Vedere un museo con chi non vede

«Mamma non distingue il bianco, soffre di una forma acuta di maculopatia e vede molto poco. Doverle spiegare i dettagli dei dipinti, cosa accade là dentro, è stato un modo nuovo di prendermi cura di lei e di rivedere la mostra per la prima volta»

Dentro Palazzo Grassi a Venezia (Foto Marco Cappelletti Studio © Palazzo Grassi, Pinault Collection)
Dentro Palazzo Grassi a Venezia (Foto Marco Cappelletti Studio © Palazzo Grassi, Pinault Collection)
Gianni Montieri
Gianni Montieri

È nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per molti giornali. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette (2019), editi da LiberAria. Vive a Venezia.

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Mia madre da diversi anni soffre di una forma acuta di maculopatia e vede molto poco. Tra i suoi grandi crucci c’è quello di non poter leggere più. In casa ha un televisore enorme – che guarda da molto vicino – per poter distinguere i volti di chi appare sullo schermo. Ha perso quasi del tutto la vista ma non ha mai rinunciato al piacere del bello, della scoperta. Mia madre, e probabilmente questo rimane uno dei suoi più grandi insegnamenti, non ha mai perso la voglia di vivere e – soprattutto – non ha mai perso la curiosità.

Mia madre ora così minuta, nella sua giacca di lana bianca, pare voler entrare nel quadro che ha davanti, quasi voglia disperdersi tra i colori. La osservo, sta molto attenta a non superare la linea segnaletica posta dal museo, più che vederla la intuisce. Mi incanto quando pare quasi volersi alzare sulle punte (e qualche volta lo fa) per avvicinarsi il più possibile al dipinto. Ora fa un passo indietro, e si muove seguendo una linea orizzontale, più immaginaria che reale, si avvicina di nuovo, si allontana, sembra voler assimilare ogni dettaglio, o forse è il contrario, perché non riesce a coglierli tutti. La sua malattia glielo impedisce. Indica con un dito, probabilmente a sé stessa un punto in alto alla sua destra. Mamma ora si volta, mi sorride e si avvicina per chiedermi qualcosa. Ci troviamo a Palazzo Grassi a Venezia, è il giorno di Pasquetta e siamo nelle sale che ospitano la mostra di Michael Armitage, The Promise of Change (aperta fino al 10 gennaio 2027).

Continua a sorridermi, mentre mi avvicino e mi domanda qualcosa circa una figura che lei vede come emergere (usa proprio questo verbo) dall’opera. Siamo davanti a Paradise Edict, opera che Armitage ha realizzato nel 2019. Mia madre ha ragione, nella tempesta di colori, quasi sempre molto accesi dell’artista, e me li elenca tutti: verde, rosa, giallo scuro, rosso, marrone, azzurro, grigio, celeste, beige, si vede una figura di donna sovraesposta, come aggiunta in un secondo momento. La donna in rilievo appare quasi trasparente, lo sfondo del suo volto – gli occhi chiusi o che guardano in basso – è il cielo che sfuma e cambia colore dietro i suoi capelli. Sorrido a mia mamma e comincio, come posseduto da un incanto, o dalla primavera, e dall’amore, a raccontarle il quadro.

Da destra a sinistra: Michael Armitage, The Paradise Edict, 2019, The Joyner/Giuffrida Collection; God Move, 2025, Courtesy of the artist and White Cube. Installation views, Michael Armitage. The Promise of Change, 2026, Palazzo Grassi, Venezia. (Foto Marco Cappelletti Studio © Palazzo Grassi, Pinault Collection)

Mi rendo conto – io avevo già visto la mostra – che dover spiegare i dettagli, cosa accade dentro l’opera, a lei, mi spinge (come ad assumermi una responsabilità più grande) a prestare maggior attenzione. Raccontare il lavoro di Michael Armitage diventa un modo nuovo di prendermi cura di lei, un altro modo nuovissimo di ricambiare. Tra l’altro, il mio racconto è un’operazione completamente narrativa. Io, da spettatore, mostro a mia madre ciò che ho visto, sentito, le offro i miei ragionamenti sentimentali. Mia madre, recependo o meno, aggiungerà la propria interpretazione, stratificando. Chiunque osservi un’opera d’arte ne costruisce un personale romanzo.

