Che fine fanno gli articoli online quando un giornale chiude
Spesso l’archivio si perde come lacrime nella pioggia, ma quello di Tiscali News, con oltre 26 anni di notizie, potrebbe essere salvato

Tiscali News, uno dei primi giornali online in Italia, è stato chiuso lo scorso 30 aprile, dopo che Tessellis, la società proprietaria, aveva iniziato a scorporare e vendere alcuni settori dell’azienda. Ora il sito, che raccoglie oltre 26 anni di notizie, non è più raggiungibile attraverso i motori di ricerca, ma alcune persone si stanno mobilitando per evitare che venga cancellato del tutto o resti inaccessibile, come è già successo in passato agli archivi online di altri giornali.
L’azienda di telecomunicazioni Tiscali fu fondata nel 1998 a Cagliari da Renato Soru, imprenditore e presidente della Sardegna tra il 2004 e il 2008. Fu un’impresa innovativa nel suo settore e per l’epoca: il suo portale (cioè un sito non solo da consultare, ma che serve anche ad accedere a servizi, spesso con credenziali) diventò un importante punto di accesso a internet. Prima della diffusione dei principali motori di ricerca come Google, infatti, la navigazione della rete avveniva spesso a partire dalla homepage dei provider (cioè delle aziende che fornivano la connessione), che erano le prime pagine che apparivano automaticamente sullo schermo all’apertura del browser.
Attraverso il portale, Tiscali forniva anche altri servizi gratuiti come la posta elettronica, il meteo e la messaggistica istantanea. A partire dal 2000 a queste offerte si aggiunse anche la pubblicazione di notizie. In breve tempo la sezione si strutturò come un giornale e nel 2004 divenne una testata giornalistica registrata.

Renato Soru nel 2003, fondatore e allora presidente di Tiscali, con un computer in cui si vede la homepage del portale (Archivio ANSA)
Col passare degli anni le condizioni finanziarie dell’azienda peggiorarono: nel 2022 Tiscali si fuse con un’altra azienda di telecomunicazioni (che allora si chiamava Linkem e che ora si chiama OpNet) generando una nuova società, chiamata Tessellis. Lo scorso marzo Tessellis aveva aperto una composizione negoziata della crisi, una procedura con cui le aziende in difficoltà economica ricevono l’assistenza di un esperto indipendente che le aiuta nelle trattative con i creditori. Tessellis aveva messo in vendita alcuni dei propri settori, per i quali aveva ricevuto offerte da altre aziende.
In nessuno dei rami messi in vendita era incluso il settore media di cui faceva parte la redazione di Tiscali News, composta da 12 giornalisti. L’azienda ha quindi deciso di eliminarla e di chiudere il giornale: dopo lunghe contestazioni sindacali, 10 giornalisti hanno deciso di dimettersi accettando una buonuscita, mentre gli altri due saranno probabilmente ricollocati all’interno dell’azienda.
Il 30 aprile il giornale ha chiuso definitivamente: l’indirizzo web di Tiscali News ora non rimanda più al sito di notizie, ma a una pagina commerciale dove viene sponsorizzata la vendita dei servizi digitali di Tiscali. Succede la stessa cosa anche se si digita l’indirizzo di articoli specifici.
Il giornale e il suo archivio, con articoli scritti in 26 anni di attività, non sono più raggiungibili, ma esistono ancora e sono conservati in server, cioè computer che, tra le altre cose, memorizzano e conservano file di siti internet. A differenza di tanti altri giornali che spesso utilizzano, pagando, i server di grosse aziende tecnologiche come Google, Amazon e Microsoft, Tiscali utilizza server di sua proprietà.
In vista della chiusura del giornale, l’Ordine dei giornalisti, l’Associazione stampa sarda (il sindacato dei giornalisti della Sardegna), gli stessi giornalisti di Tiscali e altri loro colleghi avevano rivolto numerosi appelli affinché almeno l’archivio di notizie online venisse salvato. Alla fine, su sollecitazione del ministero della Cultura, poche settimane fa è intervenuta la Soprintendenza archivistica della Sardegna, che ha pubblicato una dichiarazione di interesse storico sull’archivio.
È un atto con cui la Soprintendenza riconosce il valore storico e culturale di archivi e documenti appartenenti a privati, mentre quelli sotto la proprietà di enti pubblici vengono già considerati beni culturali per legge. La dichiarazione viene recapitata al proprietario, che da quel momento è tenuto a conservare adeguatamente l’archivio, con il divieto di smembrarlo e con l’obbligo di chiedere l’autorizzazione della Soprintendenza per spostarlo o cederlo a qualcuno, ma anche per riordinarlo, fotografarlo, restaurarlo o digitalizzarlo. Il proprietario ha 30 giorni di tempo a partire dalla notifica per presentare un ricorso contro il provvedimento al ministero o al TAR, il Tribunale amministrativo regionale.
Tessellis dice che al momento il consiglio di amministrazione sta cercando di definire a chi spetti, all’interno dell’azienda, la responsabilità legale dell’archivio di Tiscali News dopo che, con la chiusura del giornale, è stata eliminata la figura del direttore responsabile. Assicura però che l’archivio è conservato nei data center dell’azienda e che la loro intenzione è di preservarlo, per renderlo consultabile quando sarà definito un amministratore. Dice anche che l’azienda è aperta a ricevere offerte da organizzazioni o enti pubblici, come le università o la regione, interessati ad acquisire l’archivio o a partecipare alla sua gestione. Tessellis dice che per ora non ha ricevuto proposte, ma che se dovessero arrivare potrebbe velocizzare le analisi legali in corso.

