Cosa c’entra l’allevamento con i cosmetici
È una delle storie raccontate nel nuovo numero di COSE Spiegate bene, da oggi in libreria: per capire come agricoltura e allevamento influenzano il paesaggio, l’economia e le nostre abitudini quotidiane

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Il distretto cosmetico più importante d’Italia non è a Milano o Roma. È a Cremona, in mezzo alla pianura Padana, a pochi chilometri da alcuni dei più grandi allevamenti di bovini e suini del paese. Non è un caso: gli scarti della macellazione – grassi, pelli, ossa – diventano materia prima per le bioraffinerie, che li trasformano in ingredienti per creme, rossetti e shampoo. È una filiera industriale enorme e poco visibile, ed è una storia che racconta bene le altre che abbiamo raccolto nel nuovo numero di COSE Spiegate bene, la rivista del Post, che esce oggi in libreria ed è dedicato all’agricoltura, all’allevamento e a tutto quello che ci gira intorno.
Che ne sai tu di un campo di grano? – qui il link per acquistarlo sul sito del Post – è il diciottesimo numero di COSE Spiegate bene e spiega molti aspetti del lavoro agricolo e dell’allevamento che di solito conosciamo poco. Ci sono storie che raccontano cosa succede al cibo prima che arrivi sulle nostre tavole – chi lo produce, come, con quali costi e quali conseguenze – e ci sono le storie di chi lavora davvero nei campi, le domande scomode sul benessere animale, i meccanismi poco trasparenti dei sussidi, le sperimentazioni insolite su come allevare polpi o produrre fertilizzanti con l’urina.
E poi ci sono le storie di prodotti quotidiani su cui c’è tanto da sapere: i tre cereali che reggono l’alimentazione mondiale, il perché mangiamo sempre lo stesso tipo di banana, e chi ha deciso che il salmone nel sushi fosse una buona idea (spoiler: i norvegesi, per ragioni commerciali). E c’è la storia di come l’industria dell’allevamento e quella dei cosmetici sono diventate sorelle, almeno nella pianura intorno a Cremona: è raccontata nel capitolo “Mucche e cosmetici”, ma qui di seguito puoi leggerne un estratto.
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I cosmetici hanno sempre avuto a che fare con gli animali. Le popolazioni precolombiane usavano ossa bruciate per dipingersi la pelle. Egizi, greci e romani mescolavano grassi di buoi, pecore e pollame con la cera d’api per produrre unguenti e creme.
In Egitto settemila anni fa c’erano già antenati del bagnoschiuma per lavarsi a casa o direttamente nel Nilo: miscele di grasso animale, calce in polvere e profumo. La regina Cleopatra, alla cosmetica, teneva parecchio: per le rughe usava latte d’asina inacidito, e aveva provato pure la polvere di escrementi di coccodrillo, che naturalmente non era servita a niente.
Da antica pioniera del business della cosmesi, cercò pure rimedi contro la calvizie: forse per la relazione con Cesare, che di capelli ne aveva pochi. Mise insieme una pasta di denti di cavallo macinati e midollo di cervo, convinta che potesse risvegliare i follicoli. Non funzionò.
Nei due millenni successivi si è sperimentato molto altro: feci di capra, cane e ratto, cervello di maiale, grasso di montone, sangue di rospo o di tartaruga. Non hanno funzionato nemmeno quelli.
Nel Medioevo truccarsi non era comune: spesso era visto come una sfida a Dio e alla sua creazione. Poi, durante il Rinascimento, i guanti profumati diventarono un accessorio di gran moda per chi poteva permetterseli. Dentro c’era l’ambra grigia, che viene dal capodoglio, una balena che mangia calamari e seppie e non riesce a digerirli completamente. Alcune loro parti, col tempo, si compattano in una massa solida: l’ambra grigia, appunto, che trattiene le note del profumo e le rilascia lentamente.
Un altro ingrediente dei guanti profumati era il muschio, che ancora oggi è una delle profumazioni più famose: non è da confondere con quello verde che cresce nei boschi, ma proviene da una secrezione di ghiandole di alcuni animali. Il muschio più famoso e diffuso viene dal cervo muschiato maschio: la ghiandola si trova tra ombelico e genitali, e la secrezione serve a marcare il territorio e ad attirare le femmine. Altri muschi vengono da castori e topi muschiati. L’odore, forte e animale, diventa caldo e avvolgente in dosi minuscole.
