Le gallerie d’arte contemporanea sono in crisi?

Nel settore c'è preoccupazione per gli annunci di chiusure e ridimensionamenti, e per la scomparsa di un bacino storico di clienti: la borghesia

La mostra delle gallerie Thaddaeus Ropac e Pace durante la fiera Frieze a Londra, in Regno Unito, 7 ottobre 2024 (Elliott Franks/Eyevine/Contrasto)
La mostra delle gallerie Thaddaeus Ropac e Pace durante la fiera Frieze a Londra, in Regno Unito, 7 ottobre 2024 (Elliott Franks/Eyevine/Contrasto)
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A inizio giugno la Pace Gallery, una delle più grandi, storiche e influenti gallerie d’arte contemporanea al mondo, ha annunciato che ridurrà il numero degli artisti che rappresenta da circa 135 a poco più di 80, e che licenzierà 50 dei suoi 250 dipendenti. Pace è una delle cosiddette “mega-gallery”, visto che ha 7 sedi sparse in più continenti, ed è comparabile per scala di profitto a una multinazionale. La notizia dei licenziamenti è stata accolta nel mondo dell’arte con preoccupazione, perché uno degli argomenti più dibattuti e attuali del settore riguarda i ricorrenti ridimensionamenti e le numerose chiusure delle gallerie d’arte degli ultimi anni.

Il fenomeno in realtà non tocca e non influenza tanto le grandi gallerie come Pace Gallery o la Blum Gallery, ma soprattutto quelle di medie dimensioni, che rappresentano tra i 15 e i 40 artisti, cioè ne promuovono e vendono le opere. Negli ultimi anni hanno chiuso decine di gallerie di questo tipo e di grande rilevanza culturale negli Stati Uniti e in Europa: la Clearing Gallery di Los Angeles, le storiche gallerie Sperone Westwater di New York e la Rhona Hoffman di Chicago, la Project Native Informant di Londra, la Nir Altman di Monaco, la Galerie Francesca Pia di Zurigo e la High Art di Parigi.

Le chiusure sono state interpretate come segnale di una crisi più generalizzata del modello tradizionale delle gallerie d’arte, il cui ruolo è commerciale, in quanto sono i principali intermediari tra artisti e collezionisti, ma anche culturale. Assieme a musei, fiere, fondazioni pubbliche e private e alle altre istituzioni che se ne occupano, le gallerie contribuiscono infatti a definire i canoni dell’arte contemporanea, riconoscendo e valorizzando le tendenze e i nuovi artisti.

Appassionati d’arte osservano un’opera alla galleria Blum & Poe durante la fiera Frieze Seoul 2022, in Corea del Sud (Chung Sung-Jun/Getty Images per Frieze Seoul)

Pochi giorni fa sul New York Times Marc Spiegler, ex direttore di Art Basel, una delle più importanti fiere d’arte contemporanea e moderna al mondo, ha firmato un editoriale intitolato “Le gallerie d’arte non stanno bene”. Spiegler dice che «il mercato dell’arte non è cresciuto quanto il “mondo dell’arte”»: nonostante l’influenza nella cultura mainstream dell’arte contemporanea sia aumentata, il volume delle vendite non lo ha fatto altrettanto. Nel frattempo, dice Spiegler, i costi delle opere d’arte sono cresciuti e non si è formata una nuova classe di collezionisti in grado di sostenerli, e soprattutto interessata a farlo.

Al contrario, dice Spiegler, le opere d’arte vengono sempre più trattate come beni da investimento, e questo ha attratto nell’ambiente acquirenti che rivendono rapidamente all’asta le opere che comprano dalle gallerie. Infine, parlando del modello espositivo delle gallerie, individua un errore nell’espansione internazionale che è avvenuta su impulso della globalizzazione. Le grandi gallerie avrebbero dovuto secondo lui coltivare e curare i mercati e la clientela locali.

Gian Marco Casini, proprietario di una piccola galleria omonima di Livorno, racconta al Post che la scorsa settimana alla fiera Art Basel di Basilea «si percepiva, anche confrontandosi con i colleghi di gallerie più strutturate e più grandi, un po’ di preoccupazione e malumore».

Partecipare alle fiere è essenziale per le gallerie, per mostrarsi attivi nel settore e permettere ai propri artisti di presentare le proprie opere a un pubblico internazionale più ampio. Tuttavia i costi di partecipazione e quelli accessori (il viaggio, il pernottamento, il trasporto e l’installazione delle opere) sono ogni anno più onerosi. Per rientrare dell’investimento della fiera – ed eventualmente guadagnare anche qualcosa – i galleristi devono puntare a vendere sempre più opere. Non sempre succede: «per una galleria come la mia significa vendere almeno due o tre opere in più, e non è facile, è un rischio», dice Casini.

