Miranda Priestly è tornata

Il personaggio più memorabile di “Il diavolo veste Prada" doveva essere diverso, e se fece il successo del film fu soprattutto grazie a Meryl Streep

Meryl Streep alla prima europea di Il diavolo veste Prada 2 il 22 aprile 2026 a Londra (Lia Toby/Getty Images)
Meryl Streep alla prima europea di Il diavolo veste Prada 2 il 22 aprile 2026 a Londra (Lia Toby/Getty Images)
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Nell’idea originaria dietro il film del 2006 Il diavolo veste Prada il personaggio di Miranda Priestly interpretato da Meryl Streep doveva essere “il cattivo”. Fin dall’inizio la temutissima direttrice di Runway, la fittizia rivista di moda ispirata a Vogue, fu scritta come una donna autoritaria, maniacalmente esigente e apparentemente interessata solo al proprio lavoro: un’antagonista perfetta per la protagonista del film, la giovane e ingenua assistente Andy, interpretata da Anne Hathaway.

Tuttavia le idee di Streep e la sua insistenza trasformarono Miranda Priestly da “cattiva della storia” in un personaggio femminile severo ma che ispirava ammirazione e simpatia. Era un ruolo che fino a quel momento non si era mai visto nel cinema commerciale, che fu molto amato fin da subito e che è rimasto nell’immaginario.

Questa settimana esce nei cinema di tutto il mondo Il diavolo veste Prada 2 – sequel con le stesse attrici e attori, lo stesso regista e la stessa sceneggiatrice –, che racconta cosa è successo ai personaggi, ma anche al mondo dell’editoria periodica, venti anni dopo.

Questa volta Andy si allea con Miranda Priestly per salvare la rivista da uno scandalo, che si aggiunge alla già precaria situazione di un periodico che come molti altri ha perso il suo status e la sua influenza. Il rapporto tra le due non è più subalterno come prima e il personaggio della direttrice di Runway, pur mantenendo le sue asperità e il suo snobismo, è molto ridimensionato.

L’impatto del personaggio in questo sequel è minore rispetto a quello di 20 anni fa, un po’ perché è difficile eguagliare l’influenza che ha avuto, un po’ perché nel frattempo anche i modelli femminili sono cambiati e quello rappresentato da Miranda Priestly è considerato oggi superato e meno femminista di come sembrò allora.

Fino a quel momento nel cinema anglosassone i personaggi femminili in posizioni di potere erano comunque rappresentati come compiacenti e meno autorevoli dei loro corrispettivi maschili, mentre Miranda Priestly aveva un atteggiamento basato su distacco, professionalità e ricerca dell’eccellenza, e una voce autoritaria, quieta e ferma. Negli anni successivi questo ha portato a una maggiore rappresentazione di personaggi femminili in posizioni di comando, spesso con caratteristiche simili alle sue e che in precedenza erano esclusiva dei personaggi maschili. Due esempi sono Cersei Lannister di Il trono di spade (personaggio che nasce nei romanzi e che è stato trasposto nella serie con quelle caratteristiche) e Olivia Pope della serie tv Scandal.

Anne Hathaway, Stanley Tucci, Meryl Streep ed Emily Blunt alla prima di Il diavolo veste Prada 2 al Lincoln Center di New York, il 20 aprile 2026. (TheStewartofNY/Getty Images for 20th Century Studios)

L’intento originale di Il diavolo veste Prada però non era quello. Per la maggior parte della sua durata il film è una commedia romantica convenzionale, che racconta un mondo dell’alta moda diverso dal solito, come un’industria d’élite in cui girano moltissimi soldi e che ha standard di eccellenza elevati. Era un ritratto che si contrapponeva alla rappresentazione dominante in quel momento, della moda come un’industria frivola, fondata sul glamour e sull’estetica più che su affari e management. L’enfasi del film era quindi sul contesto e Miranda Priestly non era pensata per essere centrale come si è poi rivelata, tanto che le scene a lei dedicate sono poche.

La 20th Century Fox aveva acquistato i diritti del romanzo omonimo nel 2000 basandosi su un estratto di 100 pagine letto in anteprima, in cui Miranda Priestly era molto presente. A convincere chi lo lesse fu proprio quel personaggio, che appariva come un villain forte e innovativo. Tuttavia, solo quando il romanzo venne pubblicato si accorsero che non lo si poteva davvero adattare senza cambiarlo molto. Il romanzo infatti non ha l’andamento di un film, manca un arco narrativo per la protagonista e non c’è quello che viene definito “il terzo atto”, cioè il momento in cui la trama si risolve, le difficoltà vengono superate e si crea un nuovo equilibrio finale.

Per questo si scelse di farne qualcosa di più convenzionale per il cinema, una commedia romantica. Fu il regista David Frankel a proporre di usare Miranda Priestly come un mentore e non come il cattivo della storia, qualcuno da imparare a comprendere e non da sconfiggere.

Una foto di scena con Anne Hathaway e Meryl Streep da Il diavolo veste Prada (ANSA)

Ma il personaggio cambiò ancora di più quando fu scelta Meryl Streep per interpretarlo, superando con grande difficoltà la concorrenza di altre due grandi attrici: Michelle Pfeiffer e Glenn Close. Può sembrare una scelta facile: Streep era considerata già allora una delle più grandi attrici viventi, ma pur essendo molto nota non era una star e solitamente i ruoli brevi e incisivi sono ruoli da star. Meryl Streep non era un’attrice popolare, una in grado di vendere biglietti; era una da grandi film d’autore, più amata in Europa che negli Stati Uniti. Qualcosa di più leggero e pop l’aveva fatto (La morte ti fa bella) ma nell’ambiente si diceva che non avesse mai fatto ridere nessuno in tutta la sua vita. Senza contare che in quel momento la sua carriera era in flessione. Fu proprio questo film a cambiare tutto e, insieme a Mamma mia, a trasformarla in una star a 55 anni.