Oggi di ambra grigia e muschio naturale non ce ne sono quasi più, per due motivi: etici (per estrarli si uccidono gli animali) ed economici (erano rarissimi e carissimi). Quando oggi leggiamo «muschio» sull’etichetta, significa in genere muschio vegetale – estratto da piante come l’angelica – oppure ottenuto in laboratorio.
Per dare colore rosso alle labbra o alle guance, si usava la cocciniglia: un piccolo insetto che vive sul fico d’India. Ancora oggi si essiccano gli esemplari femmina per polverizzarli e ottenere quel rosso acceso che finisce in molti rossetti e fard.
Tra Settecento e Ottocento, con la rivoluzione industriale, si aprì l’epoca dell’industria del grasso. Nacquero aziende gigantesche come Procter & Gamble, che si arricchirono trasformando il sego animale – il grasso duro di bovini e ovini, quello che si trova intorno ai reni – in saponette e candele, che cominciarono a essere prodotte su scala industriale. Il sego veniva sciolto, si filtrava per rimuovere le impurità, e una volta raffreddato tornava solido.
Il sego funziona bene sulla pelle perché i suoi lipidi la ammorbidiscono, la lubrificano e la fanno sembrare più elastica. Anche oggi non è sparito: è impiegato in candele e saponi, ma pure in unguenti e balsami. L’aumento della macellazione di bovini nel mondo ha assicurato un flusso stabile e conveniente di questa materia prima, rendendola disponibile e a buon prezzo anche per usi che non c’entrano col cibo.
Con l’urbanizzazione e l’avvento dei grandi macelli i sottoprodotti animali si sono infatti moltiplicati, consentendo di organizzare intere filiere di rendering, cioè di recupero e trasformazione di scarti degli allevamenti. È proprio tra Settecento e Ottocento che arrivarono altri ingredienti agricosmetici: la lanolina, ottenuta dal grasso della lana (le pecore la secernono dalla pelle e in cosmetica aiuta a trattenere l’acqua e quindi a idratare), e lo squalene, una sostanza presente nell’olio di fegato di squalo che nutre senza ungere lasciando la pelle morbida e setosa, molto usata nel Novecento e oggi sostituita quasi sempre dallo squalano vegetale (lo squalano è la versione idrogenata e più stabile dello squalene). […]
A metà Novecento arrivarono gli allevamenti intensivi. Più animali vuol dire più carne, ma anche più scarti: grassi, pelli, ossa, lana, piume. Si sviluppò l’industria oleochimica, che raffina oli e grassi e li trasforma in ingredienti utili a tanti settori, compresa la cosmetica. Da lì viene ancora oggi molto collagene: è una proteina che si trova in pelli, ossa e tendini di bovini, molto di moda perché viene presentato come un rimedio per migliorare l’elasticità della pelle umana (in realtà il collagene non supera la barriera cutanea e il nostro organismo lo produce da sé).
Oggi si usa sempre più collagene prodotto con fermentazioni batteriche o con lieviti geneticamente modificati. Altri ingredienti animali sfruttati nei cosmetici sono: l’elastina, estratta dall’aorta o dalle vertebre bovine; la cheratina, che viene da unghie, corna, peli, piume e zoccoli di diversi animali da allevamento; l’acido ialuronico, che si ricava dalle creste dei galli. Si trovano in creme antirughe, shampoo, maschere, smalti rinforzanti.
Un caso di studio interessante di economia circolare tra settore degli allevamenti e cosmetica è il distretto di Cremona, uno dei poli zootecnici più grandi d’Italia. A Cremona ci sono più di 1.500 allevamenti di bovini e suini, di cui molti intensivi. La concentrazione porta problemi ambientali: è difficile gestire alcuni scarti, come gli escrementi degli animali e l’ammoniaca che deriva dalle urine.
Porta però anche opportunità di economia circolare: gli scarti della macellazione non finiscono eliminati, diventano materia prima per altre industrie, tra cui quella chimica e cosmetica. È così che nel cremonese si è sviluppato un distretto della cosmetica, con decine di aziende che producono make-up e skincare per conto di marchi terzi. Dagli allevamenti gli scarti vanno alle bioraffinerie, che li trasformano in ingredienti. La SO.G.I.S. di Sospiro, per esempio, scrive che Cremona è «il luogo ideale per sfruttare il grasso degli scarti di macellazione». […]
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Che ne sai tu di un campo di grano? è stato illustrato da Francesco Fidani e contiene contributi di Daria Catulini, Antonio Pascale, Diletta Sereni e Michele Serra. Nicola Sofri ed Emanuele Menietti hanno coordinato la pubblicazione, e la redazione del Post ha lavorato a tutto il resto.
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