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  • Mercoledì 13 maggio 2026

Cosa c’entra l’allevamento con i cosmetici

È una delle storie raccontate nel nuovo numero di COSE Spiegate bene, da oggi in libreria: per capire come agricoltura e allevamento influenzano il paesaggio, l’economia e le nostre abitudini quotidiane

Una delle illustrazioni di Francesco Fidani in "Che ne sai tu di un campo di grano?"
Una delle illustrazioni di Francesco Fidani in "Che ne sai tu di un campo di grano?"
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Il distretto cosmetico più importante d’Italia non è a Milano o Roma. È a Cremona, in mezzo alla pianura Padana, a pochi chilometri da alcuni dei più grandi allevamenti di bovini e suini del paese. Non è un caso: gli scarti della macellazione – grassi, pelli, ossa – diventano materia prima per le bioraffinerie, che li trasformano in ingredienti per creme, rossetti e shampoo. È una filiera industriale enorme e poco visibile, ed è una storia che racconta bene le altre che abbiamo raccolto nel nuovo numero di COSE Spiegate bene, la rivista del Post, che esce oggi in libreria ed è dedicato all’agricoltura, all’allevamento e a tutto quello che ci gira intorno.

Che ne sai tu di un campo di grano? – qui il link per acquistarlo sul sito del Post – è il diciottesimo numero di COSE Spiegate bene e spiega molti aspetti del lavoro agricolo e dell’allevamento che di solito conosciamo poco. Ci sono storie che raccontano cosa succede al cibo prima che arrivi sulle nostre tavole – chi lo produce, come, con quali costi e quali conseguenze – e ci sono le storie di chi lavora davvero nei campi, le domande scomode sul benessere animale, i meccanismi poco trasparenti dei sussidi, le sperimentazioni insolite su come allevare polpi o produrre fertilizzanti con l’urina. 

E poi ci sono le storie di prodotti quotidiani su cui c’è tanto da sapere: i tre cereali che reggono l’alimentazione mondiale, il perché mangiamo sempre lo stesso tipo di banana, e chi ha deciso che il salmone nel sushi fosse una buona idea (spoiler: i norvegesi, per ragioni commerciali). E c’è la storia di come l’industria dell’allevamento e quella dei cosmetici sono diventate sorelle, almeno nella pianura intorno a Cremona: è raccontata nel capitolo “Mucche e cosmetici”, ma qui di seguito puoi leggerne un estratto.

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I cosmetici hanno sempre avuto a che fare con gli animali. Le popolazioni precolombiane usavano ossa bruciate per dipingersi la pelle. Egizi, greci e romani mescolavano grassi di buoi, pecore e pollame con la cera d’api per produrre unguenti e creme.

In Egitto settemila anni fa c’erano già antenati del bagnoschiuma per lavarsi a casa o direttamente nel Nilo: miscele di grasso animale, calce in polvere e profumo. La regina Cleopatra, alla cosmetica, teneva parecchio: per le rughe usava latte d’asina inacidito, e aveva provato pure la polvere di escrementi di coccodrillo, che naturalmente non era servita a niente.

Da antica pioniera del business della cosmesi, cercò pure rimedi contro la calvizie: forse per la relazione con Cesare, che di capelli ne aveva pochi. Mise insieme una pasta di denti di cavallo macinati e midollo di cervo, convinta che potesse risvegliare i follicoli. Non funzionò.

Nei due millenni successivi si è sperimentato molto altro: feci di capra, cane e ratto, cervello di maiale, grasso di montone, sangue di rospo o di tartaruga. Non hanno funzionato nemmeno quelli.

Nel Medioevo truccarsi non era comune: spesso era visto come una sfida a Dio e alla sua creazione. Poi, durante il Rinascimento, i guanti profumati diventarono un accessorio di gran moda per chi poteva permetterseli. Dentro c’era l’ambra grigia, che viene dal capodoglio, una balena che mangia calamari e seppie e non riesce a digerirli completamente. Alcune loro parti, col tempo, si compattano in una massa solida: l’ambra grigia, appunto, che trattiene le note del profumo e le rilascia lentamente.

Un altro ingrediente dei guanti profumati era il muschio, che ancora oggi è una delle profumazioni più famose: non è da confondere con quello verde che cresce nei boschi, ma proviene da una secrezione di ghiandole di alcuni animali. Il muschio più famoso e diffuso viene dal cervo muschiato maschio: la ghiandola si trova tra ombelico e genitali, e la secrezione serve a marcare il territorio e ad attirare le femmine. Altri muschi vengono da castori e topi muschiati. L’odore, forte e animale, diventa caldo e avvolgente in dosi minuscole.

