Le aziende energetiche che stanno guadagnando dalla guerra in Medio Oriente
Sono le compagnie petrolifere americane, che esportano più di prima: e potrebbe diventare un problema per Trump

Mentre tra la popolazione statunitense crescono le difficoltà economiche a causa dei grandi rincari dei prezzi della benzina, arrivata a costare oltre i 4 dollari al gallone (poco più di un dollaro al litro, che per gli Stati Uniti è tanto), da questa situazione c’è chi sta guadagnando parecchio: le aziende energetiche statunitensi, che possono esportare ad alti prezzi il petrolio molto richiesto in tutto il mondo.
Gli Stati Uniti sono il primo produttore ed esportatore di petrolio al mondo, e in questo mese e mezzo di guerra hanno contribuito in misura ragguardevole a compensare la scarsità di materia prima che si è creata per la guerra in Medio Oriente. Il prezzo del petrolio è salito fino ad arrivare a 120 dollari al barile, quando prima della guerra ne costava all’incirca 70. Ora è attorno ai 100 dollari al barile, comunque più del 40 per cento di prima.
Secondo la società di ricerca Kpler, che traccia le spedizioni marittime e fa le stime in base ai carichi, le esportazioni statunitensi di petrolio e prodotti derivati ad aprile si stanno già avvicinando a circa 4,9 milioni di barili al giorno, rispetto ai 4 milioni di barili al giorno di marzo. È quasi il 24 per cento in più, e secondo gli analisti le esportazioni verso la fine del mese e a inizio maggio potrebbero anche salire a 5,2 milioni di barili al giorno.

USGC sta per US Gulf Coast, e sono le esportazioni di petrolio e prodotti derivati che partono dai terminali del Golfo del Messico, lungo la costa di Texas e Louisiana, in milioni di barili al giorno (fonte: Bloomberg)
Un analista di Kpler ha detto al Financial Times che c’è «un’armata di petroliere» che procede verso gli Stati Uniti per caricare petrolio e portarlo altrove: come si vede dal grafico sotto, sono 68 le navi che si stanno dirigendo verso i porti statunitensi, più del doppio rispetto alla media di 27 registrata per tutto lo scorso anno.

Petroliere dirette verso gli Stati Uniti, in blu scuro quelle vuote da caricare e in celeste quelle cariche (fonte: Financial Times su dati Kpler)
Le aziende energetiche statunitensi si stanno muovendo per tentare di aumentare la produzione e venire incontro alla sempre maggiore richiesta del mercato, ma non è facile. Gli Stati Uniti producono già 13,6 milioni di barili al giorno e sono vicini alla loro capacità massima di estrazione, raffinazione e soprattutto spedizione. Il trasporto di petrolio ha bisogno di terminal appositi nei porti e gli analisti sostengono che date le infrastrutture attuali comunque non potrebbero esportarne più di 6 milioni di barili al giorno.
Anche se non dovessero riuscire ad aumentare le quantità, gli Stati Uniti sono comunque essenziali per supplire almeno in parte alla carenza di petrolio provocata dalla guerra. La domanda dai paesi asiatici, che sono quelli più dipendenti dal petrolio venduto dai paesi del Golfo, è quasi raddoppiata. Quella dai paesi europei è aumentata del 27 per cento (i paesi europei dipendono già molto dagli Stati Uniti per il gas naturale).
Le esportazioni di petrolio dagli Stati Uniti non sono però ritenute completamente affidabili, a causa del rischio che Trump usi questa posizione di vantaggio come strumento di ricatto per estorcere favori e concessioni ai partner commerciali, come ha fatto già molte volte in questo primo anno e poco più di presidenza (per esempio con le minacce di dazi).
Nel mercato energetico il rischio che le forniture statunitensi possano essere messe in discussione è preso seriamente in considerazione, non solo per la nota imprevedibilità del presidente ma anche per il fatto che prima o poi Trump possa trovarsi a limitare le esportazioni per concrete ragioni interne.
In questo momento le società energetiche statunitensi stanno vendendo il petrolio che esportano al miglior offerente, perché i paesi più a rischio di restare senza materie prime e carburanti sono disposte a pagare prezzi anche molto superiori alla media di mercato pur di farne scorta. Da un lato questa competizione internazionale sulle materie prime aumenta i profitti delle società energetiche statunitensi pronte a vendere all’estero, ma dall’altra finisce per spingere al rialzo il prezzo del petrolio per tutti, anche per il mercato interno degli Stati Uniti. Questo perché il prezzo del petrolio è determinato a livello internazionale.
Di conseguenza, anche negli Stati Uniti la benzina è arrivata a costare più di 4 dollari al gallone e il gasolio – il carburante usato per i trasporti, l’industria e l’agricoltura – è già intorno ai 6 dollari al gallone, cosa che potrebbe far aumentare il prezzo del cibo e di qualsiasi prodotto debba essere trasportato sugli scaffali dei supermercati.
Potrebbe cioè far salire di nuovo il costo della vita e l’inflazione, fenomeno odioso per la popolazione e quello più capace di far crescere il malcontento verso il governo: era successo già ai tempi dell’amministrazione di Joe Biden, ed è molto probabile che succeda anche adesso dato che in questo caso è stato proprio Donald Trump a causare la guerra che ha portato alla crisi energetica.

Una stazione di servizio in Oregon (AP Photo/Jenny Kane)
Per questa ragione alcuni politici stanno già chiedendo un divieto di esportazione del petrolio, con l’obiettivo di attenuare le pressioni sui prezzi del mercato interno: la speranza è che se gli Stati Uniti riducono le esportazioni di petrolio ad alto prezzo, il prezzo generale si abbassi. Il governo per ora lo ha escluso, sostenendo che creerebbe problemi per le società energetiche, che sarebbero costrette a ridurre la produzione. È uno scenario che potrebbe portare a una riduzione degli incassi.
La crisi energetica causata dalla guerra resterà probabilmente a lungo, anche per il fatto che i commerci dallo stretto di Hormuz fanno fatica a ripartire nonostante il cessate il fuoco. È possibile quindi che Trump decida di limitare le esportazioni. Un sondaggio del Pew Research Center ha rilevato che quasi il 70 per cento della popolazione statunitense è preoccupata per l’enorme aumento dei prezzi che si rischia con la guerra in Iran voluta da Trump.
Il prezzo del carburante è una questione di enorme importanza politica negli Stati Uniti, su cui lo stesso Donald Trump aveva impostato parte della sua campagna elettorale nel 2024. A novembre, tra qualche mese, ci sono le elezioni di metà mandato, le midterm, quelle che avvengono a due anni di distanza dall’inizio del mandato del presidente: servono a rinnovare parte dei seggi del Congresso e se il Partito Repubblicano dovesse perdere il controllo di Camera o Senato – o entrambi – la presidenza Trump ne risulterebbe gravemente indebolita.
– Leggi anche: Non c’è un piano su cui negoziare la pace in Medio Oriente



