Il “trolling” istituzionalizzato di Donald Trump
Quando un musicista progressista si infuria perché una sua canzone accompagna un video dei rastrellamenti dell'ICE, la Casa Bianca ha fatto bene il suo lavoro

A inizio giugno l’account ufficiale della Casa Bianca ha pubblicato su TikTok uno dei tanti video che mostrano gli agenti dell’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione e le dogane, mentre arrestano delle persone. La canzone di sottofondo era “Bye” di Ariana Grande; la didascalia diceva: “Bye-bye! Il presidente Trump ha realizzato il confine più sicuro della storia”. Grande, che è notoriamente progressista, ha commentato il video dicendo: «Per favore, non usate mai più la mia musica in relazione a queste schifezze barbare, disumane e atroci».
L’account ha nascosto il commento e ha tolto l’audio dal video, e la portavoce della Casa Bianca Abigail Jackson ha detto: «Lo diremo un’ultima volta: ciò che è davvero barbaro, disumano e atroce sono i criminali immigrati illegali che hanno ferito e ucciso cittadini statunitensi innocenti». È soltanto l’ultimo di una lunga serie di scambi simili: da quando Trump si è insediato di nuovo come presidente degli Stati Uniti, nel gennaio del 2025, gli account ufficiali dell’amministrazione pubblicano regolarmente contenuti che sembrano costruiti apposta per provocare e far infuriare i suoi oppositori.

Il commento di Ariana Grande, poi cancellato
Vari esperti di comunicazione e politica hanno sottolineato che il punto di questi contenuti non è spiegare le politiche dell’amministrazione o persuadere gli elettori, ma provocare una reazione emotiva: quello che nel gergo di internet si è sempre chiamato trolling.
In un articolo pubblicato l’anno scorso sull’European Journal of International Security, i ricercatori Huw Dylan e Thomas Colley lo definiscono come l’insieme di «atti di comunicazione deliberati, ingannevoli e trasgressivi, compiuti per provocare una reazione, a beneficio di chi trolla e del suo gruppo, a spese del bersaglio». Chi viene preso di mira può indignarsi e rispondere a tono dimostrando che la provocazione ha funzionato, dando peraltro ancora più visibilità al contenuto, oppure può ignorarla apparendo come sconfitto o arrendevole.
Anche soltanto per quanto riguarda gli scontri con i musicisti, gli esempi sono tantissimi. A febbraio i Radiohead, anche loro notoriamente progressisti, chiesero la rimozione di un video dell’ICE che usava la loro “Let Down”, scrivendo: «Questa canzone significa molto per noi e per altre persone, e non potete appropriarvene senza aspettarvi che opponiamo resistenza».
Sempre a febbraio Kesha aveva protestato per l’utilizzo della sua canzone “Blow”, associata a un video su TikTok che mostrava un cacciabombardiere intento a colpire una nave nemica. Prima ancora era toccato, tra gli altri, a Sabrina Carpenter, agli MGMT, a Olivia Rodrigo, al duo di musica elettronica dei Boards of Canada e alla rapper SZA, che aveva commentato la tattica su X dicendo: «Vedere la Casa Bianca fare rage baiting con gli artisti per ottenere pubblicità gratuita è la cosa più cupa che si possa immaginare. Disumanità + strategie del terrore. Malvagio, ma anche noioso».