La homepage di Tiscali il 21 luglio del 2001 (Internet Archive)
In passato sono stati persi o resi inaccessibili altri importanti archivi di giornali online, come quello di Cnn Italia. Tra il 1999 e il 2003 l’emittente televisiva statunitense Cnn ebbe un sito di notizie online in lingua italiana, in collaborazione prima con il gruppo editoriale L’Espresso-Repubblica e poi con Il Sole 24 Ore. Il sito però non era sufficientemente remunerativo e la pubblicazione degli articoli fu interrotta. Il dominio, cioè l’indirizzo del sito, www.cnnitalia.it, esiste ancora, ma non permette di accedere all’archivio dei quattro anni di pubblicazioni.
Alcuni articoli si possono ancora leggere grazie a Wayback Machine, la piattaforma su cui l’organizzazione non governativa statunitense Internet Archive raccoglie e archivia siti e pagine web nel corso del tempo. Questo strumento però in futuro potrebbe diventare sempre meno utile a capire come erano fatti e di cosa parlavano i giornali di oggi. Diversi editori, anche di giornali molto importanti come il New York Times, il Guardian e USA Today, stanno limitando o impedendo a Internet Archive di accedere ai loro contenuti e di salvarne una copia.
L’obiettivo è evitare che le società di intelligenza artificiale utilizzino i materiali raccolti dall’organizzazione, di cui le testate detengono i diritti, per addestrare i loro modelli linguistici. Il rischio, però, è di perdere un’importante parte di storia dell’informazione, se i giornali stessi non riescono a mantenere i loro archivi consultabili dopo la chiusura, come nel caso di Cnn Italia. Con Wayback Machine è possibile vedere anche parte dei contenuti dell’archivio di Tiscali News, tra cui l’ultimo articolo pubblicato, firmato dal direttore Stefano Loffredo.
Un altro importante archivio andato in gran parte perso è quello delle prime pubblicazioni online di Repubblica. Una versione sperimentale del sito fu aperta in occasione delle elezioni politiche dell’aprile del 1996, ma poi il sito diventò effettivamente funzionante dal gennaio del 1997.
Il giornalista Mario Tedeschini Lalli, che lavorò nella redazione web tra il luglio del 1997 e l’ottobre del 1999, dice che molte pubblicazioni del 1997 sono state perse per via di alcuni cambiamenti tecnici. Inizialmente i redattori scrivevano l’articolo in HTML, cioè il linguaggio con cui si costruiscono le pagine web, e poi caricavano manualmente la pagina sul server del giornale tramite FTP (File Transfer Protocol), un sistema per trasferire file da un computer a un altro attraverso la rete.
Successivamente la redazione iniziò a usare un CMS (Content Management System), un software che permetteva di scrivere, pubblicare e archiviare contenuti tramite un’interfaccia, trasformandoli automaticamente in codice HTML. Oggi WordPress, che è familiare a molte persone, è uno dei CMS più utilizzati per le pubblicazioni di giornali e di blog. Quando il sito di Repubblica adottò il suo primo CMS, gran parte dei vecchi contenuti che si trovavano sul server non fu portata nel nuovo sistema e non è più raggiungibile. Attraverso Wayback Machine, però, è comunque possibile accedere ad alcuni contenuti di quel periodo: la prima homepage archiviata è quella della primavera del 1997.



