I legali della Global Sumud Flotilla hanno depositato un ricorso contro l’Italia alla Corte europea dei diritti dell’uomo

L'avvocata della Global Sumud Flotilla Tatiana Montella durante un presidio per chiedere la liberazione di due attivisti trattenuti dalle autorità israeliane (ANSA/ Riccardo Antimiani)
L'avvocata della Global Sumud Flotilla Tatiana Montella durante un presidio per chiedere la liberazione di due attivisti trattenuti dalle autorità israeliane (ANSA/ Riccardo Antimiani)

Gli avvocati della Global Sumud Flotilla hanno depositato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) contro lo stato italiano. L’accusa è di non aver adeguatamente tutelato due attivisti – il brasiliano Thiago Avila e Saif Abu Keshek, palestinese con cittadinanza spagnola e svedese – arrestati venerdì dalle autorità israeliane, che al momento dell’arresto si trovavano su un’imbarcazione battente bandiera italiana. Nel ricorso gli avvocati hanno scritto che l’Italia, in quanto stato di bandiera, esercitava giurisdizione sulle persone a bordo e avrebbe quindi dovuto adottare tutte le misure necessarie per prevenire violazioni dei diritti fondamentali.

La nuova missione della Global Sumud Flotilla, composta da 58 imbarcazioni, era partita lo scorso 26 aprile dalla Sicilia con l’obiettivo di rompere il blocco navale imposto da Israele verso la Striscia di Gaza portando cibo e aiuti umanitari. Arrivate in acque internazionali vicino a Creta, una ventina di barche erano state bloccate dalla marina militare israeliana, che aveva fatto sbarcare sull’isola circa 170 attivisti, tra cui 23 italiani, per il rimpatrio forzato.

Avila e Abu Keshek sono stati invece portati ad Ashkelon, città sulla costa sud di Israele dove c’è un carcere, per essere interrogati. Domenica il tribunale di Ashkelon ha prolungato la loro detenzione di due giorni, fino al 5 maggio. Israele ha detto che Avila è sospettato di essere affiliato a un’organizzazione terroristica mentre Abu Keshek di attività illegali. I due hanno detto ai loro legali di essere stati picchiati dalle autorità israeliane e obbligati a rimanere per molto tempo in posizioni forzate mentre erano in mare. Gli organizzatori stanno facendo pressioni affinché siano liberati il prima possibile.