Il tweet di SZA
Il rage baiting, letteralmente “esca per la rabbia”, è una variante del trolling specificamente pensata per i social, che consiste nel pubblicare un contenuto provocatorio sapendo che le reazioni indignate ne aumenteranno la visibilità. In questo contesto, la teoria è che il team di comunicazione dell’amministrazione Trump scelga volontariamente di usare canzoni di artisti notoriamente progressisti sapendo che reagiranno male e che commenteranno l’accaduto pubblicamente, portando la storia all’attenzione dei giornali.
Dopo le proteste di Kesha, per esempio, il direttore delle comunicazioni Steven Cheung aveva scritto su X: «Tutte queste “cantanti” continuano a cascarci. Le loro reazioni non fanno altro che portare più attenzione e visualizzazioni ai nostri contenuti, perché la gente vuole vedere di cosa si stanno lamentando. Insomma, grazie per la vostra attenzione». Il suo vice, Kaelan Dorr, aveva aggiunto che «le dichiarazioni di Kesha sono come gli spinaci per Braccio di Ferro. I meme continueranno. E le vittorie di questa amministrazione pure».
In un’altra occasione, quando la rivista Variety aveva chiesto conto di un video che usava “The Fate of Ophelia” di Taylor Swift, un portavoce della Casa Bianca aveva risposto loro dicendo: «Abbiamo fatto questo video perché sapevamo che testate di fake news come Variety gli avrebbero dato risalto. Congratulazioni, vi abbiamo fregato».
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Dylan e Colley hanno sottolineato che Trump fa ricorso a comportamenti di questo tipo da molto prima di entrare in politica, anche se durante il suo mandato questa strategia non si era particolarmente riflessa sui contenuti pubblicati dai canali ufficiali, che continuavano a comunicare in modo prevalentemente sobrio: a usare quel registro era soprattutto Trump in prima persona, dai suoi profili social. A fare la differenza, secondo varie ricostruzioni, erano stati anche i consiglieri di provenienza più istituzionale, che in diverse occasioni avevano contenuto le sue intemperanze.
Nella seconda amministrazione sono cambiati sia il personale sia l’approccio. Oggi a gestire i profili ufficiali è un gruppo di una decina di persone, quasi tutte tra i venti e i trent’anni, arrivate per lo più senza esperienza nella politica tradizionale e lasciate libere di decidere in autonomia cosa e come pubblicare.
Il vicedirettore delle comunicazioni Kaelan Dorr, che guida il team, ha spiegato di avere il sostegno della squadra di Trump per «essere spudorati nel perseguire gli obiettivi dell’amministrazione, con la ferocia, la rapidità e l’incisività» che la Casa Bianca pretende. A contraddistinguere molto spesso i contenuti ideati da questo nuovo team è, peraltro, l’utilizzo sistematico dell’intelligenza artificiale generativa, già di per sé piuttosto divisiva.
Roland Meyer, docente di culture digitali all’Università di Zurigo, ha analizzato le immagini diffuse dagli account dell’amministrazione e le ha descritte come «una dimostrazione di potere statale che serve a normalizzare l’approccio aggressivo verso gli immigrati».
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Dylan e Colley, i ricercatori, osservano che gli account ufficiali, da bollettini istituzionali, si sono trasformati in qualcosa che assomiglia a un thread di 4chan, il forum anonimo da cui è nata buona parte della cultura del trolling e dell’estrema destra online.
A loro avviso, il trolling ha alcune funzioni strategiche precise. La più immediata è la coercizione: umiliare il bersaglio serve ad affermare il proprio potere su di lui, a metterlo in difficoltà e a costringerlo ad assumere una posizione difensiva. C’è poi quella che gli studiosi chiamano identificazione, e che ha a che fare con la costruzione di un’identità collettiva. Prendere di mira gli avversari, secondo una formula molto diffusa nella destra statunitense, “owning the libs” (più o meno “fregare i progressisti”, “metterli con le spalle al muro”), serve a consolidare la propria base, perché ridere tutti insieme dello stesso bersaglio è un modo semplice per sentirsi parte di un gruppo.
Il giornalista Adam Serwer aveva descritto questo meccanismo già nel 2018, in un saggio molto famoso sull’Atlantic intitolato “The cruelty is the point”, cioè «la crudeltà è il punto». Secondo Serwer, tra le persone vicine a Trump e alla destra statunitense i comportamenti crudeli e denigratori verso gli avversari non erano un eccesso occasionale o un effetto collaterale, ma uno degli scopi espliciti.
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Un’altra funzione del trolling è dettare l’agenda, cioè decidere di cosa si parla. Un contenuto provocatorio attira l’attenzione dei giornali e degli utenti dei social network, i cui algoritmi tendono a dare più visibilità ai contenuti che suscitano emozioni forti come la rabbia o l’indignazione. Il risultato è che la discussione pubblica finisce per concentrarsi sui temi scelti da chi sa sfruttare questi meccanismi, che nel caso dell’amministrazione Trump sono quasi sempre delle politiche sull’immigrazione molto stringenti.
C’è infine un effetto più generale, che Dylan e Colley chiamano “(dis)ordine”. A forza di normalizzare l’aggressività e la violazione delle regole del discorso pubblico, spiegano, il trolling sposta in continuazione il confine di ciò che è considerato accettabile, e chi lo pratica continua a spingersi oltre fino a quando non incontra una resistenza.
Altri osservatori hanno fornito interpretazioni diverse. Eoin Higgins, autore di un libro sui rapporti tra destra e grandi imprese tecnologiche, ritiene che l’obiettivo principale dell’amministrazione sia soprattutto quello di «inondare la zona di merda», ovvero saturare lo spazio informativo con polemiche passeggere ma costanti, in modo da fiaccare l’animo dell’opposizione politica e distogliere l’attenzione da questioni più concrete e potenzialmente scomode, come l’andamento dell’economia o le ricadute reali delle politiche del governo.
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