Per questa ragione le fu fatta una proposta economica che lei stessa anni dopo definì «leggermente, se non proprio apertamente, un insulto». La cifra che le proposero era così bassa che alla fine, dopo quella che lei racconta come la prima vera negoziazione economica della sua carriera, fu pagata più del doppio.

Streep aveva un suo obiettivo personale: voleva mostrare cosa succede alle donne di potere, come vengono trattate, e far vedere un tipo di donna che il cinema non raccontava, che sembra avere tutto ma, in un mondo comandato dagli uomini, ha in realtà pochissimo. Per riuscirci lavorò con il tipo di riferimenti, la cura del personaggio e l’interpretazione richiesti nel cinema d’autore, anche se quello era un film commerciale.

Quasi tutto del personaggio di Miranda Priestly è una sua invenzione. Streep ha raccontato più volte di essersi ispirata al modo in cui due registi con cui aveva lavorato esercitavano il potere sul set: Mike Nichols, da cui viene l’uso frequente di ironia tagliente, e Clint Eastwood. Sul set di I ponti di Madison County era rimasta impressionata da come Eastwood fosse autoritario ma calmo, con un tono di voce basso e una grande economia di parole, e prese spunto da lì per interpretare Miranda.

Questo tipo di intromissioni tendono a non essere ben viste dalle produzioni, specialmente se vanno contro certe regole non scritte del cinema. Il fatto che Meryl Streep volesse avere i capelli tutti bianchi per esempio fu un problema. Si temeva che sarebbe stata percepita come più vecchia di quel che era, e la produzione osteggiò l’idea in ogni modo. Era un tipo di dettaglio adatto al cinema d’autore ma non in quello commerciale. Era uno dei molti modi in cui Streep pensò di costruire un personaggio di leader femminile diverso: invece di fare una scelta di look familiare per il pubblico, aveva pensato di ispirarsi al colore e al taglio di capelli della politica francese Christine Lagarde (oggi presidente della Banca centrale europea), e al suo aspetto autoritario e sobrio.

– Leggi anche: L’importanza degli occhiali per Meryl Streep

Streep impose e allargò le scene in cui Miranda, nella sua vita privata, subisce le conseguenze del suo lavoro e si mostra più fragile alla sua assistente, senza trucco e dopo essere stata lasciata dal marito.

In più, chiese alla sceneggiatrice Aline Brosh McKenna moltissime modifiche al breve monologo sul maglione ceruleo che divenne celebre. Scelse personalmente il termine “ceruleo” proprio per la sua specificità: da un breve scambio sferzante e cinico Streep e McKenna lo trasformarono in una scena perfetta sulla specializzazione che richiede il lavoro nell’alta moda e su come questa fosse incarnata nel personaggio di Priestly.

Tutto questo andava molto oltre quella che era l’ispirazione non ufficiale del personaggio. Nel settore della moda infatti era noto che il romanzo Il diavolo veste Prada era stato scritto dall’ex assistente della direttrice di Vogue Anna Wintour come forma di ripicca per quello che aveva passato e che quindi Miranda Priestley era ispirata a lei. Wintour lo ha sempre negato ma è un fatto assodato che lo sapesse anche lei, e che si adoperò perché la produzione del film non avesse accesso al mondo di Vogue o della moda, nella speranza che venisse un prodotto peggiore e di scarso successo.

Anna Wintour fece pressioni su chiunque lavorasse nella moda perché non facesse da consulente, bloccò l’autorizzazione a girare in alcune prestigiose location spesso affittate per eventi delle aziende di moda e impose a stilisti e modelle di non comparire né prestare abiti, con la minaccia di non lavorare mai più con loro. Aline Brosh McKenna faticò moltissimo a trovare qualcuno che volesse spiegarle certi meccanismi del settore utili a scrivere la sceneggiatura.

A cedere fu per prima Prada, per la quale il titolo del film costituiva una irrinunciabile occasione di marketing gratuito, e che prestò alcuni abiti, stimolando qualche altro marchio a fare lo stesso. L’unico stilista a comparire fu invece Valentino Garavani, perché amico della costumista Patricia Field. Tra le modelle più famose invece solo Gisele Bündchen accettò un piccolo ruolo (dopo aver chiesto il permesso a Vogue).

Anna Wintour e Meryl Streep alla prima di Il diavolo veste Prada 2 al Lincoln Center di New York, il 20 aprile 2026. (TheStewartofNY/Getty Images for 20th Century Studios)

La sera della prima del film Anna Wintour, al pari di tantissime altre persone del mondo della moda, fu invitata e si presentò con un abito Prada. In seguito, visto il grande successo del film e l’impatto positivo del personaggio di Miranda Priestly, Wintour ha cavalcato il fatto di esserne stata l’ispirazione, beneficiandone molto in termini di immagine e diventando in un certo senso lei stessa un personaggio mediatico, conosciuto non solo da chi lavora nella moda o nel giornalismo.

Negli anni poi Wintour ha incontrato più volte Meryl Streep, l’ha intervistata e ha spesso parlato del film. Ora che ha lasciato il suo storico ruolo nell’edizione statunitense di Vogue per diventare direttrice editoriale globale della rivista, ha comunque partecipato alla promozione di Il diavolo veste Prada 2. Ha girato una clip in cui appare accanto a Miranda Priestly, è in copertina del numero di maggio di Vogue con Meryl Streep e ha presentato con Anne Hathaway il premio ai migliori costumi agli ultimi Oscar facendo una gag sulla sua intransigenza.

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