Ci sono poi da aggiungere le altre difficoltà che riguardano tutte le imprese: anche il settore dell’arte ha subito l’aumento dei costi dei materiali, dell’energia e più in generale delle spese operative. L’approccio delle gallerie è quindi quello che assume la maggior parte delle aziende in una situazione di incertezza economica: prudenza.

È il motivo per cui le gallerie più grandi e le mega-gallery stanno soffrendo di meno: «Sopportano maggiormente i rischi. Queste gallerie sono solide, non hanno difficoltà, sono come delle navi enormi che non vengono turbate da un po’ di tempesta» spiega al Post Isidoro Mazza, professore di economia della cultura specializzato in arte contemporanea e mercato dell’arte all’università di Catania.

Eppure quello delle “mega-gallery” è un modello sempre meno attraente. Molte hanno scelto di ridimensionarsi e di chiudere alcune delle proprie sedi. Alex Logsdail, amministratore delegato della Lisson Gallery – che ha sei spazi espositivi permanenti distribuiti in quattro città – ha raccontato al Financial Times che dopo un periodo di grande espansione al di fuori della sede londinese, ora «non siamo interessati ad aprire altri spazi». Se si presenta una buona opportunità di aprire una nuova sede, la regola è che devono chiuderne un’altra.

Quella che sta avvenendo è una «ricalibrazione in cui la dimensione conta meno dell’identità» ha scritto Franco Broccardi, esperto in economia della cultura, su Il Giornale dell’Arte. Le grandi gallerie stanno in molti casi riducendo il numero di artisti rappresentati, concentrandosi di più su una gestione accurata delle opere e su creare legami stretti con i clienti. Una strategia coerente con una logica tipica del lusso, secondo cui una presenza selettiva contribuisce a mantenere un’immagine di prestigio.

Più in piccolo, è una strategia inseguita anche da una galleria come quella di Casini, che rappresenta 7 artisti ma punta a «progetti ambiziosi e all’idea di condividere un progetto», che tra le altre cose aiuta a mettersi «un po’ al riparo dagli sbalzi del mercato».

Questo tipo di approccio è necessario anche per attirare i clienti, che come le gallerie hanno cominciato a essere più prudenti. È un problema che riguarda particolarmente l’Italia: «il potere d’acquisto in Italia si è ridotto molto nel tempo, quindi le gallerie italiane devono rivolgersi sempre più a compratori internazionali. La piccola e media borghesia italiana che acquistava, che curava piccole collezioni a casa che crescevano nel tempo, è quasi completamente tagliata fuori dal mercato», dice Mazza.

A sostituirla sono stati i cosiddetti flippers, clienti che trattano le opere come beni da rivendere all’asta velocemente, col più grande profitto possibile. La maggior parte delle gallerie non tollera questi clienti: molte cercano di riconoscerli – nell’ambiente circolano i nomi – per evitare di proporre loro qualche opera.

A differenza di altri settori del mondo della cultura, l’ambiente delle gallerie d’arte sembra meno intenzionato a volersi “svecchiare” e soprattutto a voler presentare un’immagine di sé più inclusiva e accessibile. Le fiere stesse sono eventi in cui conta moltissimo l’esclusività delle “preview”, cioè le giornate e gli eventi riservati solo per ospiti invitati e quelle che ricevono più copertura mediatica. Questo non aiuta il tentativo di contenere la dispersione di clienti che non siano super ricchi. Secondo Casini «bisognerebbe ripensare agli strumenti che il mondo dell’arte usa per la promozione e l’inclusione dell’arte, per allargare il proprio pubblico».

L’insistente copertura mediatica dei giornali di settore negli scorsi mesi sulle chiusure delle gallerie potrebbe comunque aver dato l’impressione di una crisi più grande di quella reale. Ci sono infatti anche dei dati incoraggianti: l’ultimo rapporto annuale di ricerca sul mercato globale dell’arte di Art Basel ha analizzato i cambiamenti annunciati da 205 gallerie nel 2025. Di queste 51, cioè il 25 per cento, hanno annunciato la chiusura, ma 85 (il 42 per cento) erano comunicazioni di aperture di nuove gallerie o nuove filiali di attività già esistenti.

Anche i dati ufficiali raccolti dai governi di alcuni paesi mostrano cali contenuti, in contrasto con le rappresentazioni a volte molto allarmistiche dei giornali. Negli Stati Uniti le gallerie che impiegano lavoratori dipendenti sono diminuite del 4 per cento nel 2025, nel Regno Unito del 3 per cento. È il secondo anno consecutivo di calo, ma il numero complessivo resta comunque superiore del 10 per cento rispetto ai livelli pre-pandemia.

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