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  • Venerdì 15 maggio 2026

Nel Sei Nazioni l’Italia femminile si guadagna lo stipendio

È arrivata all’importante torneo di rugby anni dopo quella maschile, ma se la sta cavando meglio, nonostante il grande divario con le squadre più forti

Alissa Ranuccini il 25 aprile a Parma (Mattia Ozbot/Getty Images)
Alissa Ranuccini il 25 aprile a Parma (Mattia Ozbot/Getty Images)
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Sabato 9 maggio, nel Sei Nazioni femminile di rugby, l’Italia ha perso 33-61 contro l’Inghilterra. È stato un ottimo risultato, il migliore di sempre contro l’Inghilterra, la squadra più forte al mondo e una delle migliori di ogni sport, maschile e femminile. Contro l’Inghilterra l’Italia ha fatto in una partita quasi il triplo dei punti che aveva fatto nelle precedenti cinque, che erano finite 67-3, 74-0, 68-5, 48-0 e 38-5.

L’Inghilterra vince il torneo dal 2019 e non ci perde una partita dal 2018. Quest’anno nessuna squadra le ha fatto più punti dell’Italia. «E, infatti, a fine partita sembra quasi esserci più soddisfazione nel campo italiano rispetto a quello inglese», ha scritto il sito del Sei Nazioni, in cui ogni anno si affrontano le sei migliori nazionali del rugby europeo.

L’Inghilterra gioca il Sei Nazioni femminile da quando fu istituito nel 1996 e lo ha vinto 21 volte su 30 edizioni. L’Italia lo gioca dal 2007, quando prese il posto della Spagna, mentre la squadra maschile era già al suo ottavo anno nel torneo. E ha già ottenuto risultati migliori: nel 2019 arrivò seconda, mentre la nazionale maschile, che pure sta migliorando, non è mai andata oltre il quarto posto.

Una foto dalla prima partita tra Inghilterra e Italia, nel 1991 (Mike Cooper/Allsport)

Domenica l’Italia giocherà la sua ultima partita contro il Galles, la squadra meno forte del torneo, e può ancora puntare al terzo posto finale. Dietro a Inghilterra e Francia, due squadre che per ora sono di un altro livello, ma davanti a Galles, Irlanda e Scozia, che l’Italia ha battuto 41-14.

Questo mentre tutto attorno il Sei Nazioni femminile sta crescendo di livello, guadagni e pubblico. A vedere la prima partita del torneo, giocata nello stadio londinese di Twickenham tra Inghilterra e Irlanda, c’erano 77mila persone, un record. Le partite delle squadre britanniche si vedono su BBC e quelle della Francia sui canali del servizio pubblico, dove una partita ha sfiorato i due milioni di spettatori, con il 22 per cento di share.

Ellie Kildunne l’11 aprile a Twickenham (Warren Little/Getty Images)

A fine torneo gli spettatori dal vivo di questo Sei Nazioni saranno quasi certamente il doppio rispetto ai 151mila dell’edizione del 2025. Alla finale dei Mondiali del 2025, vinti dall’Inghilterra per la terza volta di fila, quasi metà degli spettatori presenti a Twickenham era alla sua prima partita di rugby femminile vista dal vivo.

L’Inghilterra femminile non è solo più forte, ha anche più spettatori (l’Italia femminile gioca al Lanfranchi di Parma, uno stadio da 5mila posti), più soldi, più rugbiste (più di 50mila contro le circa 6.500 dell’Italia) e più soldi per le proprie rugbiste. Questo, come spesso capita, è sia causa sia conseguenza della sua superiorità.

Lo stadio Lanfranchi il 25 aprile (Mattia Ozbot/Getty Images)

La differenza si vede molto anche nel tempo che le rugbiste possono dedicare al rugby, e in come e quanto vengono retribuite. In Inghilterra, e in misura minore in Francia, c’è di fatto il professionismo. In Italia, il rugby nelle squadre di club è amatoriale, al massimo con rimborsi o borse di studio, e le rugbiste sono studentesse o lavoratrici che poi giocano anche a rugby.