Mamma non vede il bianco, ma distingue quasi tutti gli altri colori, diciamo che Armitage, per l’uso che ne fa, è potenzialmente uno dei suoi artisti preferiti. Comincio a descriverle la donna e subito mi accorgo di un particolare che non avevo mai notato in precedenza. All’altezza dell’orecchio sinistro (o di dove dovrebbe trovarsi) c’è una piccola macchia rossa, sembra un piccolo fiore, sangue rappreso dopo una ferita, un buco dove l’orecchio non c’è. E potremmo proseguire, se ci mettiamo a considerare i dettagli, a esaminarli per bene, questi non finiscono mai. Un dettaglio non esaurisce mai il proprio compito, nel tempo, nello spazio, nella memoria di chi lo registra. Io conosco un poco il lavoro di Armitage, le sue tematiche, ma non voglio influenzare mia madre, le offro tutte le opportunità che mi vengono in mente. Lei ascolta, mi chiede di descriverle il resto della donna. Le racconto la parte superiore del corpo, indossa un vestito giallo ma che è comunque sovrapposto al paesaggio alle sue spalle. Perciò è giallo, verde, marrone. Poco dopo la metà del corpo, le spiego quella che secondo me è una frattura, il resto del suo corpo non lo vediamo più, ma laddove dovrebbero trovarsi le sue gambe, i suoi piedi, nella parte bassa del quadro, c’è un’altra figura, rovesciata e afferrata per le caviglie da qualcuno di cui si vedono solo le mani. Chi è? La donna stessa non più sovraesposta? Un uomo? Un’altra donna? Le mani che afferrano le caviglie sono rosso scuro, quasi mattone. Dico tutto questo a mia madre, che mi fa cenno di continuare. Le dico allora che alla sinistra della donna c’è un’altra figura, più bassa, sembra come se si trovi lì per caso, sembra uno spettatore (o una spettatrice). Una sorta di testimone. Mi fermo un attimo. Mia madre dice che il fiore rosso ad altezza orecchio è una ferita, che la persona trascinata via rappresenta un taglio, una sorta di separazione traumatica. Nu trauma, jamme. Mi dice, poi, che la terza figura per lei è qualcuno che giudica, in ogni caso qualcuno che non può intervenire, o non è chiamato a intervenire. Le descrivo la natura lussureggiante del resto del quadro, è colpita dalla descrizione che le faccio degli arbusti, quasi rosa, che paiono arrampicarsi, posti nell’ultima parte a destra. Mi piacciono, dice, mi sembravano corde (e davvero potrebbero esserlo, liane, per esempio). Le dico il titolo del quadro, la cosa non pare suscitare in lei particolari reazioni, le è bastato guardare, ascoltare, immaginare.

Ho bisogno di fermarmi un attimo e di pensare. Ho visto quest’opera come se fosse la prima volta e non ricordo più cosa ne pensassi prima, a parte il fatto che mi piaceva molto, quest’aspetto non è cambiato. Ora però voglio stare vicino a mia madre per tutto il resto della mostra, le chiedo anzi se vuole riguardare qualche opera vista in precedenza. Palazzo Grassi ha aperto da poco più di mezz’ora e c’è ancora poca gente, possiamo fare con calma.

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Mamma mi fa tornare in mente uno dei miei racconti preferiti, Nel museo di Reims di Daniele Del Giudice (ora in I racconti). Si legge a un certo punto: «Non so mai bene come comportarmi. Da un lato tenderei ad affidarmi in tutto a chiunque mi avvicini, dall’altro so che la mia condizione mi isola dalle altre persone». Una persona che sta perdendo la vista, la sua voglia di affidarsi, di fidarsi, anche a degli sconosciuti e, allo stesso tempo, la propria condizione che lo isola, lo allontana. Penso a mia madre al posto del protagonista di Del Giudice, anche se lei a differenza dell’altro non conosce le opere, non sta cercando di rivederle prima che la perdita della vista prenda il sopravvento. La spinta di mia madre è solo la vita e quella di non dover passare un altro giorno in casa. Palazzo Grassi diventa il nostro museo di Reims, io sono la donna di Del Giudice che descrive colori e dettagli delle opere al suo protagonista. La scrittura di Del Giudice chiede al lettore di affidarsi a lui e perciò di sospendere il giudizio rispetto a ciò che la donna descrive e che l’uomo a volte pare non ricordare. Verità? Bugia? Perdita di memoria oltre che di vista? L’aggiunta di un dettaglio consolatorio? E chi lo sa, chi vuole in fondo saperlo. Esistono quella donna e quell’uomo e una fiducia (misteriosa, basata su presupposti forse sbagliati che hanno anche a che fare con l’attrazione) possibile solo all’interno di quelle stanze. Un racconto perfetto che capisco ancora meglio mentre sono con mia madre davanti alle opere di Armitage. Voglio guardare bene ogni dettaglio, non voglio aggiungere né sottrarre, voglio che la mia voce aiuti l’immaginario di mia madre a vedere sporgendosi dal bordo dei propri occhi (così come lo scrittore veneziano descriveva mirabilmente il suo personaggio), a vedere con qualcos’altro: la sua curiosità, la sua passione per i colori. Certa gente tiene l’oro ddinte ‘e mane, mi dice di colpo, e io non so se Michael Armitage abbia mai ricevuto un complimento migliore di questo.