Oggi di ambra grigia e muschio naturale non ce ne sono quasi più, per due motivi: etici (per estrarli si uccidono gli animali) ed economici (erano rarissimi e carissimi). Quando oggi leggiamo «muschio» sull’etichetta, significa in genere muschio vegetale – estratto da piante come l’angelica – oppure ottenuto in laboratorio.

Per dare colore rosso alle labbra o alle guance, si usava la cocciniglia: un piccolo insetto che vive sul fico d’India. Ancora oggi si essiccano gli esemplari femmina per polverizzarli e ottenere quel rosso acceso che finisce in molti rossetti e fard.

Tra Settecento e Ottocento, con la rivoluzione industriale, si aprì l’epoca dell’industria del grasso. Nacquero aziende gigantesche come Procter & Gamble, che si arricchirono trasformando il sego animale – il grasso duro di bovini e ovini, quello che si trova intorno ai reni – in saponette e candele, che cominciarono a essere prodotte su scala industriale. Il sego veniva sciolto, si filtrava per rimuovere le impurità, e una volta raffreddato tornava solido.

Il sego funziona bene sulla pelle perché i suoi lipidi la ammorbidiscono, la lubrificano e la fanno sembrare più elastica. Anche oggi non è sparito: è impiegato in candele e saponi, ma pure in unguenti e balsami. L’aumento della macellazione di bovini nel mondo ha assicurato un flusso stabile e conveniente di questa materia prima, rendendola disponibile e a buon prezzo anche per usi che non c’entrano col cibo.

Con l’urbanizzazione e l’avvento dei grandi macelli i sottoprodotti animali si sono infatti moltiplicati, consentendo di organizzare intere filiere di rendering, cioè di recupero e trasformazione di scarti degli allevamenti. È proprio tra Settecento e Ottocento che arrivarono altri ingredienti agricosmetici: la lanolina, ottenuta dal grasso della lana (le pecore la secernono dalla pelle e in cosmetica aiuta a trattenere l’acqua e quindi a idratare), e lo squalene, una sostanza presente nell’olio di fegato di squalo che nutre senza ungere lasciando la pelle morbida e setosa, molto usata nel Novecento e oggi sostituita quasi sempre dallo squalano vegetale (lo squalano è la versione idrogenata e più stabile dello squalene). […]

A metà Novecento arrivarono gli allevamenti intensivi. Più animali vuol dire più carne, ma anche più scarti: grassi, pelli, ossa, lana, piume. Si sviluppò l’industria oleochimica, che raffina oli e grassi e li trasforma in ingredienti utili a tanti settori, compresa la cosmetica. Da lì viene ancora oggi molto collagene: è una proteina che si trova in pelli, ossa e tendini di bovini, molto di moda perché viene presentato come un rimedio per migliorare l’elasticità della pelle umana (in realtà il collagene non supera la barriera cutanea e il nostro organismo lo produce da sé).

Oggi si usa sempre più collagene prodotto con fermentazioni batteriche o con lieviti geneticamente modificati. Altri ingredienti animali sfruttati nei cosmetici sono: l’elastina, estratta dall’aorta o dalle vertebre bovine; la cheratina, che viene da unghie, corna, peli, piume e zoccoli di diversi animali da allevamento; l’acido ialuronico, che si ricava dalle creste dei galli. Si trovano in creme antirughe, shampoo, maschere, smalti rinforzanti.

Un caso di studio interessante di economia circolare tra settore degli allevamenti e cosmetica è il distretto di Cremona, uno dei poli zootecnici più grandi d’Italia. A Cremona ci sono più di 1.500 allevamenti di bovini e suini, di cui molti intensivi. La concentrazione porta problemi ambientali: è difficile gestire alcuni scarti, come gli escrementi degli animali e l’ammoniaca che deriva dalle urine.

Porta però anche opportunità di economia circolare: gli scarti della macellazione non finiscono eliminati, diventano materia prima per altre industrie, tra cui quella chimica e cosmetica. È così che nel cremonese si è sviluppato un distretto della cosmetica, con decine di aziende che producono make-up e skincare per conto di marchi terzi. Dagli allevamenti gli scarti vanno alle bioraffinerie, che li trasformano in ingredienti. La SO.G.I.S. di Sospiro, per esempio, scrive che Cremona è «il luogo ideale per sfruttare il grasso degli scarti di macellazione». […]

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Che ne sai tu di un campo di grano? è stato illustrato da Francesco Fidani e contiene contributi di Daria Catulini, Antonio Pascale, Diletta Sereni e Michele Serra. Nicola Sofri ed Emanuele Menietti hanno coordinato la pubblicazione, e la redazione del Post ha lavorato a tutto il resto.

Qui la pagina dello shop per acquistarlo con spese di spedizione a carico del Post, e sotto alcune pagine di Che ne sai tu di un campo di grano?