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  • Sabato 11 aprile 2026

Il miglior film di sempre sul ciclismo

Secondo molti è “A Sunday in Hell”, sulla Parigi-Roubaix di 50 anni fa

(Un fotogramma da A Sunday in Hell)
(Un fotogramma da A Sunday in Hell)

Mezzo secolo fa, l’11 aprile del 1976, si corse la 74esima edizione della Parigi-Roubaix, già allora la più particolare e affascinante tra le cinque “classiche monumento”, le più importanti corse ciclistiche al mondo. Da Chantilly, a nord di Parigi, partirono in 154; al velodromo di Roubaix, 270 chilometri dopo, arrivarono in 38.

Più che per chi la vinse e per come andarono le vicende di gara, quella Parigi-Roubaix è rimasta nella storia del ciclismo, e un po’ anche del cinema, per merito di A Sunday in Hell, un documentario del regista danese Jørgen Leth, ancora oggi celebrato come il migliore film di sempre sul ciclismo, e tra i migliori di sempre tra quelli sullo sport.

A Sunday in Hell, “una domenica all’inferno”, perché la Parigi-Roubaix era ed è sempre di domenica (quelle di quest’anno, maschile e femminile, saranno domani) e perché, per i luoghi che attraversa e il pavé su cui si pedala, la corsa è nota come “l’inferno del nord”.

Morto nel 2025, Leth era nato nel 1937 ed era arrivato al cinema documentaristico dopo aver studiato letteratura e antropologia, con una particolare passione per le teorie di Bronisław Malinowski, promotore della ricerca etnografica e dell’osservazione partecipante. Leth era anche appassionato di sport e di ciclismo in particolare e fu autore nel 1967 di un libro di poesie sportive, una delle quali dedicata a Fausto Coppi.

Da documentarista Leth – che dopo A Sunday in Hell collaborò con Lars von Trier e che influenzò i suoi dogmi – si appassionò a progetti sperimentali e surrealisti, come il cortometraggio Eddy Merckx in the Vicinity of a Cup of Coffee, che alterna poesie e immagini del ciclista belga, e The Perfect Human, il suo film più noto, senza ciclisti.

Sempre a tema ciclistico, ma meno sperimentali, furono invece Stars and Watercarriers, filmato durante il Giro d’Italia del 1973 (vinto da Merckx) e dedicato ai capitani delle squadre e ai loro gregari, e The Impossible Hour, che nel 1974 raccontò le tre volte in cui Ole Ritter tentò di superare il record dell’ora di Merckx (ottenendo il quarto, il terzo e il secondo miglior risultato di sempre, ma senza mai battere Merckx).

Con queste premesse e passioni, e dopo non poca fatica nell’ottenere fondi e permessi necessari, nel 1976 Leth si mise al lavoro per un documentario sulla Parigi-Roubaix.

La corsa esiste dal 1896. Non ha difficoltà altimetriche ma nella sua seconda metà ha decine di chilometri di tratti in pavé, cioè stradine nei campi fatte da ciottoli scivolosi e spigolosi, che esistevano per far passare animali e trattori, non bici da corsa. E che per questo fanno da premessa a gare imprevedibili ed estenuanti, che qualcuno adora e qualcuno odia.

C’è anche qualcuno che non si capisce se la odi o se la adori, come l’olandese Theo de Rooij che nel 1985, dopo essere caduto e arrivato 25esimo, disse: «È una corsa di merda». Quando pochi istanti dopo gli chiesero se quindi avesse intenzione di ritornarci, rispose prontamente: «Certo, è la gara più bella del mondo».

Nel caso di Leth le difficoltà erano logistiche. Doveva raccontare per immagini una gara lunga 270 chilometri, corsa su strade strette, tortuose e di difficile accesso, con 154 possibili protagonisti, a cui voleva aggiungere gli spettatori e tutto il contorno e il contesto della cosiddetta carovana che precede e segue una corsa ciclistica.

Come ha scritto il giornalista britannico William Fotheringham, che al film ha dedicato un intero libro, quello di Leth «era un progetto di enorme ambizione, al limite della sconsideratezza». Anche perché prima di girarlo né Leth né la maggior parte dei suoi collaboratori avevano mai visto la Parigi-Roubaix dal vivo.

Per seguirla Leth ottenne di avere un elicottero, due moto al seguito della corsa, altre due di supporto per fornire le pellicole necessarie e poi due auto in carovana. In tutto, tra moto e persone lungo il percorso, c’erano 27 cineprese e 50 persone all’opera. Nessuna delle quali aveva modo di comunicare con le altre durante la gara: non c’erano ovviamente telefoni cellulari e le 50 persone, quasi tutte in movimento insieme alla corsa, non poterono usare le radio per non interferire con le frequenze usate dall’organizzazione durante la gara. Il tutto in una corsa per sua natura imprevedibile, dove il momento decisivo può essere ogni momento, e dove le cose cambiano spesso e in modo repentino.