Elisa Giordano ha 35 anni, gioca nel Valsugana Rugby Padova ed è capitana della Nazionale, con oltre 80 presenze (nel rugby si chiamano caps). Di lavoro fa la terapista occupazionale e intervistata da Marco Pastonesi per il Foglio ha detto: «Io mi alleno da lunedì a venerdì, una o due volte al giorno, sabato riposo e domenica partita».

Dal 2022 la Federazione Italiana Rugby paga a 25 giocatrici della Nazionale uno stipendio che ora è di circa 1.500 euro al mese tramite una «contrattualizzazione centralizzata». È poco, ma è già qualcosa, e rende comunque la FIR «l’unica federazione sportiva in Italia ad avere atlete sotto contratto». Dal 2025 esiste anche una «policy federale per la tutela della maternità e della genitorialità» che «disciplina la sospensione sicura dell’attività di contatto durante la gravidanza, il sostegno economico durante il congedo, il rientro graduale all’attività sportiva attraverso protocolli multidisciplinari, e il supporto post-nascita con flessibilità, childcare e accompagnamento nelle trasferte».

Sofia Stefan in meta ai Mondiali del 2025 (Matthew Lewis/Getty Images)

Intervistata da Pastonesi nel 2025, la mediana di mischia Sofia Stefan, che ha superato i 100 caps in Nazionale, e di lavoro fa la personal trainer, rispose così ad alcune domande di confronto con altri sport:

Da rugbista, che cosa invidia alle pallavoliste italiane?
«Lo sviluppo del loro movimento».

Alle calciatrici italiane?
«Il professionismo. Il nostro è un semiprofessionismo, che ha anche i suoi vantaggi, per esempio quello di rimanere attaccati alla vita di tutti i giorni».

Alle tenniste italiane?
«I soldi. Scherzo. Invidio i successi, che significano visibilità, e la visibilità significa allargare la conoscenza, la base, il sistema».

Erika Morri, ex giocatrice e ora consigliera federale con delega al rugby femminile, spiega però che ancor prima che sulla Nazionale il grosso del lavoro va fatto alla base. Nelle scuole, perché altrimenti c’è il rischio che al rugby femminile si avvicini solo chi è parente di chi già ci gioca; e nelle squadre, perché oggi, in Italia, «solo il 20 per cento delle società ha una squadra femminile». E già quelle maschili sono molte meno rispetto a quelle inglesi o francesi, e spesso con difficoltà a far quadrare i conti.

In una Nazionale che è considerata un buon mix di rugbiste esperte e giovani, alcune delle quali hanno debuttato nelle ultime partite, circa metà delle titolari gioca all’estero, in Francia o Inghilterra, dove le cose vanno molto meglio anche nei club, e dove per le rugbiste i compensi delle Nazionali si sommano a quelli dei club e degli sponsor personali.

(Mattia Ozbot/Getty Images)

«Loro» dice Morri parlando di Inghilterra e Francia, «hanno strutture, hanno campi, e fanno lavoro a livello scolastico», e quando si parla di rugby partono da una diversa «realtà culturale». In Italia, dice, «al campo arrivano bambini o bambine che quasi non sanno nemmeno correre». Morri dice che, quasi paradossalmente, con tutte queste premesse «gli altri paesi ci guardano come un caso raro, perché si chiedono come sia possibile che con una base così piccola l’Italia sia tra le prime dieci nazionali al mondo».

La partita dell’Italia contro il Galles, che al Sei Nazioni non vince dal 2024, sarà alle 13:15 di domenica, nello stadio di Cardiff. L’anno scorso finì 44-12 per l’Italia. Si potrà vedere su Sky. Per arrivare terza l’Italia dovrà vincere e sperare che l’Irlanda perda contro la Scozia. Alle 17:45, sempre su Sky, ci sarà Francia-Inghilterra: la vincente di questa partita vincerà il torneo e, sebbene l’Inghilterra non perda da 37 partite, non è così impossibile che vinca la Francia. L’anno scorso finì 43-42 per le inglesi.