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  • Sabato 11 aprile 2026

Comunque vada, per il Pakistan è un successo

Il paese che ospita i negoziati tra Iran e Stati Uniti per la fine della guerra era considerato inaffidabile fino a pochi anni fa: poi le cose sono cambiate

Una manifestazione organizzata da un sindacato pachistano dopo l'annuncio del cessate il fuoco, con un poster del generale Asim Munir (AP Photo/K.M. Chaudary)
Una manifestazione organizzata da un sindacato pachistano dopo l'annuncio del cessate il fuoco, con un poster del generale Asim Munir (AP Photo/K.M. Chaudary)
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Oggi iniziano a Islamabad, in Pakistan, i negoziati tra Stati Uniti e Iran per la fine della guerra in Medio Oriente. I principali mediatori dei colloqui saranno il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif e il generale Asim Munir, l’uomo più potente del paese. Il fatto che si tengano a Islamabad, e che sia stato proprio il governo pachistano a mediare il cessate il fuoco, è un grosso successo per il Pakistan, e in un certo senso inatteso e sorprendente. Fino a pochi anni fa il paese aveva infatti una pessima reputazione internazionale e gli Stati Uniti lo ritenevano perlopiù inaffidabile.

Nelle ultime settimane è riuscito invece a far valere i suoi legami sia con l’Iran, costruiti negli scorsi decenni, sia con l’amministrazione di Donald Trump, molto più recenti. Hanno pesato anche i rapporti consolidati con la Cina, e il patto militare con l’Arabia Saudita, il più grande e potente dei paesi del golfo Persico.

Il Pakistan ha fatto storicamente da intermediario per l’Iran. Da quando Iran e Stati Uniti interruppero le relazioni diplomatiche, dopo la rivoluzione del 1979 che rovesciò il regime iraniano dello scià e instaurò quello teocratico attuale, l’ambasciata pachistana a Washington ospita la delegazione diplomatica iraniana negli Stati Uniti. L’Iran considera il Pakistan neutrale perché non ospita basi militari statunitensi, perché non ha riconosciuto lo stato d’Israele e perché ha la più grande comunità sciita al di fuori dell’Iran (l’Iran è a stragrande maggioranza sciita e in Pakistan è sciita circa il 15 per cento della popolazione).

Asim Munir e il presidente iraniano Ebrahim Raisi, morto nel maggio 2024, durante un incontro dell’aprile del 2024 (Inter Services Public Relations via AP)

A questi legami si aggiungono quelli personali del generale Munir, che dal 2022 ha progressivamente assunto il controllo di tutto l’esercito, e quindi del paese: in Pakistan le forze armate hanno sempre avuto un’enorme influenza sulla politica. Munir ha consolidati rapporti con i Guardiani della rivoluzione, il corpo militare più potente dell’Iran, ha studiato in scuole islamiche e sta progressivamente islamizzando anche l’esercito pachistano.

Pakistan e Iran sono uniti inoltre da un problema comune, lungo una parte dei 900 chilometri del loro confine: quello dei movimenti indipendentisti del Belucistan. L’esercito pachistano ha bombardato postazioni dei guerriglieri beluci in territorio iraniano e l’Iran ha fatto lo stesso in quello pachistano.

A essere più complicati sono i rapporti tra Pakistan e Stati Uniti. Per molti anni i governi pachistani sono stati accusati dagli americani di “fare il doppio gioco” durante l’invasione statunitense in Afghanistan (2001-2021), fornendo appoggio agli Stati Uniti ma anche ai talebani, che allora come oggi governavano l’Afghanistan.

Nel 2011 Osama bin Laden fu ucciso in un compound poco distante dall’Accademia militare pachistana della città di Abbottabad. Bin Laden era il capo di al Qaida, il gruppo responsabile degli attentati alle Torri Gemelle di New York del 2001. La sua uccisione in territorio pachistano fu portata dai critici come esempio dell’inefficacia o della poca affidabilità delle forze armate pachistane. Fra chi accusava il Pakistan c’era anche Donald Trump, che continuò a guardarlo con sospetto anche durante il suo primo mandato da presidente, quando disse che da quel paese arrivavano «solo bugie e inganni».

Shehbaz Sharif e Donald Trump a Davos, Svizzera, il 22 gennaio 2026 (AP Photo/Evan Vucci)

Le cose sono cambiate repentinamente a partire dal 2025. L’amministrazione Trump si è mostrata interessata alla possibilità di estrazione di terre rare in Pakistan (l’attuale governo sostiene che ce ne siano per un valore di migliaia di miliardi di dollari). Dopo una breve guerra in Kashmir con l’India, il Pakistan ha ripetutamente lodato Trump per il suo ruolo nel raggiungimento del cessate il fuoco. Sono seguiti incontri diretti fra Trump, Sharif e Munir, e sono stati firmati accordi per le terre rare.

Il governo pachistano ha proposto Trump per il Nobel per la Pace e aderito entusiasticamente al suo Consiglio di Pace per risolvere la guerra a Gaza e poi con ambizioni di risolvere tutti i conflitti. A gennaio il Pakistan ha anche firmato un accordo con un’azienda legata a quella di criptovalute della famiglia Trump, per valutare di adottare una sua stablecoin (un particolare tipo di criptovaluta il cui valore è legato a quello di altre attività finanziarie, come il dollaro o l’oro).

I rapporti personali e d’affari hanno funzionato, tanto che in un incontro Trump ha definito Munir «il mio maresciallo di campo preferito» (maresciallo di campo è il grado più alto dell’esercito in Pakistan, analogo al nostro generale di corpo d’armata).

Shehbaz Sharif durante una visita di stato in Malaysia, ottobre del 2025 (AP Photo/Evan Vucci)

Il Pakistan ha quindi sfruttato questa posizione per proporsi come mediatore sin dalle prime settimane della guerra.

Poi ha fatto valere anche i rapporti con la Cina, che si basano principalmente sui grossi investimenti cinesi in Pakistan e sul Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC), una serie di infrastrutture pensate per creare una via commerciale che dal territorio cinese arriva al mar Arabico, nel porto pachistano di Gwadar. I legami si sono sviluppati anche in ottica anti-indiana e hanno portato alla vendita di forniture militari cinesi al Pakistan. I jet cinesi si sono dimostrati particolarmente efficaci nell’ultimo conflitto in Kashmir, quando hanno abbattuto almeno un jet indiano (il Pakistan sostiene fossero cinque).

Gli interessi della Cina per una rapida soluzione della guerra in Medio Oriente, che portasse allo sblocco del mercato del gas e del petrolio, è stata ribadita dalla Cina al ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar durante la visita a Pechino del 31 marzo. Secondo alcune ricostruzioni, prima della scadenza dell’ultimatum di Trump, su richiesta dei mediatori pachistani, la Cina è anche intervenuta per fare pressioni sull’Iran perché accettasse il cessate il fuoco.

Il Pakistan ha consistenti interessi per risolvere in fretta la guerra, nonostante non sia stato coinvolto direttamente. Il petrolio e il gas naturale che importa passano perlopiù dallo stretto di Hormuz e nel 2025 aveva firmato un accordo militare con l’Arabia Saudita, che stabilisce che un attacco a uno dei due paesi venga considerato un attacco a entrambi.