Dopo quattro anni si sa ancora poco sull’efficacia dei taser
Le forze dell'ordine italiane li usano dal 2022, ma dai dati disponibili non si capisce se lo facciano correttamente, e restano molti dubbi sui rischi

I taser, le pistole a impulsi elettrici, sono stati dati in dotazione ad alcuni membri delle forze dell’ordine italiane a partire dal marzo del 2022, dopo una fase di sperimentazione iniziata nel 2018. Dopo quattro anni dalla loro introduzione è ancora difficile capire se questi dispositivi siano usati in modo corretto, soprattutto per la mancanza di alcuni dati. Intanto continuano a esserci molte incertezze sulla loro efficacia e sui loro rischi.
Il ministero dell’Interno non pubblica dati su come e quanto vengano utilizzati i taser, ma il giornale Altreconomia li ha ottenuti grazie a una richiesta di accesso agli atti (uno strumento con cui qualsiasi cittadino può ottenere documenti della pubblica amministrazione): è emerso che negli ultimi anni il numero di taser assegnati non è praticamente cambiato. Nel 2022 erano 962, nel 2023 diventarono 1.239 e da allora la quantità è rimasta la stessa. Nel corso del tempo però è diminuito il numero di utilizzi, che è passato da 637 nel 2022 a 355 nel 2025.
I dati distinguono tre tipi di utilizzo: l’estrazione, che consiste semplicemente nel tirare fuori il dispositivo e nel mostrarlo, senza impugnarlo, per finalità dissuasive. Poi c’è l’attivazione del warning arc, o arco voltaico, cioè una scarica di corrente elettrica visibile e rumorosa tra due poli sulla punta del taser, da usare sempre a scopo di deterrenza. Infine c’è lo sparo dei due dardi, cioè freccette metalliche che colpiscono la persona rilasciando una scarica elettrica che causa una temporanea paralisi neuromuscolare.
Questi tre usi corrispondono a tre dei cinque passaggi obbligatori per un corretto utilizzo del taser, come descritto nelle linee guida elaborate dal ministero dell’Interno. L’agente o il militare dotato di taser deve individuare il pericolo, dichiarare di essere armato, estrarre il dispositivo, attivare il warning arc puntando il taser e infine, se necessario, sparare.
I dati dicono che mentre il numero di utilizzi complessivi è diminuito, il numero di utilizzi che si sono conclusi con spari è rimasto pressoché stabile, oscillando tra i 249 e i 295. A diminuire sono stati gli interventi terminati con estrazione o attivazione del warning arc. Questo significa che è aumentata la percentuale di spari sul totale degli utilizzi: nel 2022 si era sparato nel 41 per cento degli interventi (261 su 637), nel 2025 nel 70 per cento (249 su 355).
Giuseppe Campesi, professore di filosofia e sociologia ed esperto di attività relative alle forze dell’ordine, ha detto che è difficile interpretare questi dati senza confrontarli con altri, che invece mancano. Per esempio servirebbe capire quante ore sono stati in servizio gli operatori dotati di taser, quante situazioni critiche si sono trovati ad affrontare, o di quale gravità.
Gli usi dei dispositivi, per esempio, potrebbero essere diminuiti perché agenti e militari che li hanno assegnati sono stati meno sul campo, oppure perché effettivamente, pur essendo stati operativi, hanno iniziato a impiegarli più di rado. Si potrebbe anche capire se la percentuale di spari è aumentata per una maggiore disinvoltura degli operatori, oppure perché si sono trovati ad affrontare più eventi critici o situazioni più gravi rispetto al passato.
Specularmente, gli interventi che si concludono con l’estrazione o l’attivazione del warning arc potrebbero essere diminuiti perché gli operatori tirano fuori i taser con più consapevolezza e solo quando necessario; oppure perché interpretano con superficialità i passaggi dissuasivi delle linee guida e sono più propensi a sparare.
Fare queste riflessioni è difficile perché, pur essendo l’uso della forza per fini di ordine pubblico una prerogativa delle forze dell’ordine, l’Italia non ha un database per tenere traccia di quanti eventi critici con uso della forza si verifichino, né quanto siano gravi o come si concludano.
A questo si aggiungono alcuni dubbi sull’affidabilità tecnica del taser. Da un’inchiesta del Manifesto era emerso che nel 2025 l’azienda Axon, ideatrice del dispositivo e fornitrice di un centinaio di paesi tra cui l’Italia, era stata esclusa da un bando di gara europeo perché i suoi prodotti non avevano superato le prove balistiche e di resistenza, avendo manifestato problemi di precisione e altre complicazioni tecniche.
Le organizzazioni che criticano l’introduzione del taser sostengono che all’inefficacia dei dispositivi si affianchi anche un alto rischio per la salute delle persone che vengono colpite. Nel suo rapporto sull’uso del taser in Italia, l’associazione Antigone ha raccolto sette casi di persone morte dopo essere state colpite dal taser. Solo in un caso una perizia di un medico legale commissionata dalla procura ha riconosciuto che la scarica elettrica rilasciata dal dispositivo era stata una concausa della morte, insieme a un’intossicazione da cocaina.
In tutti gli altri casi le indagini non hanno mai stabilito un nesso di causa ed effetto tra l’uso del taser e la morte. L’associazione però segnala che in quattro di questi casi le persone morte erano soggetti con disagi psichici o dipendenze, per i quali esperti e organi internazionali, come il comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa, sconsigliano l’utilizzo del taser.



