Vivere senza le tecnologie statunitensi

Da WhatsApp a Google passando per le piattaforme di pagamento, per i cittadini europei sarebbe impensabile

(AP Photo/Olivier Matthys)
(AP Photo/Olivier Matthys)
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Le parole che state leggendo in questo momento, ogni pixel che le compone, la rete di distribuzione per farle arrivare sul vostro schermo e il sistema operativo che fa funzionare lo smartphone che tenete in mano oggi non potrebbero esistere senza le grandi aziende tecnologiche statunitensi. È una dipendenza così profonda e pervasiva da risultare quasi invisibile, qualcosa di cui non ci siamo preoccupati per molto tempo, fino a quando i rapporti tra Unione Europea e Stati Uniti sono stati buoni e nel segno della collaborazione internazionale.

Il ritorno alla Casa Bianca di Trump ha però fatto incrinare quel rapporto di collaborazione e tra le sue crepe sono diventati evidenti i rischi della forte dipendenza tecnologica europea dagli Stati Uniti. Rinunciare oggi ai servizi digitali statunitensi appare quasi impensabile, ma proprio per questo iniziare a interrogarsi su quanto la vita quotidiana, i dati personali e perfino l’accesso ai pagamenti dipendano da poche aziende straniere è diventato importante non soltanto per governi e imprese, ma anche per i singoli cittadini europei.

Già oggi ci sono centinaia di persone che sperimentano ogni giorno che cosa significhi vivere senza buona parte dei sistemi tecnologici statunitensi. Sono le persone che per diversi periodi di tempo sono state sottoposte a sanzioni economiche da parte degli Stati Uniti, come la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese, o il giudice della Corte penale internazionale Nicolas Guillou, che aveva emesso un mandato di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu con l’accusa di crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi a Gaza.

Guillou ha detto al Financial Times di avere compreso la portata della sua dipendenza dai servizi statunitensi, come milioni di cittadini europei, solo quando è stato sanzionato e d’improvviso non ha più potuto utilizzare buona parte dei propri account online. Le sue prenotazioni su Booking.com e su Expedia erano state cancellate, le iscrizioni a diversi servizi online sospesi e la sua carta di credito annullata.

Con un blocco generalizzato milioni di persone non potrebbero più comunicare su WhatsApp, il sistema per scambiarsi messaggi tramite smartphone più diffuso al mondo. L’accesso a molti social network diventerebbe per lo meno macchinoso, con la necessità di aggirare i blocchi con VPN e app per simulare di trovarsi in un luogo diverso dal proprio, fuori dall’Unione Europea. Microsoft non potrebbe più fornire aggiornamenti per Windows, il sistema operativo per computer più usato, e Google dovrebbe interrompere buona parte dei propri servizi: email, mappe, documenti condivisi, immagini salvate nel cloud, il motore di ricerca e i sistemi di intelligenza artificiale.

Sarebbe inoltre difficile fare pagamenti online con le carte di debito e di credito, i cui circuiti principali (Visa e Mastercard) sono gestiti da società statunitensi. In Italia avremmo a disposizione i servizi Bancomat, che non sono però utilizzabili all’estero, segno della grande frammentazione del mercato europeo anche nei sistemi di pagamento.

Che sia di pagamento o di gestione di un’infrastruttura informatica, ogni servizio ha una quantità enorme di ramificazioni. È proprio questa stratificazione a rendere la dipendenza tecnologica tanto difficile da affrontare: non si tratta di sostituire un singolo prodotto, ma interi ecosistemi costruiti spesso nell’arco di decenni.

Dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, chi vive in Russia ha sperimentato almeno in parte che cosa significa vivere senza i servizi tecnologici statunitensi. Gli Stati Uniti hanno infatti imposto sanzioni dirette o ottenuto che diverse aziende smettessero di fornire i propri servizi nel paese. Visa e Mastercard hanno sospeso i propri servizi, Meta ha limitato l’accesso ai propri social network come Instagram e Facebook, le aziende informatiche hanno interrotto la fornitura di aggiornamenti ai loro sistemi ed è stata bloccata la vendita di componenti informatici come processori e memorie.

Nonostante le pesanti limitazioni, in Russia non c’è stato un collasso digitale. I programmi informatici venduti fino al 2022 continuano a funzionare e a essere utilizzati, magari senza gli ultimi aggiornamenti, e sono stati trovati modi per aggirare le limitazioni geografiche per accedere comunque ai prodotti digitali statunitensi (e in misura minore europei). Grandi aziende tecnologiche come Apple non vendono direttamente i loro prodotti in Russia, ma attraverso l’acquisto da paesi terzi il commercio dei dispositivi elettronici non si è interrotto. Il sistema interno dei pagamenti elettronici è stato rafforzato, compensando almeno in parte la mancanza dei più importanti circuiti di carte di credito.

Dopo avere trascurato per molto tempo il problema ora molti governi, istituzioni e centri di ricerca europei iniziano a interrogarsi sull’opportunità e i rischi di affidare porzioni così estese dell’infrastruttura economica, amministrativa e industriale a poche aziende che concentrano enormi quantità di potere e le cui politiche commerciali sono esposte – in un modo o nell’altro – ai repentini cambi di umore di un’unica persona: Donald Trump.

