L’ISTAT ha smontato le accuse di Giorgia Meloni sui conti pubblici

Non è vero che «sarebbero stati sufficienti appena 20 miliardi di PIL in più» per uscire dalla procedura d'infrazione europea

Il presidente dell’ISTAT Francesco Maria Chelli durante la presentazione del rapporto annuale 2024 alla Camera, il 15 maggio 2024 (Roberto Monaldo/LaPresse)
Il presidente dell’ISTAT Francesco Maria Chelli durante la presentazione del rapporto annuale 2024 alla Camera, il 15 maggio 2024 (Roberto Monaldo/LaPresse)
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Martedì le principali istituzioni che vigilano sulla finanza pubblica sono state ascoltate in parlamento in merito al Documento di finanza pubblica (DFP), quello con cui il governo definisce l’andamento dell’economia del paese, approvato dal Consiglio dei ministri la scorsa settimana. C’era grande attesa, in particolare, per l’audizione dell’ISTAT, l’Istituto nazionale di statistica, dopo che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva criticato i metodi con cui aveva calcolato il disavanzo di bilancio, cioè il deficit, del 2025.

Il governo sperava infatti che a marzo l’ISTAT certificasse che il deficit dello scorso anno non avesse superato il 3 per cento del prodotto interno lordo (PIL): questo avrebbe consentito all’Italia di chiedere l’uscita anticipata dalla procedura per disavanzo eccessivo aperta dalla Commissione Europea nell’estate del 2024, e ottenere margini di spesa più ampi in vista del 2027. Così non è stato, però. L’ISTAT ha rilevato un deficit del 3,1 per cento del PIL, e l’EUROSTAT, cioè l’istituto di statistica europeo, lo ha poi confermato. Di qui il risentimento di Meloni.

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L’ISTAT aveva scelto di non replicare pubblicamente, ma lo ha fatto nell’audizione, sia pur limitandosi a illustrare i semplici dati di fatto ed evitando ogni polemica. Per certi versi, anzi, le notazioni dell’ISTAT sono parse perfino ovvie: e proprio nella loro essenzialità hanno implicitamente reso evidente quanto fossero pretestuose e infondate le accuse mosse dal governo.

C’è anzitutto una questione contabile. Il governo, nel tentativo affannato di ridurre il deficit per il 2025 dal 3,3 per cento del PIL – com’era inizialmente previsto – al 3 per cento, aveva ritenuto sufficiente ridimensionare il disavanzo fino al 3,04 per cento. Confidava infatti che si potesse arrotondare per difetto il calcolo del deficit se fosse stato inferiore al 3,05 per cento del PIL. Al contrario, il 3,1 per cento dell’ISTAT si basava su un rilevamento del deficit del 3,07, che dunque aveva prodotto un arrotondamento per eccesso. La tesi di Meloni era pertanto questa: sarebbe bastato uno 0,03 per cento di deficit in meno, e dunque una variazione marginalissima dei conti, per ottenere la riduzione dal 3,1 al 3 per cento rispetto al PIL e uscire dalla procedura d’infrazione.

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Uno dei dirigenti dell’ISTAT intervenuti in audizione, Giovanni Savio, ha però messo in discussione questa tesi. Ha spiegato che, pur in un quadro di incertezza interpretativa delle norme europee, le indicazioni arrivate dalla Commissione Europea lasciavano ritenere che per essere certi di un’uscita dalla procedura il deficit avrebbe dovuto essere tra il 2,99 e il 2,94 per cento del PIL: questo cambia tutto, rispetto al ragionamento fatto da Meloni.

Il rapporto tra deficit e PIL è dato, banalmente, da una divisione: al numeratore l’indebitamento, e al denominatore il PIL in termini reali. Il 3,07 – e dunque il 3,1 per cento – è il risultato di 69,3 miliardi di euro diviso 2.258 miliardi di euro. «Per centrare l’obiettivo», cioè per passare dal 3,07 al 3,04, «sarebbero stati sufficienti appena 20 miliardi di PIL in più», aveva detto Meloni. Ora però sappiamo che non sarebbe stata affatto sufficiente una correzione dello 0,03 per cento, e dunque una ventina di miliardi: il PIL, cioè la cifra messa al denominatore, avrebbe dovuto essere superiore di almeno una sessantina, se non quasi un centinaio, di miliardi (in quel modo si sarebbe ottenuto un rapporto tra il 2,99 e il 2,94).

