Altri 100 milioni di euro per l’ex Ilva
Li ha dati in prestito il governo per mandare avanti l’acciaieria di Taranto, in attesa che qualcuno la compri

Il governo ha concesso un prestito di 100 milioni di euro per non chiudere l’ex Ilva di Taranto, l’impianto di produzione dell’acciaio più grande d’Italia e tra i più grandi in Europa, che da oltre due anni è gestito dallo Stato e continua a cercare un compratore, senza trovarlo. Il nuovo prestito è stato inserito nel cosiddetto decreto carburanti, approvato venerdì dal Consiglio dei ministri. Servirà a pagare stipendi, fornitori e manutenzioni nei prossimi mesi, in attesa che si chiuda la trattativa per vendere l’azienda a un gruppo privato.
I soldi servono perché l’ex Ilva, che ora si chiama Acciaierie d’Italia, non è in grado di sostenersi da sola: dei tre altiforni dell’impianto ne è in funzione uno solo, che produce poco acciaio a fronte di costi molto alti. L’obiettivo dei prestiti è soprattutto tutelare i circa ottomila posti di lavoro: per farlo, il governo ha messo l’ex Ilva in amministrazione straordinaria, la procedura con cui lo Stato gestisce le grandi imprese in crisi, per ristrutturarle o liquidarle.
Acciaierie d’Italia è finita in amministrazione straordinaria nel febbraio del 2024, e da allora ha ricevuto molti prestiti dallo Stato. L’ultimo era di 149 milioni, concessi dal governo in un decreto di dicembre e arrivati all’azienda solo a metà aprile. Secondo le stime di Acciaierie d’Italia quei soldi basteranno fino a giugno, per questo il governo ha concesso altri 100 milioni. A questi dovrebbe seguire un altro prestito da 140 milioni, probabilmente entro luglio.
Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, ha detto che tutti questi soldi sono necessari per andare avanti in attesa che si possa concludere la cessione. Servono a garantire quella che in gergo si chiama “continuità operativa”: i lavori sugli impianti, le manutenzioni, l’acquisto delle materie prime, i pagamenti alle imprese dell’indotto e gli stipendi. Solo i costi del personale, secondo i dati dell’azienda, sono stati di quasi 223 milioni nel primo semestre del 2025 e 199 nel secondo: la differenza dipende dal fatto che nel frattempo è cresciuta la quota di lavoratori in cassa integrazione, ora autorizzata per un massimo di 4.450 addetti su poco meno di 10mila. L’arrivo dei 149 milioni ad aprile aveva intanto permesso di pagare le imprese appaltatrici, che lamentavano forti ritardi nel saldo delle fatture.
Dopo la vendita dell’azienda quei soldi andranno restituiti. Un decreto del ministero delle Imprese stabilisce che Acciaierie d’Italia deve ridare i 149 milioni «entro sei mesi dalla data di erogazione», attingendo a quanto ricaverà dalla vendita dell’azienda, con priorità su ogni altro debito. Se il ricavato della vendita non bastasse, spetterà al compratore pagare: sia il gruppo statunitense Flacks sia l’indiano Jindal, i due gruppi con cui le trattative sono aperte, hanno detto di essere disposti ad assumersi l’obbligo di rimborsare il prestito se i soldi della cessione non fossero sufficienti. In questa fase la discussione è soprattutto con Jindal.
La trattativa per vendere l’ex Ilva resta comunque difficile, e non solo per le condizioni economiche dell’impianto: pesa anche una recente sentenza del tribunale di Milano sui rischi sanitari e ambientali dell’attività dello stabilimento, che impone interventi costosi e che graverebbero su chi dovesse comprare l’azienda.



