Ci sono novità sulla contraccezione maschile
Un nuovo studio sui topi fa ben sperare nella scoperta di un metodo semplice, reversibile e con effetti collaterali limitati, che potrebbe cambiare molte cose

Su Proceedings of the National Academy of Sciences, importante rivista scientifica statunitense, è stato pubblicato uno studio che potrebbe finalmente portare a un importante progresso nel campo della contraccezione maschile.
Un gruppo di scienziati e scienziate della Cornell University di Ithaca, nello stato di New York, ha condotto una ricerca sui topi bloccando in modo reversibile la produzione di spermatozoi senza causare alterazioni ormonali né gli effetti collaterali associati all’assunzione di ormoni, aprendo così la strada a un metodo semplice ed efficace anche per gli esseri umani. La scoperta di soluzioni di contraccezione maschile di questo tipo permetterebbe in futuro una maggiore condivisione della responsabilità riproduttiva, oggi di fatto spesso a carico delle sole donne.
La ricerca sugli anticoncezionali ormonali maschili è iniziata più o meno nello stesso periodo in cui è iniziata quella sulla pillola per le donne, cioè alla fine degli anni Cinquanta. Mentre queste ultime ricerche sono proseguite nel tempo portando alla scoperta di diverse opzioni, gli studi e le ricerche sulla contraccezione maschile si sono sostanzialmente fermati, sono stati interrotti o non sono stati finanziati dalle case farmaceutiche, lasciando come uniche alternative agli uomini la vasectomia (che è una procedura chirurgica con problemi di reversibilità) e i preservativi (che hanno teoricamente un’efficacia elevata ma inferiore rispetto a quella di altri metodi, e sono considerati spesso con una certa resistenza).
Il mancato interesse allo sviluppo della contraccezione maschile è dovuto a varie ragioni. La diffusione dell’AIDS negli anni Ottanta contribuì a interrompere tutte le ricerche su una contraccezione che non proteggesse anche dalle malattie sessualmente trasmissibili. Ma ci sono soprattutto una serie di stereotipi legati alla sessualità, ai corpi e ai ruoli sociali associati a donne e uomini che hanno a loro volta avuto molte conseguenze sulla ricerca o sulla non ricerca scientifica.
Nel calcolo del rapporto rischi-benefici, per esempio, mentre per le donne gli effetti collaterali dei dosaggi ormonali sono considerati come un disagio da sopportare ma inevitabile per evitare una gravidanza non voluta (gravidanza che sarebbe essenzialmente una questione femminile), negli uomini l’equilibrio costi-benefici viene sempre calcolato con uno standard di sopportazione degli effetti collaterali molto minore, e il bilancio è stato finora sempre negativo. A questo si è aggiunta l’intollerabilità dei possibili effetti della contraccezione ormonale maschile sulla libido.
Diverse ricerche sulla contraccezione maschile anche non ormonale comunque esistono. Finora si sono studiate tecniche per impedire agli spermatozoi di muoversi, si è studiata la genetica alla base della fertilità manipolando un gene che in diverse specie di mammiferi è presente solo nel tessuto testicolare, oppure è stata creata una “parete” per bloccare il passaggio degli spermatozoi all’interno dei dotti deferenti dell’apparato genitale maschile, quelli in cui passa lo sperma per andare dai testicoli al pene.
Ma nel nuovo studio degli scienziati e delle scienziate della Cornell University la questione viene esaminata da una prospettiva differente: andando alla fonte e intervenendo su una fase specifica della produzione degli spermatozoi, senza manipolare il testosterone né agire sul sistema endocrino.
Il processo di formazione e maturazione degli spermatozoi (cioè dei gameti maschili) si chiama spermatogenesi. Dura circa 64-75 giorni e procede attraverso tre fasi principali: fase mitotica, fase meiotica e spermiogenesi. Semplificando: durante la prima fase i precursori degli spermatozoi, gli spermatogoni, vengono trasformati in spermatociti, i quali subiscono la meiosi formando gli spermatidi che durante l’ultima fase maturano in spermatozoi.
Gli studiosi e le studiose della Cornell University hanno individuato la seconda fase come la più adatta a essere presa di mira attraverso una molecola chiamata JQ1, un inibitore sperimentale usato in origine per lo studio del cancro e delle malattie infiammatorie. E hanno osservato che nei testicoli dei topi trattati per tre settimane con il JQ1, le cellule germinali progredivano normalmente attraverso le primissime fasi della meiosi, ma non riuscivano a produrre spermatozoi maturi.
Dopo aver reso sterili i topi, senza che ne derivassero problemi o eventuali effetti indesiderati, il trattamento è stato interrotto e nel giro di sei settimane il processo meiotico è ricominciato normalmente: i topi hanno ripreso gradualmente a produrre spermatozoi e si sono riprodotti in esemplari sani e fertili.
La conclusione dello studio afferma dunque che la meiosi può essere modulata farmacologicamente e in modo reversibile senza compromettere la salute riproduttiva a lungo termine. Affinché questa scoperta porti allo sviluppo di un contraccettivo maschile efficace per gli esseri umani ci vorrà però ancora del tempo. Secondo Paula Cohen, una delle autrici della ricerca, probabilmente si tratterà di un’iniezione trimestrale o di un cerotto transdermico.
Il suo obiettivo è comunque rendere il trattamento con la molecola JQ1 facile da assumere, eliminando il vincolo quotidiano di una pillola a un orario fisso e così rendere possibile, in una coppia eterosessuale, «condividere in modo più equo la responsabilità della contraccezione». «Lo sviluppo di contraccettivi maschili reversibili e non ormonali è un’esigenza fondamentale ancora insoddisfatta», scrivono gli autori e le autrici nel loro articolo, «che servirà a colmare l’enorme divario tra le opzioni contraccettive maschili e femminili e promuovere una responsabilità riproduttiva condivisa».



