La scomparsa dei dischi fisici della PlayStation non piace a nessuno
Perché comporterà meno libertà per gli utenti, anche se ormai la maggior parte scarica i videogiochi dai negozi online
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Anche se ormai la grande maggioranza dei videogiochi viene acquistata digitalmente, l’annuncio con cui Sony ha anticipato che dal 2028 non stamperà più dischi per le sue console PlayStation è stato molto discusso e contestato, soprattutto perché rischia di rendere più complicato il modo in cui si accede e si utilizzano. Analisti e giornalisti lo hanno descritto come un cambiamento che avrà conseguenze profonde sul settore e sul modo in cui le persone fruiscono dei videogiochi, e che ridurrà o eliminerà possibilità che fino a oggi erano date per scontate, come rivendere i dischi, prestarli, possederli fisicamente e quindi poter giocare in qualsiasi momento.
Entro un anno e mezzo i nuovi giochi sia per PlayStation 4 sia per PlayStation 5, di Sony o altri editori, potranno essere ottenuti solo attraverso lo store digitale accessibile dalle console, con un acquisto o riscattando un codice che per allora avrà sostituito i dischi all’interno delle confezioni disponibili nei negozi. Nelle scorse settimane era stato annunciato che questa soluzione riguarderà anche Grand Theft Auto VI, il videogioco più atteso del decennio, la cui uscita è prevista per il 19 novembre: alcuni analisti ritengono che la tempistica del comunicato di Sony sia collegata.
Sony ha spiegato che quella imboccata è «una direzione naturale per adattarsi alle tendenze dei consumatori». Nell’anno fiscale 2025 il 78% dei videogiochi pubblicati per le console PlayStation è stato venduto in formato digitale, anche se va tenuto conto che solo una parte di questi è disponibile anche su disco.
Per grandi editori come Ubisoft, Electronic Arts e Take-Two Interactive gli acquisti in digitale nel 2024 e nel 2025 hanno costituito tra l’85% e il 95% dei ricavi e altri si trovano in una situazione molto simile. Ed è significativo che fin dall’inizio di questa generazione di console sia Sony sia Microsoft ne abbiano proposto delle versioni senza un lettore di dischi.
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Nonostante questo, l’annuncio di Sony ha prodotto molte reazioni negative. Hideo Kojima, creatore delle serie Metal Gear e Death Stranding, si è detto «molto rattristato» e ha fatto riferimento alla possibilità che un editore renda inaccessibile un contenuto digitale in qualsiasi momento. L’impossibilità di continuare a utilizzare i videogiochi acquistati è un rischio che colpisce in maniera molto minore chi ha una copia su disco, che in molti casi funziona anche senza un collegamento a internet. Di quasi 800 videogiochi su disco per PlayStation 5 analizzati dal sito DoesItPlay?, il 93% può essere giocato offline e il 66% non richiede alcun download.
A colpire sono stati i tempi, con un’inattesa accelerazione verso un mercato completamente digitale. Shawn Layden, che è stato presidente della divisione statunitense di PlayStation dal 2014 al 2018, ha definito «drastica» la decisione presa da Sony, che essendo l’azienda leader di settore potrebbe essere imitata anche dalla concorrenza.
A differenza dei videogiochi su disco, l’acquisto della versione digitale garantisce di fatto la sola licenza di utilizzo, che può essere revocata o modificata dall’editore. Il giornalista statunitense Luke Plunkett scrive che la decisione di Sony «ci conduce verso un futuro in cui siamo tutti affittuari della cultura, perennemente impegnati a noleggiare prodotti da un manipolo di aziende e mai proprietari di qualcosa». È un problema che da tempo riguarda anche film e musica, la cui smaterializzazione per mezzo dello streaming sta trasformando il nostro rapporto con i prodotti culturali, un tempo fortemente legato al possesso di prodotti fisici e ora invece dipendente dalla disponibilità concessa da poche piattaforme.
