatesta ha 35 anni, vive a Cesena e gioca a sua volta dal 6 luglio 2016: dice che per lui «la cosa migliore è stata conoscere persone con cui condividere questa passione [per i Pokémon, ndr], che per me era nata nel 1997», dice. «All’epoca, però, si giocava stando chiusi in una stanza». Da allora, dice, dedica al gioco una media di due ore al giorno. Se un amico smette di giocare dopo tanto tempo, gli chiede di condividere con lui le credenziali dell’account: in questo modo, nel tempo è entrato in possesso di una ventina di account secondari, che utilizza per scambiare Pokémon con il proprio account principale. È una pratica abbastanza diffusa tra i giocatori della prima ora.

Chi oggi continua a giocare, infatti, spesso lo fa coordinandosi con gli altri giocatori. In Italia la maggior parte del coordinamento passa da Telegram, dove esistono gruppi dedicati a qualsiasi cosa: uno che segnala dove appaiono Pokémon pregiati, uno di consigli, uno per scambiarsi Pokémon e così via.

Dal 2016 il gioco è cambiato tantissimo, anche per offrire nuove esperienze e modalità di fruizione a chi continua a investirci soldi e tempo. Pokémon Go si scarica gratuitamente e guadagna dalle microtransazioni, cioè dai piccoli acquisti con cui i giocatori comprano risorse, spazio nel proprio inventario o l’accesso a certi eventi virtuali. Tecnicamente è possibile giocarci del tutto gratis, ma i giocatori più assidui – oppure quelli che vivono più lontano dalle città, e quindi hanno meno Pokéstop e risorse vicino a casa – finiscono per spenderci anche migliaia di euro all’anno.

– Leggi anche: L’invenzione dei Pokémon

Il designer Marek Matthew Getter, che si definisce «dipendente» da Pokémon Go, racconta che l’app, come molte altre, è progettata per diventare «la prima cosa a cui pensi la mattina e l’ultima a cui pensi prima di addormentarti la sera», in modo non molto diverso da Instagram o TikTok. Invia continue notifiche: per segnalare la presenza di un nuovo Pokémon nelle vicinanze, o di una battaglia che sta per cominciare in una Palestra vicina, o di un traguardo raggiunto per aver camminato un certo numero di chilometri.

Al suo interno, poi, ci sono vari meccanismi che rendono difficile mollare il gioco: fino a quando non si cattura un Pokémon, per esempio, non si può sapere se è molto forte o se è un esemplare comune. L’unico modo per ottenere degli esemplari forti quindi è continuare a giocare. E dopo un po’ smettere di giocare significa rinunciare a tutto quello che si è investito e accumulato nel tempo.

Nel caso di Pokémon Go, a suo avviso, a tutto questo si aggiunge anche una certa fear of missing out, ovvero il timore che smettere di giocare anche solo per qualche giorno ti faccia perdere delle occasioni importanti: se un Pokémon raro è disponibile soltanto per un fine settimana, per esempio, chi non gioca in quelle ore lo perde.

– Leggi anche: I videogiochi che avvicinano al gioco d’azzardo

Uno studio pubblicato nel 2023 da un gruppo di ricerca di Amsterdam evidenzia però un’altra ragione principale per il successo protratto dell’app. I ricercatori hanno intervistato oltre 1600 giocatori assidui (per il 60 per cento donne, e con un’età media attorno ai 37 anni) e hanno determinato che, nella gran maggioranza dei casi, ad attirarli sul lungo periodo non è stato tanto il desiderio di avanzare nel gioco o di “catturarli tutti”, ma quello di stare in contatto con gli altri giocatori. Secondo la loro analisi, insomma, le persone che giocano di più e che spendono più soldi all’interno dell’app sono quelle che hanno una fitta rete di contatti e amicizie sviluppata grazie al gioco.

Lo stesso studio ha mostrato peraltro che, nel caso di Pokémon Go, cooperare con gli altri giocatori permette anche di progredire più in fretta nel gioco, perché i raid e gli scambi sono il modo più efficiente per ottenere i Pokémon migliori.

Stefano Ceccato, per esempio, ha 38 anni e gioca dal 2016. Ha cominciato su consiglio della sorella, che però ha smesso dopo un paio di mesi: lui, nel frattempo, aveva trovato nuovi amici con cui giocare. «Il fatto che esistesse una comunità locale attiva e presente è stato il motivo principale per cui sono rimasto nel gioco», dice.

Pokémon Go, peraltro, lo ha anche portato a guardare la sua cittadina, nella provincia di Padova, «in un modo diverso». Chiunque, nell’applicazione, può proporre nuovi Pokéstop, che vengono approvati soltanto se corrispondono a luoghi di un qualche interesse storico o artistico, e Ceccato ha quindi iniziato a documentarsi sui capitelli e sulle edicole votive del suo comune per poterli segnalare. «Sono una persona abbastanza reclusa, e Pokémon Go mi ha motivato a passare più tempo all’aria aperta e a conoscere persone a cui non mi sarei mai approcciato di mio: maestre, pensionati, ragazzini. Di tutto e di più».

– Ascolta anche: Cosa accomuna un tifoso delle bighe nell’antica Roma e una fan di Taylor Swift?