Mattarella ha chiesto di cambiare il “decreto sicurezza”

Per il presidente della Repubblica la norma sui rimpatri volontari non va bene, e la maggioranza sta pensando a una soluzione creativa per andargli incontro

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella saluta il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri Alfredo Mantovano, nel 2024 (Francesco Ammendola/Ufficio Stampa Quirinale/LaPresse)
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella saluta il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri Alfredo Mantovano, nel 2024 (Francesco Ammendola/Ufficio Stampa Quirinale/LaPresse)
Caricamento player

Lunedì è stata una giornata di grande confusione in parlamento, dove i partiti della maggioranza di governo stanno provando frettolosamente a convertire in legge il nuovo “decreto sicurezza”. È un provvedimento del governo che raccoglie una serie di norme relative all’ordine pubblico. I lavori parlamentari erano stati complicati perché il testo presentava storture evidenti, e lunedì anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha mosso obiezioni su un passaggio del testo approvato venerdì scorso al Senato, che ha fatto molto discutere: quello con cui si introduce un compenso economico, una sorta di premio, agli avvocati che assistono le persone migranti nelle pratiche di rimpatrio volontario, se il rimpatrio va a buon fine.

Nel tardo pomeriggio Mattarella ha convocato al Quirinale il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano per parlare dei problemi del decreto e di quel passaggio in particolare. E nel governo si è creata una certa agitazione per il rischio di non riuscire a intervenire in tempo.

C’è infatti una scadenza molto vicina: se non convertito in legge dal parlamento, sabato 25 aprile il decreto sicurezza decadrebbe. Questo perché è un decreto-legge, cioè un atto che il governo approva in casi di necessità e urgenza e che entra subito in vigore, ma deve essere poi convertito in legge dal parlamento entro 60 giorni. Venerdì scorso il testo è stato approvato in prima lettura al Senato, e per questo venerdì è prevista l’approvazione finale alla Camera, per cui è stata architettata una soluzione quantomeno creativa per andare incontro alle richieste di Mattarella.

Il “rimpatrio volontario assistito” è uno strumento già previsto dalle politiche migratorie italiane, che permette ai cittadini stranieri di tornare nel proprio paese volontariamente, ricevendo assistenza economica e organizzativa dallo Stato italiano. L’incentivo a farvi ricorso è però ritenuto dagli esperti di diritto in contrasto con i principi di indipendenza e autonomia degli avvocati, fissati dalla legge italiana e tutelati dalle norme europee sul giusto processo: servirebbe nei fatti a indurre gli avvocati a fare in modo che i rimpatri vadano a buon fine per sostenere le politiche del governo di Meloni contrarie all’immigrazione, e dunque non davvero a genuina tutela dei loro assistiti.

Sulla base dei fondi stanziati e del numero di rimpatri volontari avvenuti negli ultimi anni le stime dicono che l’incentivo dovrebbe essere intorno ai 615 euro a rimpatrio.

La misura era stata fortemente criticata dagli stessi avvocati: dal Consiglio nazionale forense, l’organismo che rappresenta l’avvocatura italiana, e dall’Organismo congressuale forense, che si occupa della rappresentanza sindacale dell’avvocatura italiana e che ha proclamato lo stato di agitazione (una forma di mobilitazione più che altro simbolica e precedente a uno sciopero, che serve a indicare in questo caso un conflitto con il governo).

Non è la prima volta che Mattarella si incontra al Quirinale con un membro del governo in vista dell’approvazione di un provvedimento su cui ha perplessità. Anzi, è un tipo di incontro diventato frequente, e simbolico di momenti di tensione tra il governo e il presidente della Repubblica. Mattarella in questi anni è intervenuto molte volte – alcune in via informale e altre invece pubblicamente, come in questo caso – per tentare di arginare storture evidenti e rischi di incostituzionalità nei provvedimenti del governo, di cui lui alla fine è responsabile: deve infatti promulgare le leggi a seguito dell’approvazione del parlamento, dopodiché i provvedimenti entrano in vigore.

Mattarella peraltro aveva già chiesto – e in parte ottenuto – la revisione del decreto sicurezza originario approvato dal governo, ma la misura sul rimpatrio volontario assistito nella prima versione non c’era: è stata inserita in parlamento con l’emendamento 30-bis. Mattarella ora ne ha chiesto la rimozione, cosa che si risolverebbe facilmente con un ulteriore emendamento al testo in discussione. Il problema è che ormai il testo è stato già approvato in prima lettura dal Senato, e dunque approvarlo alla Camera con un testo diverso costringerebbe a ripassare di nuovo dal voto del Senato. E non c’è tempo per un nuovo giro di approvazione, perché il decreto scade sabato, e se si va oltre la scadenza decade del tutto.

Lunedì il ministro per i Rapporti con il parlamento Luca Ciriani doveva dunque capire come fare per approvare tutto in tempo, e ci sono state riunioni fino a notte fonda con le commissioni Giustizia e Affari costituzionali. Inizialmente si era pensato a un emendamento, ma appunto il tempo non c’è. Poi c’era stata anche l’idea di fissare un ordine del giorno, cioè un impegno del parlamento per discutere una determinata questione. Infine a tarda serata si è pensato a una soluzione alternativa, abbastanza creativa: l’approvazione del decreto così com’è, dunque con l’emendamento contestato, con l’impegno del governo a fare un nuovo decreto per cancellare l’introduzione dell’incentivo per gli avvocati.

Ed è intorno a queste due opzioni che si sta ragionando. Quel che è certo, per ora, è che martedì il governo porrà la fiducia sul provvedimento. La questione di fiducia viene messa dal governo su misure che reputa importanti, a cui lega di fatto la sua stessa sopravvivenza: in teoria se la fiducia non passa un governo dovrebbe dimettersi, ma ormai è una pratica di cui i governi abusano per accelerare la votazione su un provvedimento ed evitare lunghe discussioni in aula su singoli emendamenti.

A questo caos si è arrivati anche per l’ormai consueta forzatura del governo sulla discussione parlamentare. Il provvedimento era rimasto a lungo in commissione Affari costituzionali, in attesa che alcune parti venissero riformulate: le commissioni parlamentari sono il posto in cui si analizzano i provvedimenti di legge, si discutono le modifiche e si trovano i compromessi tra le forze politiche. Poi, siccome si approssimava la scadenza, la maggioranza ha deciso di portare il testo in aula senza completarne l’analisi in commissione, come si farebbe di solito.

Durante la discussione in aula, peraltro, erano emerse varie divisioni all’interno della maggioranza di destra, anche per via delle riserve espresse già in via ufficiosa da Mattarella e di alcune critiche arrivate dal Consiglio superiore della magistratura.