In un comunicato stampa la Entertainment and Retail Association, che rappresenta gli operatori del settore per il Regno Unito, ha sottolineato che un videogioco su disco può essere prestato, rivenduto e soprattutto utilizzato anche molti anni dopo il suo acquisto, tutte libertà che non sono garantite da una licenza di utilizzo.
Per come sono fatti oggi i negozi come PlayStation Store, Microsoft Store, eShop di Nintendo e per molti versi anche Steam o altri store digitali per PC, chi scarica la versione digitale di un videogioco ha un minore controllo sul suo utilizzo rispetto all’edizione su disco. Nessun negozio digitale permette infatti di rivendere la licenza di utilizzo e senza le versioni su disco si ridurrà drasticamente il mercato dell’usato, che oggi permette di acquistare videogiochi a prezzi solitamente più bassi rispetto alle copie nuove o digitali (da cui gli editori non hanno alcun ritorno diretto). Solo eShop di Nintendo permette di prestare un videogioco in formato digitale, attraverso un sistema che però mette molti paletti.
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Un mercato digitale in cui è impossibile prestare, rivendere o anche solo avere la certezza di poter continuare ad accedere ai prodotti acquistati rappresenta, secondo il punto di vista prevalente tra gli appassionati, un mercato peggiore.
Solo pochi giorni prima del suo annuncio, Sony aveva avvisato i clienti che «a causa degli accordi di licenza sui contenuti» dal 1° settembre 2026 oltre 500 film di Studio Canal venduti attraverso PlayStation Store non saranno più accessibili a chi li aveva acquistati. Era stata poi la volta dell’annuncio che entro l’estate del 2027 PlayStation Store non sarà più accessibile dalle console PlayStation 3 e PlayStation Vita. Vuole dire che non sarà più possibile acquistare i videogiochi in formato digitale realizzati per quelle console, nemmeno attraverso altre console PlayStation. Questo metterà fuori dal mercato molte centinaia di videogiochi. Chi li ha già acquistati potrà scaricarli di nuovo, ma solo per un periodo di tempo limitato. «Non è possibile fidarsi degli acquisti digitali», scrive Luke Plunkett su IGN, il sito dedicato ai videogiochi più letto al mondo, «e non ci si può fidare delle aziende che li offrono».
Sony ha detto che questa transizione le permetterà di avvicinarsi di più al modo in cui il suo pubblico preferisce accedere ai videogiochi, ma è verosimile che le motivazioni principali siano altre. È opinione di più analisti che il termine della produzione di nuovi giochi su disco porterà alla scelta di non includere un lettore di dischi in nessun modello della futura PlayStation 6, risparmiando sui costi di produzione e di vendita. Poco più di due anni fa Phil Spencer, allora amministratore delegato di Xbox, sosteneva che la presenza di un lettore nelle console rappresentasse ormai un problema, perché i costruttori sono pochi e il costo è significativo.
Ma per Sony è ancora più interessante la possibilità di avere il controllo totale di ogni videogioco venduto attraverso PlayStation Store. Riducendo o addirittura azzerando le copie fisiche nei punti vendita, sono solo Sony e gli editori dei videogiochi a poter imporre i prezzi di vendita. Secondo i dati raccolti nel 2020 dall’analista Serkan Toto, chi controlla gli store digitali delle console, cioè Sony nel caso di PlayStation Store, trattiene il 30% del costo a cui viene venduto il videogioco, mentre per l’edizione su disco i costi di licenza e di stampa non vanno oltre il 20%.
A essere colpiti saranno anche gli editori specializzati nella stampa di edizioni a numero limitato di videogiochi indipendenti, altrimenti disponibili solo in digitale, o di ristampe di videogiochi del passato. Tra questi c’è la californiana iam8bit, che ha commentato l’annuncio di Sony sottolineando quanto le copie su disco aiutino la preservazione e diano maggiore possibilità di scelta ai consumatori. Se poi le prossime generazioni di console non dovessero più avere un lettore di dischi, verrebbe tolta anche la possibilità di utilizzare i videogiochi su disco che già si possiedono.



