Perché la riforma degli istituti tecnici non piace a insegnanti e studenti

Manca poco al prossimo anno scolastico e ancora non si sanno molte cose su come verrà messa in pratica

Il corteo di protesta contro la riforma degli istituti tecnici a Torino, 7 gennaio 2026 (Stefano Guidi/Getty Images)
Il corteo di protesta contro la riforma degli istituti tecnici a Torino, 7 gennaio 2026 (Stefano Guidi/Getty Images)
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Da settembre entrerà in vigore una riforma degli istituti tecnici voluta dal ministero dell’Istruzione, che è molto criticata da insegnanti e studenti e contro cui giovedì 7 maggio è stato organizzato uno sciopero in molte città italiane. L’obiettivo della riforma è modificare i percorsi scolastici in modo da orientarli di più verso le competenze richieste dalle industrie e dal mercato. Secondo molti insegnanti e sindacati, però, in questo modo l’istruzione finirà subordinata alle esigenze delle imprese a discapito della formazione culturale degli studenti. Ci sono poi molte critiche per il fatto che ancora non si sa come la riforma verrà attuata.

La riforma è stata approvata il 19 febbraio con un decreto del ministero dell’Istruzione reso noto però soltanto il 9 marzo, quindi dopo che le scuole avevano presentato le loro offerte formative e le famiglie avevano già iscritto i loro figli al prossimo anno scolastico. Le modifiche previste sono molte: tra le altre cose saranno diminuite le ore delle materie più teoriche, saranno incentivate le ore di laboratori e attività con le aziende, e i singoli istituti avranno la possibilità di programmare in autonomia parte delle ore di formazione.

Due insegnanti al corteo a Torino contro la riforma degli istituti tecnici, 7 maggio 2026 (Stefano Guidi/Getty Images)

È una riforma di cui si parla in realtà dai tempi del governo di Mario Draghi (in carica da febbraio 2021 a ottobre 2022) ed è legata a obiettivi fissati dal PNRR, il grande piano di riforme finanziato con fondi europei. Fino a due mesi fa però non si sapeva cosa contenesse nel dettaglio. È una questione che riguarda molte persone: agli istituti tecnici sono iscritte centinaia di migliaia di studenti, oltre il 30 per cento del totale, pur con differenze territoriali.

Sintetizzando un po’, l’idea del governo di Draghi era promuovere la sperimentazione del modello 4+2, cioè quattro anni di scuola superiore più due anni di specializzazione negli ITS, gli istituti tecnologici superiori. In questi anni l’attuale ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha cercato di incentivare questa sperimentazione e ha poi avviato gruppi di lavoro, senza però allargare il dibattito agli insegnanti, per lavorare alla riforma approvata a febbraio.

Alla base della riforma c’è il ragionamento secondo cui da tempo l’istruzione tecnica in Italia è stata penalizzata da un mancato equilibrio tra la formazione culturale generale e la necessità di una specializzazione professionale che rispecchi il mondo del lavoro attuale. La riforma di Valditara punta quindi a innovare i percorsi scolastici (l’attuale ordinamento risale al 2010) orientandoli verso l’industria “del futuro”, indicata come “4.0” e “5.0” – cioè intelligenza artificiale, robotica avanzata e processi chimici a basso impatto ambientale –, e rafforzando le competenze STEM, acronimo inglese che sta per Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica.

Anche secondo il presidente dell’Associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli, questa riforma serviva da tempo, dato che «il grande problema oggi continua a essere che gli studenti non hanno competenze in linea con le esigenze del mercato e le aziende non trovano personale».

Gli istituti tecnici sono divisi in due settori principali, quello economico e quello tecnologico-ambientale. In totale gli indirizzi sono undici, e variano dalla finanza al turismo, dalla meccanica all’agraria, fino alla moda e all’elettronica. La riforma riorganizza il percorso scolastico modificando le ore settimanali delle discipline di istruzione generale – come italiano, matematica, storia – e di quelle specifiche di ogni indirizzo.

Ogni scuola avrà poi a disposizione un certo numero di ore che potrà scegliere autonomamente come usare, sempre nell’ottica di rafforzare alcune discipline considerate molto utili, tra cui l’inglese, e di organizzare laboratori o progetti con soggetti esterni per rispondere ai «fabbisogni formativi espressi dal territorio». Complessivamente le ore gestibili dalle scuole saranno 561 in cinque anni: 66 all’anno per ciascuno dei primi due anni, 99 al terzo e altrettante al quarto, e 231 al quinto anno.