Chiarito questo aspetto, resta però da comprendere su quali basi Meloni pretendeva una revisione al rialzo del PIL da parte dell’ISTAT. La presidente del Consiglio ha lamentato che spesso, negli anni passati, l’istituto ha inizialmente sottostimato la crescita nelle rilevazioni di marzo, salvo poi correggerla al rialzo nei mesi seguenti. In effetti le revisioni più consistenti del PIL hanno riguardato gli anni della pandemia, dove le stime erano soggette a cambiamenti repentini e a variabili del tutto inconsuete. In tempi ordinari le revisioni sono invece minime, e non è detto che siano al rialzo. Il dato del 2023 fu per esempio rivisto al ribasso: dal +1 per cento inizialmente stimato, venne in seguito corretto al +0,9 per cento.

Ma al di là di quel che accadrà nei prossimi mesi, l’ISTAT ha rivendicato in parlamento la bontà del proprio operato, che segue del resto tempi e procedure definiti da un regolamento europeo del 2009. Le rilevazioni sull’andamento economico avvengono ogni sei mesi: entro il primo aprile ed entro il primo ottobre di ogni anno. A inizio marzo l’ISTAT dà un primo inquadramento provvisorio sull’anno precedente, e lo fa sulla base delle informazioni che arrivano di solito entro il mese di febbraio. Nelle settimane successive, entro il 31 marzo, affina i dati acquisendo le ultime informazioni mano a mano che si rendono disponibili e verificabili, da condividere poi con l’EUROSTAT. Insomma, in questa fase un minimo di incertezza è fisiologica.

La tabella sui saldi di finanza pubblica contenuta nel dossier dell’ISTAT

D’altra parte l’ISTAT deve prendere in considerazione solo le informazioni cosiddette «complete»: cioè dati consolidati, verificati, sicuri, riferibili all’intero periodo preso in esame, cioè all’anno appena concluso. È obbligato a escludere, insomma, le «evidenze parziali». Tra la fine di marzo e il 22 aprile, data in cui l’EUROSTAT pubblica i dati dei vari Stati membri, l’istituto di statistica europeo può chiedere chiarimenti agli istituti nazionali, e se non ottiene delucidazioni soddisfacenti può esprimere una riserva sui conti: cosa che comprometterebbe l’affidabilità del paese stesso agli occhi dei mercati internazionali. Insomma, l’ISTAT è di fatto obbligato a essere estremamente prudente.

Questo chiarimento apparentemente banale ha in realtà un risvolto politico. Nei giorni scorsi il ministero dell’Economia ha fatto trapelare che nei primi mesi dell’anno c’era stato un prolungato dialogo con l’ISTAT, nel corso del quale il governo aveva provato a mostrare all’Istituto di statistica come alcune spese avrebbero potuto avere un impatto sul bilancio pubblico minore rispetto a quello precedentemente stimato.

Il riferimento, in particolare, era ai pagamenti relativi al Superbonus 110%, cioè all’erogazione dei contributi statali per i lavori di ristrutturazione edilizia. Guardia di Finanza e Agenzia delle entrate stanno facendo controlli severissimi su possibili abusi o su procedure irregolari: secondo il ministero dell’Economia questo porterà verosimilmente al rigetto di alcune domande, e dunque a una spesa pubblica inferiore.

Per questo la precisazione dell’ISTAT sulle informazioni parziali è meno scontata di quanto appaia. Evidentemente, i riscontri offerti dal ministero dell’Economia sul minor impatto del Superbonus non sono sufficientemente consolidati da poter essere inclusi nelle stime fatte finora. Semmai, quei dati potranno essere presi in considerazione per la revisione dei conti autunnale, che avverrà a settembre.

Anche in questo caso vale l’obiezione fatta per la correzione del PIL. Il ministero dell’Economia aveva fatto sapere che sarebbero bastati 600 milioni di minori spese contabilizzate per ridurre il deficit quel tanto che bastava per far tornare i conti, cioè per ottenere un deficit al 3,04 per cento del PIL. In realtà per ottenere un rapporto adeguato alle richieste europee, il minor disavanzo avrebbe dovuto essere di almeno 1,5 miliardi di euro.