Anche il Senato degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione per imporre il ritiro dalla guerra contro l’Iran: è però una misura perlopiù simbolica

Come la Camera a inizio giugno, anche il Senato degli Stati Uniti ha approvato la risoluzione per imporre al presidente Donald Trump di ritirare i militari statunitensi dalla guerra con l’Iran o di ottenere in alternativa l’approvazione del Congresso per continuarla. È un provvedimento su cui Trump può mettere il veto, e che quindi difficilmente avrà effetti concreti, ma è comunque molto rilevante sul piano politico.
È il segno che c’è un’opposizione molto forte alla guerra in Medio Oriente, anche all’interno dei Repubblicani, il partito del presidente: hanno votato a favore della risoluzione tutti i Democratici eccetto uno e quattro Repubblicani, il cui contributo è stato determinante perché è passata solo per due voti. La risoluzione è ancora più importante sul piano politico perché è stata votata nonostante gli Stati Uniti abbiano raggiunto con l’Iran un accordo preliminare per il cessate il fuoco: il governo di Trump sta ricevendo però molte critiche per le tante concessioni all’Iran, e perché l’accordo preliminare è anche peggiore dell’accordo sul nucleare firmato dal governo di Barack Obama nel 2015, quello da cui Trump fece uscire gli Stati Uniti durante il suo primo mandato.
Finora Trump ha ripetutamente ignorato qualsiasi tentativo del Congresso di limitare il suo potere di continuare la guerra contro l’Iran. La legge statunitense prevede che un presidente possa fare una guerra senza coinvolgere il Congresso al massimo per 60 giorni: quella contro l’Iran è cominciata ufficialmente il 2 marzo e quindi avrebbe dovuto ottenere l’autorizzazione entro l’1 maggio. Non l’ha ottenuta, ma ha aggirato la legge con una lettera al Congresso in cui sosteneva che il decorrere dei giorni fosse stato interrotto da uno dei primi periodi di cessate il fuoco, quello entrato in vigore ad aprile, e che quindi il voto non fosse necessario.


