A Luigi Di Maio serviva andare al governo per fare i conti con la realtà
Lo ha raccontato in un'intervista al Corriere della Sera, in cui ha detto che sarebbe molto difficile sostenere le stesse posizioni di un tempo

In un’intervista al settimanale 7 del Corriere della Sera, Luigi Di Maio ha fatto alcune dichiarazioni che fanno capire che non rifarebbe diverse cose del suo passato politico. «Per me, oggi sarebbe molto difficile dire le cose che, da opposizione, sostenevamo in campagna elettorale. Consiglio a tutti i partiti di andare a Palazzo Chigi. Perché solo quando governi fai i conti con la realtà». Sono parole sorprendenti per un politico, ma coerenti con la carriera che ha fatto, passando dall’essere capo politico di un partito populista antisistema a fare il diplomatico per l’Unione Europea.
Di Maio iniziò a fare politica da poco più che ventenne nei primi anni del Movimento 5 Stelle. Era un periodo in cui il partito cercava di presentarsi in antitesi alle istituzioni e alla politica tradizionale, con posizioni populiste e una retorica aggressiva e scomposta. Ora Di Maio ha quarant’anni, ha fatto per tre volte il ministro, è stato vice presidente del Consiglio, ha molto moderato le sue posizioni e dopo aver lasciato la politica italiana è diventato rappresentante speciale dell’Unione Europea per il Golfo Persico.
Di Maio era stato capo politico del Movimento 5 Stelle, dal 2017 al 2020, nonché di fatto leader dell’ala destra del partito. Fu lui a proporre un referendum per uscire dall’euro, a definire le ong che soccorrono i migranti in mare «taxi del Mediterraneo», a chiedere la messa in stato d’accusa contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante le trattative per formare il governo con la Lega nel 2018. Spinse anche per fare quel governo, il cosiddetto governo gialloverde, che era il primo di Giuseppe Conte e in cui lui faceva il vice presidente del Consiglio, il ministro del Lavoro e il ministro dello Sviluppo economico.
Risale a quel governo il momento rimasto celebre in cui Di Maio uscì sul balcone di Palazzo Chigi per festeggiare l’approvazione del provvedimento economico che poi avrebbe consentito l’introduzione del reddito di cittadinanza, il sussidio per le persone in condizione di povertà che era uno degli obiettivi politici più importanti del Movimento 5 Stelle: Di Maio disse che grazie a quella misura il Movimento 5 Stelle avrebbe «abolito la povertà», e quell’espressione gli fu più volte rinfacciata dai suoi avversari politici perché eccessivamente ottimistica e ingenua.
Di Maio già in passato si era detto pentito di quell’esultanza dal balcone perché «un uomo delle istituzioni non lo fa».

Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi, la sede della presidenza del Consiglio a Roma, a settembre del 2018 (Fabio Cimaglia / LaPresse)
Dopo quell’esperienza di governo, Di Maio ha poi fatto il ministro degli Esteri nel governo in cui il Movimento 5 Stelle era alleato col Partito Democratico, il secondo di Conte, e mantenne l’incarico anche nel governo di Mario Draghi, di cui era uno dei più convinti sostenitori.
Nell’intervista, in cui parla anche dei suoi rapporti personali con la famiglia e con gli altri esponenti politici di quegli anni, Di Maio racconta che quando era arrivato al governo aveva ricevuto il sostegno e l’apprezzamento di molte persone fuori dal suo partito, e di essersi molto affidato ai funzionari dei ministeri per colmare la sua impreparazione (non ha mai completato gli studi in giurisprudenza). «Ho sempre preso atto dei miei limiti. Alla Farnesina [la sede del ministero degli Esteri, ndr], ad esempio, facevo lezioni d’inglese la mattina presto, in maniera quasi martellante. Tre settimane dopo mi trovai a fare i bilaterali in inglese all’Onu, da ministro. Ho studiato, che fa sempre la differenza».
Nel 2020 lasciò l’incarico di capo politico del Movimento 5 Stelle, preso in seguito da Conte, con l’obiettivo di riportare il partito più vicino ai temi promossi nei primi anni, con toni diversi rispetto a quelli del fondatore Beppe Grillo ma in linea col populismo degli inizi. Nel 2022 Di Maio lasciò il partito dopo mesi di tensioni con Conte, di cui non condivideva le posizioni ambigue sul sostegno all’Ucraina.
Fondò un suo partito, Impegno Civico, con cui si presentò alle elezioni politiche del 2022. Non fu rieletto alla Camera: «il voto del settembre 2022 fu un bagno di realtà. Persi tutto», ha detto nell’intervista. «Dovrei paradossalmente ringraziare gli elettori per quello 0,6 per cento che mi hanno dato»: disse che dopo aver lasciato la politica italiana incontrò a Berlino quella che ora è la sua compagna, e dopo qualche mese ricevette l’incarico da rappresentante speciale nel Golfo, quello che ricopre tuttora.