Michael Armitage, #mydressmychoice, 2015, Private Collection. Installation views, Michael Armitage. The Promise of Change, 2026, Palazzo Grassi, Venezia. (Foto Marco Cappelletti Studio © Palazzo Grassi, Pinault Collection)

Mamma si avvicina a un’altra opera e io con lei. Le domando se è stanca, mi fa cenno di no. Il quadro si chiama #mydressmychoice, lo traduco subito a mia madre che è immediatamente attratta dalla donna nuda, che si vede di schiena, sdraiata su un fianco al centro del quadro. Sorride perché – mi dice – pensa al contrasto tra il titolo e il nudo della donna. Le descrivo il ventaglio di colori sotto (e intorno) al corpo della donna, come un tappeto, un pavimento sfolgorante, un vortice di tinte che s’allarga, come macchia su macchia. Mamma, dico: giallo, verde chiaro, verde scuro. Dico marrone. Dico, forse fiori mamma. Anzi no, dico, forse occhi, forse animali, là in basso a destra. Le dico rosa, poco più in alto. A sinistra, invece, le dico, in basso, rosso, verde, viola scuro, come un orecchio staccato, come un infradito che galleggia. Respira, mi dice, uagliò, o perdo il filo. Ridiamo. Non le dico ancora nulla della parte alta del quadro, aspetto che assorba, aspetto che parli. E infatti, mi chiede cosa sia quella massa che non distingue nella parte superiore, lei vede una forma irregolare marrone. Mi domanda se si tratti di un serpente e se, sopra di lui, quelle macchie verde scuro non siano arbusti. Le dico, sei un capolavoro, mamma, e poi inizio a tradurre il serpente e gli arbusti. Quello che ti sembra un serpente – con la sua forma che si estende sulla parte alta di quello che abbiamo deciso chiamare tappeto – sono piedi da uomo, dieci, dodici, quattordici piedi da uomo infilati in scarpe eleganti, ma non è detto, potrebbero essere anche scarpe da lavoro. Scarpe, mamma, che stanno sotto pantaloni dai colori scuri, verde, qualcuno forse blu. L’opera finisce oltre le caviglie. Mi zittisco e aspetto. Mia madre si volta verso di me e dice: Chi sta sopra quelle scarpe non è degno d’essere dipinto. Fanno parte dell’opera ma i loro corpi, i loro occhi famelici, le loro mani violente, devono stare fuori dal quadro. La donna, stesa così, li domina con la sua dolcezza e li estromette. Tutto ciò me lo dice in dialetto napoletano, e sempre nella nostra lingua aggiunge: L’uommene fanno schifo.

Mi rendo conto che mia madre vede quest’opera, più o meno, come la vedo io. Ma se per me la donna resiste nella sua nudità e scelta di non muoversi, per lei fa qualcosa in più domina, ha già compiuto il passo successivo. Nessuno potrà più toccarla. Non vado nemmeno a guardare cosa significhi per Armitage quel quadro, non ha importanza, come per le poesie, chi osserva o legge decide. Quando l’opera è bella, quando la poesia è bella.

Torno per un attimo a Del Giudice e al museo di Reims. Anne la protagonista femminile, nell’interpretazione più evidente – anche da parte della critica – mente sui dettagli dei quadri e il protagonista, Barnaba, se ne accorge presto. Io non sono mai stato del tutto convinto che la bugia (non riuscire a non mentire è anch’essa una malattia come la cecità?) sia l’unica spiegazione di quello che fa Anne. Ho sempre preferito pensare che lei costruisse una storia parallela, offrendo ai quadri e a Barnaba stesso una seconda possibilità. Dico che Anne, può darsi, non facesse altro che tradurre in parole quello che il suo immaginario produceva. Sostituire un dettaglio all’altro, modificare l’evidenza di un colore, per lei rappresentava, forse, è possibile, l’unico modo di osservare e raccontare un dipinto. E non è quello che facciamo sempre? Certo, non siamo così fortunati da avere un Barnaba, sensibile e intelligente, cui poter raccontare ciò che stiamo vedendo, che è tutt’altra cosa rispetto a ciò che stiamo guardando. Ecco, se fosse vivo ancora, questo chiederei a Del Giudice, o forse non gli domanderei niente, perché lui quel capolavoro lo ha scritto, il resto spetta a noi.

Sì, per mia madre, forse sono stato Anne, ma non sono certo che lei si sia trasformata in Barnaba. Non aveva nulla da contestarmi, ha ascoltato, ha aggiunto, ha sovrapposto, è rimasta ammirata. Ha colto a suo modo la poetica di Michael Armitage – i temi come la sessualità, la mitologia, la ritualità, la migrazione –, o almeno così mi è parso; però, senza quasi vedere, ascoltando suo figlio e immaginando, a quella dell’artista ha sovrapposto la sua.

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