Il corteo a Milano, 7 maggio 2026 (ANSA/MATTEO BAZZI)

Attualmente il biennio iniziale degli istituti tecnici prevede un percorso scolastico simile, che poi dal terzo anno si differenzia in base all’indirizzo scelto da ciascuno studente alla fine del secondo anno. Con la riforma è previsto che vengano introdotte alcune discipline di indirizzo già nei primi due anni: è uno degli aspetti molto criticati dai contrari alla riforma, secondo i quali in questo modo gli studenti saranno costretti a scegliere l’indirizzo a un’età in cui legittimamente potrebbero non avere ancora le idee chiare. Dagli ultimi incontri tra ministero e sindacati è però emerso che questa modifica non dovrebbe essere attuata già da settembre.

Per ricavare le ore di flessibilità, la riforma prevede di ridurre in modo abbastanza significativo le ore di alcune materie di base. Per esempio geografia verrà insegnata solo al primo anno, le ore di italiano al quinto anno diminuiranno da 132 a 99, e così anche quelle di matematica da 132 a 99 per ogni anno del triennio finale. Uno dei cambiamenti più contestati in questo senso riguarda l’accorpamento di fisica, chimica, biologia e scienze della terra in un’unica disciplina che sarà chiamata “Scienze sperimentali” e che avrà meno ore settimanali rispetto al monte ore complessivo attuale delle singole materie.

I problemi sollevati dagli insegnanti sono diversi, alcuni molto pratici. Per esempio non si è ancora capito quali professori potranno insegnare “Scienze sperimentali”: per esempio gli insegnanti della classe di concorso A34 ora possono insegnare solo chimica e non altre materie scientifiche. Se le lezioni di questo corso potranno essere tenute da più docenti, come verranno scelti? Come si farà a bilanciare in modo equilibrato il tempo dedicato a ciascuna materia? E come verrà gestito il voto unico? E i libri di testo?

A queste domande non c’è una risposta precisa perché non sono ancora state pubblicate le linee guida che attuano nel concreto la riforma. Presidi e insegnanti stanno protestando proprio per questo: manca poco più di un mese alla fine della scuola e ancora non sanno bene come dovranno ripensare le lezioni dei prossimi anni. L’idea di fondo di accorpare le materie scientifiche non è vista come necessariamente sbagliata: è un approccio già usato in altri paesi, il problema è che per funzionare necessita di un’adeguata organizzazione e di docenti formati per il nuovo metodo.

Vista la confusione e le preoccupazioni sollevate da molti, il 19 marzo il ministero aveva inviato una circolare ai dirigenti scolastici in cui sostanzialmente invitava a usare le ore di autonomia del primo biennio, almeno all’inizio, per risolvere i problemi introdotti con la riforma. Nei giorni scorsi ci sono stati altri incontri tra i rappresentanti sindacali e il ministero, che ha detto che l’anno prossimo nessuno perderà il proprio posto di lavoro.

Il corteo a Bologna, 7 maggio 2026 (Alessandro Ruggeri/LaPresse)

Nella riforma, inoltre, viene molto incentivata la collaborazione con il mondo del lavoro. Tra le varie cose introduce i cosiddetti “patti 4.0”, cioè la possibilità per gli istituti di fare accordi con aziende, centri di ricerca e università per favorire lo scambio di competenze attraverso attività, laboratori e percorsi di formazione scuola-lavoro, che vengono previsti già dal secondo anno. La riforma chiede inoltre agli istituti di studiare la programmazione scolastica in modo tale da facilitare il raccordo con gli ITS e con le lauree professionalizzanti, che durano rispettivamente due e tre anni e hanno l’obiettivo di formare figure professionali molto richieste sul mercato.

Per quanto riguarda gli ITS, il ministero insiste da anni sul cosiddetto 4+2, che prevede cioè quattro anni di scuola superiore e poi due anni di ITS, su cui però sono già state sollevate varie perplessità, e che giovedì è stato osteggiato da molti studenti durante lo sciopero.

La riforma insiste molto anche sulla necessità di avvicinare gli istituti tecnici alle imprese del territorio. Non è una novità assoluta: ci sono già scuole, così come varie università, con laboratori all’avanguardia finanziati dalle imprese locali in cui vengono insegnate competenze che serviranno agli studenti per essere assunti subito dopo il diploma o la laurea. Una delle criticità di questo approccio è che rischia di aumentare le differenze territoriali penalizzando le zone d’Italia meno industriali, come il Sud.

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