La grande corsa ai Mac Mini
Queste scatolette di Apple sono improvvisamente molto richieste da sviluppatori e startup che puntano a emanciparsi dalle grandi aziende di intelligenza artificiale

Da qualche settimana, negli Stati Uniti, è diventato quasi impossibile comprare un Mac Mini. È un computer compatto che Apple produce da vent’anni e che fino a poco tempo fa si rivolgeva a una nicchia di mercato. Nel 2025 aveva rappresentato solo il 3 per cento delle vendite di tutti i Mac, mentre ora è esaurito sul sito dell’azienda e in molti negozi di elettronica (in Italia si trova ancora).
Il motivo per cui è così richiesto è il crescente uso di sistemi di intelligenza artificiale (AI) da parte di chi scrive codice e sviluppa software. I Mac Mini infatti sono computer potenti ma che costano poco: si presentano come piccole scatole di alluminio (schermo, tastiera e mouse vanno comprati a parte e collegati) ma hanno specifiche tecniche piuttosto avanzate, per esempio per la RAM.
La RAM è la Random Access Memory, ovvero la memoria di lavoro di un computer: semplificando, si può dire che più RAM ha un dispositivo, più è in grado di gestire operazioni complesse. La versione meno avanzata del Mac Mini ha 16 gigabyte (GB) di RAM, la stessa del MacBook Pro base, il portatile per professionisti di Apple che però costa quasi duemila euro, contro i 729 euro del Mac Mini.
Tanta potenza a buon prezzo ha reso i Mac Mini il computer ideale per chi usa modelli linguistici “locali”, chiamati così perché funzionano completamente all’interno del dispositivo. A differenza di ChatGPT, per esempio, che elabora le sue risposte nel cosiddetto cloud (i sistemi di archiviazione esterna che consentono di accedere a file o servizi via internet), un modello locale può fare tutto da sé: per riuscirci, però, ha bisogno, appunto, di molta potenza.
Anche lo sviluppo e l’uso di agenti predilige dispositivi simili. Per agente si intende un sistema AI in grado di svolgere azioni per conto dell’utente (come la navigazione online o la scrittura di codice) in modo autonomo. Questi sono sempre più diffusi grazie anche a OpenClaw, un software open source e gratuito che ne ha semplificato la creazione, spingendo molti programmatori a gestire diversi agenti contemporaneamente.
Basta prendere un Mac Mini, installarci OpenClaw e impostare uno di questi agenti, che da quel momento può operare in modo autonomo nel dispositivo. Il vantaggio principale dell’approccio locale è economico, perché permette di ridurre potenzialmente del tutto l’uso dei servizi di aziende come OpenAI e Anthropic, che fanno pagare l’accesso ai loro modelli più avanzati. A questo si aggiunge che, se tutto avviene nel proprio dispositivo, la riservatezza nella gestione del software che si sta sviluppando è maggiore.
Apple non è l’unica azienda che produce computer come i Mac Mini. In commercio ce ne sono altri con sistema operativo Windows, ma i chip sviluppati da Apple garantiscono un rapporto tra potenza e consumo senza eguali, a parità di prezzo. In più molti programmatori della Silicon Valley sono abituati a usare i Mac, quindi tendono a preferire i prodotti Apple.
Ad aver reso i Mac Mini così difficili da trovare in alcuni mercati, comunque, non sono stati i singoli programmatori o gli appassionati di AI, quanto le aziende e le startup, che ne hanno ordinati in grandi quantità negli ultimi mesi. È infatti possibile usare questi computer collegandoli l’uno all’altro: esistono già aziende, come Mac Mini Vault, che gestiscono data center composti interamente di Mac Mini e li affittano ad altre imprese come alternativa al cloud tradizionale.
Un altro esempio è Marco Arment, blogger e fondatore di Overcast, un’app per l’ascolto di podcast, che ha raccontato di aver costruito una server farm – un insieme di computer collegati e in grado di lavorare in parallelo – con cinquanta Mac Mini per generare la trascrizione di tutti i podcast disponibili sulla sua piattaforma. L’investimento totale è stato di circa 30mila dollari e la potenza necessaria è inferiore ai duemila watt, simile a quella di un asciugacapelli sempre acceso, secondo Arment. Se si fosse affidato ai servizi a pagamento di OpenAI, il lavoro di ciascun Mac Mini sarebbe costato 1.500 dollari al giorno.
Lo stesso fenomeno ha interessato anche Mac Studio, la versione più grande, potente e costosa di Mac Mini, che negli Stati Uniti è a sua volta introvabile. Mac Studio è disponibile in versioni che vanno dai 36 ai 256 GB di RAM e può costare fino a diecimila euro.
A marzo Apple aveva ritirato dal mercato la versione più potente, da 512 GB di RAM. Questa decisione era stata probabilmente causata dal recente aumento di prezzo registrato dalla memoria negli ultimi mesi, che sta avendo un grande impatto nella produzione di dispositivi tecnologici di ogni tipo. La carenza di RAM è una delle molte conseguenze degli investimenti nella costruzione di data center per le AI, che necessitano di grandi quantità di memoria, tanto da aver esaurito le scorte di molti produttori.
Il fatto che la RAM sia sempre più difficile da trovare e sempre più costosa potrebbe aver contribuito anche alla carenza di Mac Mini. Tuttavia, Apple non è un’azienda qualunque e può contare su un potere contrattuale enorme con i fornitori di memoria. Negli ultimi anni, inoltre, l’azienda ha sviluppato dei metodi innovativi nella produzione di chip, che la rendono più protetta da eventuali carenze di RAM. Come ha detto un analista di mercato al Wall Street Journal, «se Apple non riesce a ottenere della memoria, nessun altro ci riuscirà».



