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  • Giovedì 11 giugno 2026

La tradizione messicana di dare soprannomi ai calciatori

Ai Mondiali giocheranno tra gli altri "il pidocchio", "la formica" e "il bambinone"

di Simone Mannarino

Javier "Chicharito" Hernández, 109 partite e 52 gol con la nazionale messicana (Black/Corbis via Getty Images)
Javier "Chicharito" Hernández, 109 partite e 52 gol con la nazionale messicana (Black/Corbis via Getty Images)
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Santiago “El Bebote” Giménez è un attaccante del Milan che giocherà nel Messico ai Mondiali di calcio che iniziano stasera, giovedì, alle 21. Arriva da una stagione complicata, in cui non è riuscito a segnare nemmeno un gol in Serie A, ma è stato comunque convocato. Non ci saranno invece due calciatori molto importanti nella storia recente del Messico: Hirving “Chucky” Lozano e Javier “Chicharito” Hernandez, quest’ultimo fuori dalla nazionale ormai da diversi anni.

I tre sono accomunati da essere gli attaccanti messicani più famosi degli ultimi dieci anni, ma anche dall’avere un soprannome – apodo in spagnolo – che si pone tra il nome e il cognome e li identifica. In America Latina – e in particolare in Messico e in Argentina – l’utilizzo degli apodos è comune al punto da diventare una sorta di tradizione non scritta, per cui molte persone vengono identificate con un soprannome dalle origini più diverse; i calciatori sono spesso le più note.

«L’apodospiega la professoressa Concepción Company, ricercatrice dell’Istituto di Ricerche Filologiche a Città del Messico – è un modo per esprimere affetto o vicinanza. Sottolinea una caratteristica, una situazione, o ancora ha origini in stereotipi culturali e razziali non per forza negativi». I soprannomi svolgono in America Latina una funzione sociale, con differenze in base al paese che si prende in considerazione. In Brasile, per esempio, si tende a sostituire il nome con il nomignolo con cui si veniva chiamati da bambini, cosa evidente nei calciatori: Ronaldinho, Robinho, oppure Kakà, il soprannome con cui è conosciuto l’ex giocatore di Milan e Real Madrid Ricardo Iszecson Dos Santos Leite, e che deriva dal modo in cui veniva chiamato dal fratellino che da piccolo non riusciva a pronunciare il nome Ricardo.

In Messico e in Argentina invece i soprannomi diventano spesso nomi supplementari, che si fondono con l’identità della persona, utilizzando caratteristiche fisiche, provenienza o aneddoti e funzioni sociali per consolidarne un aspetto che li distingue dagli altri. La differenza più grande sta nella scelta dei soprannomi: in Argentina è comune che siano più “affettuosi”; in Messico invece la tendenza è di utilizzare il sarcasmo, l’ironia e anche un pochino di cattiveria nello scegliere gli apodos, che spesso rimangono per tutta la vita.

L’attaccante del Milan e della nazionale messicana Santiago Giménez (John Wilkinson/ISI Photos/ISI Photos via Getty Images)

In un contesto simile il calcio è diventato il veicolo di questa tradizione latinoamericana. Così – solo per citare alcuni calciatori passati per il campionato di Serie A – dall’Argentina sono arrivati “la Joya” Paulo Dybala, attaccante molto tecnico della Roma, “el Tucumano” Roberto Pereyra, ex centrocampista dell’Udinese, o “el Chuchu” Esteban Cambiasso, ex centrocampista dell’Inter chiamato così dagli amici perché simile a “Cuchuflito”, personaggio della televisione argentina.

In Messico i soprannomi sono invece più ficcanti, specifici e, soprattutto, non sempre gentili con chi ne diventa – in un modo o nell’altro – il portatore. Il “Chucky” Lozano, che ha giocato per anni nel Napoli, viene chiamato così perché ai suoi compagni del Pachuca, uno dei club messicani più importanti, ricordava la bambola assassina del film Chucky, sia per il suo temperamento in campo che per i numerosi e diabolici scherzi che faceva negli spogliatoi.

Tra i soprannomi più famosi c’è quello di Javier Hernández, uno degli attaccanti più forti e famosi della nazionale messicana, che nel corso della sua carriera ha giocato anche con Real Madrid e Manchester United. Proprio Hernández fece una scelta particolare: sulla sua maglia sostituì il cognome Hernández con il proprio apodo – “Chicharito” – rendendo famoso il soprannome, al punto che molti tifosi arrivarono a pensare che fosse il suo nome. “Chicharito”, traducibile in italiano con “pisellino”, è un soprannome ereditato dal padre Javier Hernández Gutiérrez, soprannominato “El Chicharro” (pisello) e anche lui calciatore, perché aveva gli occhi verdi come il legume. Così suo figlio, che ha ereditato anche il nome Javier, è stato automaticamente chiamato “Chicharito”, il “pisellino”.

Molti di questi soprannomi si diffondono anche grazie a radiocronisti e telecronisti, che in particolare in Messico a volte inventano loro stessi gli apodos. Carlos Calderón, storico del calcio messicano, in un’intervista a El Pais disse che i soprannomi dei calciatori messicani iniziarono a circolare già nel 1930, anno dei primi Mondiali della storia, che si tennero in Uruguay. Già a quel tempo, racconta, i giocatori messicani venivano identificati tramite il loro soprannome: c’erano, tra gli altri, Alfredo “El Viejo” Sanchez, Felipe “El Diente” Rosas e Felipe “La Marrana” Olivares.

Successivamente, tra il 1962 e il 1982, Ángel Fernández divenne il narratore principale del calcio messicano. Nel corso della sua carriera inventò alcuni tra i soprannomi più noti della storia del calcio messicano – come “El Niño de Oro” per Hugo Sánchez o “Cyrano” per Enrique Borja – e fu l’esempio per tanti altri cronisti. Uno di questi è Enrique “El Perro” Bernundez, un’istituzione in Messico fino a qualche anno fa, pure lui noto con il suo apodo.

Hugo Sánchez durante i Mondiali del 1994 (Richard Sellers/Sportsphoto/Allstar via Getty Images)

In questi Mondiali ci sarà Armando “La Hormiga” González, attaccante del Chivas soprannominato così (la formica) perché da piccolo lui e i suoi fratelli si riposarono su un formicaio, così gli insetti gli salirono addosso spaventandoli. González sviluppò una fobia per le formiche, e un amico di famiglia lo battezzò “La Hormiga” (ve l’abbiamo detto che non sono molto delicati i messicani nel dare i soprannomi). Tra i soprannomi che gli vengono dati anche “El Otaku”, che in giapponese si utilizza per riferirsi agli amanti della cultura pop giapponese.

Sempre tra i 26 convocati del Messico ci sono Cesar “Chino” Huerta, ala sinistra dell’Anderlecht in Belgio, chiamato così per i suoi capelli ricci, e poi Roberto “Piojo” Alvarado. Quest’ultimo decise lui stesso di farsi chiamare così quando era piccolo, copiando il soprannome dell’ex attaccante argentino Claudio “El Piojo” López, suo idolo di gioventù. “El Piojo” significa “il pidocchio”, e si riferiva alle caratteristiche di Claudio Lopez, attaccante scattante e difficile da marcare, che si muoveva rapidamente proprio come l’insetto del suo soprannome. L’apodo di Santiago Giménez, “Bebote”, è traducibile con “il bambinone”, ed è dovuto al fatto che da piccolo era fisicamente più grande e sviluppato rispetto ai suoi coetanei.