In Sicilia la protesta degli autotrasportatori si è estesa al mare
Ora anche i pescherecci si sono fermati per i rincari del gasolio, con probabili conseguenze per il mercato italiano

Lo sciopero degli autotrasportatori iniziato alla mezzanotte di lunedì in Sicilia contro i rincari del carburante, provocati dalla guerra in Medio Oriente, si è estesa: la Federazione armatori siciliani e l’Associazione pescatori marittimi professionali hanno comunicato ufficialmente l’adesione del comparto pesca alla mobilitazione. L’obiettivo dello sciopero è bloccare l’arrivo di merci verso la grande distribuzione e verso i supermercati per spingere il governo e le amministrazioni a trovare una soluzione per mitigare il rialzo dei prezzi, in particolare di quelli del gasolio.
Inizialmente lo sciopero era stato proclamato per cinque giorni e sarebbe dovuto durare fino a sabato 18 aprile, ma dalle dichiarazioni più recenti degli organizzatori, il Comitato trasporto siciliano che rappresenta i più importanti operatori logistici dell’isola, sembra che potrebbe prolungarsi. Non ci saranno però né blocchi stradali né presidi, solo una sospensione volontaria dal lavoro: le navi che arrivano nei porti dell’isola non vengono scaricate, i camion sono fermi nei parcheggi, e le barche da pesca nei porti.
Salvatore Bella, portavoce dei trasportatori, ha detto che l’adesione al fermo è quasi totale e che «il 90 per cento delle imprese che forniscono i supermercati hanno aderito». La Federazione armatori siciliani e l’Associazione pescatori marittimi professionali hanno fatto sapere che l’adesione da parte degli operatori del settore «è significativa»: «Restano marginali», hanno aggiunto, «alcuni casi isolati di operatori che proseguono l’attività, spesso in condizioni economicamente insostenibili, al solo fine di garantire continuità lavorativa ai propri dipendenti».
Fabio Micalizzi, presidente della Federazione armatori siciliani che rappresenta quasi il 50 per cento delle imprese marittime attive sull’isola, racconta che le barche sono ferme da due giorni nei porti: «Stiamo in barca dentro i porti ad aspettare. Non usciamo, ma non andiamo nemmeno a passeggio. […] Se un peschereccio prima spendeva 10mila euro per 10mila litri di carburante ora ne spende 16mila, l’aumento è pauroso».
Micalizzi chiede che il governo si impegni a fissare un tetto massimo del prezzo del gasolio per il suo comparto: «Se proseguiamo così da qui a qualche mese le imprese marittime in Sicilia non ci saranno più, gli armatori rischiano di dover mettere le barche in disarmo, di licenziare migliaia di dipendenti. E i siciliani finiranno a mangiare il pesce di importazione».
Giorgio Giunta, dell’Associazione pescatori marittimi professionali, concorda sulla necessità di un intervento strutturale: «La pesca italiana è sottoposta a regole comunitarie piuttosto restrittive, ed è già complicato competere su un mercato internazionale privo di quelle regole. La merce importata finisce per avere un costo minore del nostro pescato. Ora, e in più a tutto questo, si aggiunge il costo del gasolio».
Molte tipologie di pesca, come quella a strascico, hanno un alto consumo di carburante e anche le più piccole variazioni di prezzo incidono: «Ma indipendentemente dalle dimensioni del peschereccio o dal tipo di pesca in questo momento i costi sono troppo elevati per tutti: non c’è convenienza ad affrontare il mare e va tenuto conto che a volte si va in mare e non si prende niente. Insomma, senza la garanzia di poter guadagnare qualcosa ora è meglio star fermi che buttar via il gasolio».
La regione Sicilia ha messo a disposizione 25 milioni di euro per sostenere il comparto dell’agricoltura, della pesca e degli autotrasporti, ritenuti però insufficienti dagli scioperanti: in Sicilia ci sono circa 87mila imprese e a ciascuna di esse spetterebbe un’agevolazione pari a circa 300 euro. Si chiede dunque un intervento più efficace e strutturale del ministero dell’Economia.
Per ora dal governo non sono arrivate proposte specifiche di trattativa: «Solo una semplice telefonata dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti [guidato da Matteo Salvini], che voleva comprendere il problema e in attesa ci hanno detto di una possibile convocazione, ma ancora niente», riferisce Bella, il portavoce dei trasportatori.
In questi giorni, tra le associazioni di categoria degli autotrasportatori, è in discussione anche l’organizzazione di uno sciopero nazionale. La decisione se praticarlo o meno dipenderà da come andranno le trattative venerdì 17 aprile, quando è previsto un incontro tra il ministero dei Trasporti e le associazioni nazionali. Il Comitato siciliano di autotrasportatori non parteciperà.
Secondo le previsioni degli autotrasportatori, fra quattro o cinque giorni, esaurite le scorte, i supermercati siciliani saranno vuoti. Lo sciopero è stato criticato dal Consorzio dell’arancia rossa di Sicilia IGP: pur ritenendo l’azione condivisibile, teme che comprometta gravemente la distribuzione verso il mercato nazionale. Potrebbe poi causare una significativa perdita per i produttori e favorire l’ingresso di prodotti di altre regioni o esteri sugli scaffali della grande distribuzione organizzata italiana.
Sebastiano Fortunato, presidente del Consorzio di tutela IGP pomodoro di Pachino, ha parlato di tonnellate di merce che marcirà nei magazzini: «Così si mette in ginocchio un intero comparto produttivo, quello ortofrutticolo, che vive di tempi strettissimi». Potrebbero esserci conseguenze anche sul settore del turismo: per UILTuCS, il sindacato di categoria UIL che rappresenta i lavoratori del terziario, turismo, commercio e servizi, la mancanza di prodotti alimentari e beni essenziali potrebbe tradursi in una mancanza di servizi adeguati, tra l’altro in un periodo di arrivi crescenti nell’isola: «Lo sciopero rischia di bloccare un sistema economico già fragile come quello siciliano».
Bella dice di condividere le preoccupazioni, ma ha ribadito che gli autotrasportatori stanno lavorando in perdita: «Sarebbe come chiedere a un’altra persona di andare a lavorare gratis».



