C’era una volta un’industria chimica europea
Poi sono arrivati gli statunitensi, i cinesi, la guerra in Ucraina, poi quella in Medio Oriente: e oggi non si vede una via d'uscita
di Simone Fant

All’inizio del 2026 l’industria chimica europea era molto in difficoltà. Nel giro di quattro anni moltissimi impianti avevano chiuso, il volume della produzione si era ridotto del 9 per cento e 20mila posti di lavoro erano considerati a rischio.
Poi è arrivata la chiusura dello Stretto di Hormuz, per via della guerra in Medio Oriente.
Negli ultimi tre mesi il prezzo dell’energia in Europa è molto aumentato, e questo avrà un impatto enorme in un settore dove se ne consuma moltissima. Molte aziende non potranno fare altro che scaricare gli aumenti dei prezzi sui consumatori, o spostarsi altrove. È un guaio che ci riguarda tutti: dall’industria chimica deriva circa il 95 per cento degli oggetti che utilizziamo e consumiamo nella vita di tutti i giorni.
Di cosa parliamo
Di oggetti in plastica, vernici, farmaci, vestiti, fertilizzanti, carburanti e additivi per alimenti, solo per citare le principali. È un settore difficile da inquadrare, perché esistono migliaia e migliaia di prodotti chimici diversi per composizione e processi. Per districarsi meglio si può fare una prima grossa distinzione fra prodotti che emergono da processi di “chimica di base” e da quelli di “chimica specialistica”. È una classificazione che ha senso anche da un punto di vista economico, perché i due settori stanno reagendo in maniera diversa alle varie crisi.
Semplificando molto, sostanze come l’ammoniaca, la benzina, il cloro e l’acido solforico vengono ottenute tramite sintesi in quell’insieme di processi, raffinazioni e purificazioni noto come “chimica di base”, che si distingue per grandi volumi di produzione e prezzi contenuti. Negli ultimi vent’anni il numero delle aziende attive in Europa si è ridotto drasticamente, lasciando la gran parte delle quote di mercato a una manciata di grossi produttori stranieri (anche statunitensi) con cui non possono competere: altrove, soprattutto negli Stati Uniti, i processi tecnologici sono più all’avanguardia e l’energia costa meno.
– Leggi anche: Ascolta: la puntata di Wilson sui prezzi dell’energia in Europa
La chimica fine e specialistica (secondaria) invece produce sostanze più complesse come saponi, detergenti, pesticidi, pitture e medicinali. È un comparto che soprattutto in Italia ha retto meglio l’urto della crisi energetica causata principalmente dall’abbandono del gas russo nel 2022: merito del fatto che da anni è un settore in buona salute, soprattutto in certi ambiti come quello della produzione di principi attivi farmaceutici (cioè le sostanze più importanti che si trovano dentro a un farmaco), molto legato alle esportazioni. Anche le aziende europee di chimica specialistica, però, stanno soffrendo l’aumento del prezzo dell’energia.
L’energia, anche qui
Secondo un recente studio di Cefic, l’associazione europea di categoria che rappresenta gli interessi dell’industria chimica, metà delle aziende che hanno annunciato la chiusura di impianti, prevalentemente petrolchimici, indica il prezzo dell’energia come causa principale. L’industria chimica è infatti molto esposta al prezzo dei combustibili fossili: vengono usati sia per processi di raffinazione molto energivori alimentati a gas, sia per reperire materie prime (derivate da gas e petrolio) che servono a realizzare le sostanze finali.

