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  • Mercoledì 29 aprile 2026

L’Italia si è data altri 15 anni per far tornare le scorie radioattive dall’estero

Sempre che nel frattempo si riesca a costruire un deposito nazionale

L'ex centrale nucleare di Trino Vercellese, in Piemonte
La centrale Trino 2 di Trino Vercellese, in Piemonte, progettata come centrale nucleare ma poi diventata centrale a gas (Stefano Guidi/Getty Images)
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Il governo italiano ha rinnovato l’accordo con la Francia per continuare a tenere all’estero le scorie delle vecchie centrali nucleari italiane: ora resteranno nei depositi francesi al massimo fino al 2040, quindici anni in più rispetto a quanto previsto. Il rinnovo è stato necessario perché il deposito nazionale per le scorie radioattive, di cui si parla da vent’anni, non è ancora stato costruito e non lo sarà almeno fino al 2039. Senza quel deposito, anche i piani del governo per tornare a sfruttare l’energia nucleare diventano più complicati.

La notizia del nuovo accordo è stata confermata da Sogin, la società pubblica che si occupa dello smantellamento delle ex centrali italiane e in generale della gestione dei rifiuti radioattivi. Giuseppe Bono, direttore del settore regolatorio e istituzionale di Sogin, ha detto che l’accordo con la Francia ha permesso al governo di non pagare penali e allo stesso tempo di spostare «il limite massimo consentito per il rientro». Il limite previsto dai vecchi accordi infatti era fissato al 2025, già scaduto da un anno.

L’Italia ha smesso di produrre energia nucleare nel 1987, dopo il referendum convocato in seguito all’incidente di Chernobyl. Da allora però le scorie e altri rifiuti radioattivi hanno continuato ad aumentare, e aumentano ancora oggi. Una parte consistente arriva dallo smantellamento delle quattro vecchie centrali (Trino in Piemonte, Caorso in Emilia-Romagna, Latina nel Lazio, Sessa Aurunca in Campania), un’altra parte da attività che ogni giorno continuano a produrre rifiuti: ospedali e centri di medicina nucleare, laboratori industriali, centri di ricerca.

All’estero si trova circa il 99 per cento delle scorie prodotte dalle quattro centrali, poco più di 1.800 tonnellate di combustibile esaurito, mentre in Italia ne sono rimaste 16 tonnellate. I primi accordi per portare le scorie all’estero risalgono ai primi anni Duemila, quando l’Italia mandò circa 5.500 metri cubi a Sellafield, nel Regno Unito, e all’impianto Eurochemic in Belgio.

La parte più consistente però fu portata in Francia in seguito all’intesa del 2006 firmata a Lucca dai governi di Romano Prodi e di Jacques Chirac: 235 tonnellate di combustibile esaurito provenienti principalmente dalla centrale di Caorso e dal deposito Avogadro di Saluggia, in Piemonte, furono stoccate nel deposito di La Hague, in Normandia. Il trasporto verso la Francia avvenne tra il 2007 e il 2010, in dieci convogli ferroviari. L’ultimo carico partì il 20 giugno 2010.

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Secondo i dati più recenti dell’ISIN, l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione, al 31 dicembre 2024 in Italia sono rimasti invece 33.766 metri cubi di rifiuti radioattivi, in aumento di circa il 3 per cento rispetto al 2023.

Questi rifiuti sono distribuiti in una trentina di depositi temporanei sparsi in otto regioni. La regione con il volume maggiore è il Lazio con 12.224 metri cubi, seguita da Lombardia, Piemonte e Basilicata. I siti più rilevanti sono dieci, gestiti tutti da Sogin: oltre alle quattro ex centrali nucleari ci sono anche impianti per il ciclo del combustibile come l’EUREX di Saluggia, l’ITREC di Rotondella in Basilicata, l’OPEC e il Plutonio della Casaccia nel Lazio, l’impianto di Bosco Marengo in Piemonte. A questi si aggiungono il Deposito Avogadro di Saluggia e una serie di depositi più piccoli gestiti da altri operatori. Nel deposito Avogadro sono custodite ancora oggi 13 tonnellate di combustibile esaurito che dovrebbero essere portate in Francia.

Per riprendersi le scorie l’Italia dovrebbe avere un deposito con standard di sicurezza almeno pari a quelli dei depositi francesi, ovvero il deposito nazionale che è previsto da una legge del 2010. La sua costruzione è in ritardo, ostacolata dalla difficoltà di trovare un luogo disposto a ospitarlo. Negli ultimi anni Sogin ha pubblicato una serie di mappe con i siti potenzialmente idonei – l’ultima individua 51 aree in sei regioni – ma finora le proteste degli enti locali hanno fermato le procedure.

Una protesta del 2024 contro la possibile costruzione del deposito nazionale a Trino Vercellese, in Piemonte

Una protesta del 2024 contro la possibile costruzione del deposito nazionale a Trino Vercellese, in Piemonte (Stefano Guidi/Getty Images)

Nel giugno dello scorso anno, durante un intervento alle commissioni Ambiente e Attività produttive della Camera, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha riconosciuto che l’autorizzazione per il deposito nazionale è in ritardo e ha dato qualche prospettiva, a dire il vero piuttosto incerta: ha ipotizzato di individuare il posto dove costruirlo entro il 2029 e di finirlo entro il 2039. «Fino a quando non sarà possibile costruire il deposito nazionale, Sogin continuerà a costruire depositi locali o a restaurare quelli esistenti, in modo da garantire il confinamento dei rifiuti e il massimo livello di sicurezza», ha detto Bono di Sogin alla Stampa.

Tenere le scorie all’estero non è solo una questione di dipendenza da altri paesi: ha anche un costo significativo. È però complicato stimarlo, perché gli accordi commerciali hanno clausole di riservatezza. Secondo un report della CGIL, dal 2001 al 2019 sono stati pagati 1,8 miliardi di euro per la manutenzione degli attuali depositi temporanei e 1,2 miliardi per il trattamento del combustibile radioattivo in Francia e nel Regno Unito.

Il rinnovo degli accordi avrà conseguenze anche per i progetti sul ritorno del nucleare in Italia, che il governo di Giorgia Meloni ha rilanciato più volte negli ultimi due anni puntando sui piccoli reattori modulari di nuova generazione (gli SMR). Ma senza un deposito nazionale operativo, qualsiasi progetto di nuove centrali parte già in difetto: considerato che le direttive europee impongono agli Stati di avere un piano credibile per la gestione delle scorie, bisognerebbe spiegare all’Unione Europea dove andrebbero i rifiuti dei nuovi impianti senza avere ancora risolto il problema di quelli prodotti quasi 40 anni fa.

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