Leth e i suoi collaboratori fecero sopralluoghi per giorni, e due giorni prima della gara fecero l’intero percorso con un pullman che come passeggeri aveva gli operatori delle cineprese, così da valutare insieme i vari punti utili e dividersi i compiti. Tutto questo con molti problemi di lingua: i francesi non parlavano il danese, molti danesi non parlavano il francese e pochi, tra danesi e francesi, parlavano tedesco o inglese.

Ci fu da sbrogliare anche un paio di questioni pratiche, di tecnica cinematografica. Per capire quale cinepresa aveva ripreso cosa e quando (una cosa indispensabile in fase di montaggio) Leth si accordò con gli operatori delle cineprese per iniziare sempre ogni ripresa mostrando l’orologio che avevano al polso, e sul cinturino di ogni orologio (fornito da Longines, che fu convinta a fare da sponsor) una sigla per capire chi stava riprendendo e da dove. C’era infine da accordarsi sulla continuity, la coerenza dei movimenti in un film, che riguarda anzitutto la continuità tra una scena e l’altra.

Molto in breve, una gara in bici può essere ripresa dal bordo sinistro o destro della strada, e cambiare lato vuol dire cambiare la parte di schermo da cui arrivano e verso cui vanno i corridori. Bastava che qualche cameraman scegliesse un lato diverso dagli altri per creare grande confusione e un non piacevole spaesamento negli spettatori. Si scelse, per motivi sia pratici che di abitudine ciclistica e cinematografica, di mostrare sempre, quando possibile, la corsa come proveniente da destra e diretta verso sinistra.

La locandina originale del film

Certe cose non funzionarono: un cameraman fece solo riprese di piedi degli spettatori, uno non arrivò mai dove era atteso; un paio ebbero problemi di spostamenti e per certe parti di gara, compreso il finale, Leth dovette chiedere le immagini alla tv francese. Ma questo era prevedibile; la cosa sorprendente è quanto bene funzionarono le altre cose.

A Sunday in Hell è infatti un film ordinato nell’esposizione e apprezzato per la qualità cinematografica generale. In maniera non troppo diversa da come succede in un documentario sportivo recente, come per esempio Drive to Survive, parte introducendo i favoriti e mostrando i meccanici al lavoro sulle biciclette e i massaggiatori al lavoro sui muscoli dei corridori. Ci sono momenti piuttosto privati con i corridori e poi il racconto della gara dalla partenza all’arrivo. In mezzo, un paio di scioperi che fermano la corsa (fatti contro Le Parisien libéré, che la organizzava con l’Équipe), la fuga senza speranze che viene ripresa, le cadute e le interazioni con addetti ai lavori, tifosi e curiosi, alcuni dei quali danno perfino un passaggio in auto ai corridori che si sono ritirati sul pavé.

Dal punto di vista estetico e cinematografico, di fotografia e di montaggio, A Sunday in Hell è apprezzato per come unisce momenti quasi epici e lirici ad altri più scanzonati, puramente documentaristici e solo in parte legati a quella specifica gara.

Ai suoi tempi fu importante anche perché allora le televisioni mostravano solo l’ultima ora delle gare più importanti, e quel tipo di racconto fu quindi innovativo. «Leth fu radicale nel voler immortalare ogni momento decisivo di un’intera corsa ciclistica», ha scritto Fotheringham, ricordando come quello divenne per molti un modello da seguire.

Per chi è appassionato di ciclismo, il film è interessante per l’epoca che racconta, con biciclette e squadre che si vedono spesso negli eventi di rievocazione ciclostorica come l’Eroica.

Ancor più nello specifico, A Sunday in Hell è un interessante documento – secondo qualche commentatore quasi uno “studio del personaggio” – su Merckx, il più forte e più vincente (per ora, almeno) nella storia del ciclismo. Che era a fine carriera e che, pur ovviamente non potendolo sapere, aveva vinto un paio di settimane prima a Sanremo la sua ultima classica monumento. In A Sunday in Hell lo si vede comunque ostinato e combattivo, ma non più quasi invincibile come era stato anni prima; eppure ancora maniacale nei confronti della sua bicicletta.

Eddy Merckx nel 1970 (Central Press/Getty Images)

In un commento fatto per la BBC, il giornalista e documentarista Nick Fraser scrisse che il film di Leth «fa vedere ogni goccia di sudore e ogni caviglia fracassata» e che è un film «che fa passare la voglia di salire su una bici», ma comunque «incredibile». Alcuni corridori, invece, hanno raccontato che vederlo fa venire loro voglia di pedalare.

Merckx, avrete intuito, non vinse quella Parigi-Roubaix. Nel caso vi interessi, ci sono due modi per scoprire chi arrivò primo: guardare il film intero, tutto disponibile su YouTube, o proseguire oltre in questo articolo.

La Parigi-Roubaix del 1976 terminò con quattro corridori che entrarono insieme nel velodromo di Roubaix, storico arrivo della gara. Il campione del mondo Hennie Kuiper arrivò esausto e nemmeno provò a fare la volata. Il belga Roger De Vlaeminck e l’italiano Francesco Moser – due dei favoriti, e per questo tra i protagonisti del film – arrivarono terzo e secondo, battuti di qualche centimetro dal belga Marc Demeyer.