Un impianto chimico vicino a Lavéra, nel sud della Francia (AP Photo/Daniel Cole)
Tra il 2021 e il 2024, l’incidenza del costo dell’energia sul valore della produzione chimica italiana è passata dal 14 al 18 per cento, con picchi elevati per i fertilizzanti e i polimeri, un sottogruppo delle plastiche. «Con i prezzi che vediamo nelle ultime settimane l’impatto quest’anno potrebbe essere ancora più violento, raggiungendo il 23 per cento», spiega Francesco Buzzella, presidente di Federchimica, che rappresenta 1.500 aziende italiane.
Non è un problema nuovo. Secondo Buzzella, già negli ultimi vent’anni i costi energetici più alti avevano causato un divario di competitività tra chi produce in Europa e chi negli Stati Uniti o in Cina.
Con le aziende statunitensi la distanza aveva già iniziato a mostrarsi con la cosiddetta “rivoluzione dello scisto”. Nei primi anni Duemila le compagnie energetiche statunitensi iniziarono a estrarre gas e petrolio tramite la fratturazione idraulica (fracking), una tecnica di trivellazione molto controversa che frantuma la roccia di scisto (una roccia sedimentaria formata da fango e minerali argillosi) iniettando nel sottosuolo acqua ad alta pressione, sabbia e sostanze chimiche: è un metodo dannoso per l’ambiente, ma nonostante varie preoccupazioni locali e nazionali ha reso gli Stati Uniti il principale produttore mondiale di petrolio e gas, che le imprese chimiche americane oggi acquistano a prezzi molto inferiori rispetto ai concorrenti europei.
Il caso dell’etilene, per esempio, è rappresentativo della perdita di competitività delle aziende europee. Per volumi e domanda l’etilene è considerata una materia prima essenziale per sintetizzare strutture molecolari più complesse, trasformandole in sostanze plastiche come il polietilene. Negli Stati Uniti l’etilene si ottiene dallo steam cracking – un processo industriale che rompe le molecole del gas per trasformarle in molecole più piccole e reattive – dell’etano, un gas che si ottiene facilmente dai processi di fracking. In Europa si usa la nafta vergine (un derivato del petrolio), molto più costosa. Lo scorso anno TotalEnergies in Belgio, LyondellBasell nei Paesi Bassi e Ineos in Germania hanno annunciato la chiusura di grossi impianti di etilene. Anche Versalis, società di Eni, ha deciso di dismettere gli impianti di cracking a Brindisi e a Priolo, in provincia di Siracusa.
– Leggi anche: Anche in Asia il costo della plastica è diventato un problema
Altre multinazionali hanno deciso di investire in Cina, l’unico paese in cui la produzione chimica sta crescendo. A fine marzo la grossa azienda tedesca BASF ha inaugurato a Zhanjiang, nella Cina meridionale, un impianto di etilene costato 8,7 miliardi di euro.
Nel successo della Cina c’entra ancora l’energia. «Se in vent’anni la Cina è passata dal 5 al 46 per cento della produzione chimica globale è perché sono stati bravi a replicare i nostri impianti su grande scala, grazie a politiche economiche aggressive, ai tanti sussidi e al carbone a basso costo», dice Buzzella, che ha visitato diversi siti industriali.
In Cina peraltro, come negli Stati Uniti, le aziende chimiche non sono soggette a restrizioni ambientali e meccanismi come l’Emissions Trading System (ETS), il sistema europeo di scambio di quote di emissione pensato per accelerare la transizione verso fonti a basso impatto ambientale nei settori produttivi più inquinanti. L’ETS prevede un tetto massimo alle emissioni consentite: chi lo supera deve acquistare delle quote per potere continuare a inquinare (al momento sono intorno ai 74 euro per tonnellata di anidride carbonica).
Secondo Federchimica, l’ETS costa alle imprese italiane circa 600 milioni di euro all’anno, lasciando poche risorse agli investimenti e alla ricerca. Questi proventi incassati dallo Stato in teoria dovrebbero finanziare tecnologie di decarbonizzazione che in futuro potrebbero sostituire il gas e ridurre i costi delle bollette. Tuttavia, una recente analisi del think tank Ecco ha calcolato che i governi italiani tra il 2012 e il 2024 hanno destinato alla transizione energetica solamente il 9 per cento dei circa 18,2 miliardi di euro generati dal sistema ETS.
In ogni caso rimangono molte difficoltà nel ridurre le emissioni e i consumi di gas per un’industria che ha bisogno di alte temperature: sia perché per questi processi l’energia termica da gas rimane molto più efficiente ed economica dell’elettricità generata da sole e vento, sia perché sostituire il gas con idrogeno da fonti rinnovabili è tecnicamente fattibile, ma produrlo costa troppo.
– Leggi anche: La carenza di petrolio è un grande problema per l’industria petrolchimica
La situazione delle aziende italiane
L’Italia è il terzo produttore europeo di chimica, con 2.800 aziende (soprattutto medie e piccole) e oltre 113.000 dipendenti. Rispetto a Germania e Paesi Bassi ci sono state meno chiusure, ma riconversioni significative, come quelle di Versalis, tra i principali gruppi chimici italiani. A Priolo (Siracusa), lo stabilimento petrolchimico diventerà una bioraffineria per biodiesel (HVO) da scarti e oli vegetali, integrata con un impianto di riciclo chimico. A Brindisi aprirà invece una fabbrica di batterie al litio-ferro-fosfato, destinate soprattutto agli accumuli di energia elettrica in grandi impianti.
Di queste riconversioni sono preoccupati i sindacati: secondo loro il settore della chimica di base può garantire una solidità molto superiore rispetto ad altre aziende.

Uno sciopero tenuto a Roma dai dipendenti di Versalis il 19 febbraio 2016 (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)
Mentre i grossi gruppi hanno la forza economica per dismettere e riconvertire intere produzioni, le imprese più piccole, per diversi motivi, faticano a stare in piedi. A gennaio l’Industria Chimica Reggiana, specializzata nella produzione di resine per marmi e per riparare la carrozzeria, ha chiuso licenziando 54 lavoratori; in provincia di Bergamo la 3v Sigma realizzava polimeri sintetici, molecole organiche, additivi impiegando 200 lavoratori. Dopo aver chiuso lo stabilimento di Mozzo, anche l’impianto di Grassobbio, fermo da mesi, è a rischio.
Nella provincia di Cremona sta per dichiarare bancarotta la Sogis, che fabbricava stearati metallici, glicerina, acidi grassi e derivati da grassi animali e oli vegetali. «Per una mala gestione da parte dei dirigenti, si è creato uno stato di insolvenza per cui la società non è stata più in grado di pagare la fornitura di gas di cui aveva bisogno per il processo di trasformazione», dice Marco Quarantini del sindacato Femca Cisl Asse del Po. La società britannica Multiasset Management Limited, che ha rilevato Sogis nel 2025, non ha mai provveduto all’aumento di capitale necessario a salvarla.