Immaginare di fare a meno di quei servizi appare al momento impensabile, e in questo risiede la debolezza del sistema europeo.

Un rapporto pubblicato a fine 2025 ha definito la dipendenza dell’Unione Europea dalle tecnologie estere uno «svantaggio strategico strutturale». Praticamente qualsiasi sistema, dalla gestione della rete elettrica ai servizi sanitari europei, dipende da tecnologie in gran parte sviluppate e gestite dalle aziende tecnologiche degli Stati Uniti.

Nel caso del cloud – cioè dei servizi che permettono di archiviare dati, far funzionare applicazioni e gestire infrastrutture digitali a distanza – i fornitori statunitensi in Europa controllano circa il 70 per cento del mercato. C’è inoltre una fortissima concentrazione in poche grandi aziende come Microsoft Azure, AWS (Amazon) e Google Cloud. In misure che variano a seconda della loro organizzazione interna, pubbliche amministrazioni, ospedali, banche, assicurazioni, università, piattaforme industriali e attività commerciali dipendono da questi sistemi e non solo.

Circa l’80 per cento della spesa delle imprese europee in software e cloud riguarda aziende degli Stati Uniti. Microsoft controlla buona parte del mercato aziendale sia tramite il proprio sistema operativo Windows sia con i suoi programmi per l’ufficio, come Office. Oracle, Salesforce e IBM, tutte statunitensi, offrono servizi sempre in ambito aziendale spesso integrati tra loro e quindi difficili da sostituire per le aziende stesse.

La quasi totale assenza di alternative europee non riguarda solo le società, ma anche le singole persone. Chi ha un computer usa Windows o MacOS (Apple), mentre rimane marginale l’impiego di soluzioni open source come Linux (che hanno però un ruolo centrale nel far funzionare i server delle grandi aziende tecnologiche statunitensi).

Nel caso dei sistemi operativi per gli smartphone il dominio statunitense è ancora più evidente: al di fuori di iOS (Apple) e di Android (Google) non ci sono praticamente alternative, soprattutto se si vogliono usare le applicazioni più diffuse e i servizi delle due aziende, dalle mappe alla gestione delle email.

Google ha una posizione dominante nel mercato delle ricerche online. Circa il 90 per cento di queste vengono effettuate con i suoi sistemi e nessun motore di ricerca europeo ha quote di mercato superiori all’1 per cento.

La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante il loro incontro in Scozia a fine luglio del 2025 (Andrew Harnik/Getty Images)

Come hanno segnalato diversi esperti negli ultimi anni, il livello di dipendenza dell’Unione Europea dai sistemi statunitensi diventa preoccupante se si osservano i sistemi di pagamento. L’infrastruttura europea per pagare in forma digitale funziona quasi interamente tramite le piattaforme di Mastercard, Visa e American Express, che gestiscono e validano le transazioni con carte di debito e di credito. Lo stesso vale per intermediari come PayPal e Stripe, molto usati online per gestire e rendere sicuri i pagamenti. Nell’Unione Europea non c’è un sistema analogo a Visa o Mastercard per pagare con carta.

Il rischio che gli Stati Uniti impongano alle proprie aziende di bloccare o limitare i propri servizi in Europa è comunque considerato basso. Con i suoi 450 milioni di consumatori, quello europeo è il mercato estero più ricco e grande per le società tecnologiche statunitensi. Costituisce una parte importante e irrinunciabile dei loro ricavi, come era emerso anche nei momenti di massima tensione tra Unione Europea e Stati Uniti, quando Trump aveva minacciato di annettere la Groenlandia portando i governi europei a ipotizzare di sanzionare proprio i servizi digitali esteri.

L’Unione Europea ha inoltre il controllo di una parte importante dei macchinari ad alta precisione che servono per produrre microchip. La società olandese ASML ha di fatto il monopolio delle macchine di questo tipo e fornisce buona parte delle più importanti aziende, comprese quelle come Nvidia che producono i chip per i sistemi di intelligenza artificiale. Sono componenti irrinunciabili per tutte le grandi aziende tecnologiche statunitensi impegnate nello sviluppo delle AI.

La Commissione Europea è comunque consapevole del rischio di diventare una sorta di “colonia digitale” degli Stati Uniti e per questo sta lavorando a un “Tech Sovereignty Package”, cioè un’iniziativa che ha l’obiettivo di creare una sorta di “sovranità tecnologica” soprattutto per tutelare i dati europei. Non è il primo tentativo in questo senso e c’è la possibilità che si aggiunga a quelli falliti in passato. Gli Stati Uniti investono circa dieci volte più dell’Unione Europea in ricerca e sviluppo nel settore tecnologico. Le startup europee spesso crescono lentamente, raccolgono meno capitali e non di rado finiscono per essere acquistate da gruppi statunitensi o trasferite altrove.

Negli ultimi anni l’Unione Europea ha avviato varie iniziative con progetti per un cloud europeo, programmi sui semiconduttori, investimenti nell’intelligenza artificiale, strategie sui dati e sistemi di pagamento autonomi. I risultati sono stati al di sotto delle aspettative e per questo vengono proposte azioni più incisive e una maggiore collaborazione tra gli stati membri.