La Chiesa deve dei soldi allo Stato, ma lo Stato non fa niente per riaverli
Anzi, ha rinviato di nuovo la scadenza entro la quale dovrebbe recuperare una vecchia imposta non pagata, l'ICI: va così dal 2018

Nel novembre del 2018 la Corte di giustizia dell’Unione Europea impose al governo italiano di recuperare una vecchia imposta comunale sugli immobili (ICI) che la Chiesa cattolica non aveva pagato tra il 2006 e il 2011: all’epoca si stimò che l’Italia avrebbe dovuto incassare tra 4 e 5 miliardi di euro. Da allora i governi che si sono succeduti non hanno voluto rispettare quella sentenza.
Il governo di Giorgia Meloni sta facendo lo stesso: il 24 marzo ha rinviato le scadenze di altri 6 mesi, dopo aver fatto lo stesso 6 mesi fa, e prima ancora aveva approvato una legge per ridurre le somme dovute. Alla fine del contenzioso, se si arriverà mai davvero a una fine, la Chiesa pagherà molto in ritardo rispetto alle premesse iniziali e soprattutto molti meno soldi del previsto.
L’ICI, che dal 2012 è stata sostituita dall’IMU (l’imposta municipale unica), fu introdotta nel 1992 e consisteva nel pagamento di un’imposta sul valore degli immobili posseduti. L’ICI, così come l’IMU, veniva incassata dai comuni. Già all’epoca furono previste esenzioni per gli immobili di proprietà della Chiesa usati a fini non commerciali, come i luoghi di culto e altri spazi sociali come gli oratori. Nel 2005 il governo di Silvio Berlusconi allargò l’esenzione a tutti gli immobili, anche quelli a fini commerciali come alberghi e b&b gestiti da enti religiosi, scuole paritarie, ospedali e residenze sanitarie.
A partire dal 2006 la Commissione Europea iniziò a ricevere una serie di denunce promosse inizialmente dal Partito Radicale, che contestavano la legittimità di queste esenzioni. La norma fu cambiata nel 2012 con l’introduzione dell’IMU, che rimosse l’esenzione per gli immobili destinati a usi commerciali. Nel frattempo la Commissione aveva dichiarato l’esenzione incompatibile con le norme europee sugli aiuti di Stato: le strutture commerciali della Chiesa godevano di fatto di un regime fiscale di favore potendo pagare meno tasse rispetto ai loro concorrenti.
Nonostante l’incompatibilità, la Commissione ammise che il recupero delle somme non versate sarebbe stato tecnicamente molto complicato perché le banche dati del catasto italiano non avevano dati aggiornati. La questione sembrava chiusa così, ma nel 2018 arrivò la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea. La Corte disse che la Commissione avrebbe dovuto verificare tutti i modi possibili per recuperare anche solo una parte dei soldi, cosa che non aveva fatto.
Nel marzo del 2023 la Commissione Europea chiese di nuovo all’Italia di ottenere dalla Chiesa i soldi dovuti tra il 2006 e il 2011 e suggerì al governo Meloni di utilizzare i dati delle dichiarazioni dell’IMU per risalire ai beni su cui pagare l’imposta. Non se ne fece nulla fino al 2024, quando il governo stabilì le prime regole per recuperare i soldi con il decreto chiamato “Salva infrazioni”.
Insieme alle regole, il decreto ha introdotto uno sconto molto vantaggioso per la Chiesa: il recupero dei soldi è stato infatti limitato agli enti religiosi che hanno un debito superiore a 50mila euro. In questo modo è stata esclusa la maggior parte delle parrocchie. Il decreto ha dato anche la possibilità di pagare a rate i debiti superiori a 100mila euro.
A causa di tutti questi interventi, riduzioni e limitazioni, nessuno – nemmeno lo Stato – è riuscito finora a stimare con precisione quanti soldi dovrà incassare l’Italia. Di certo non si parla più dei 5 miliardi ipotizzati inizialmente, ma di molti meno: secondo il Corriere della Sera, il valore dell’operazione è sceso tra i 200 e il 500 milioni di euro. Un funzionario dell’ANCI, l’associazione dei comuni italiani, ha detto al Post che potrebbero essere anche meno, in totale circa 150 milioni di euro.
Non si sa molto anche perché nell’ultimo anno il governo si è accorto di non essere tecnicamente pronto a incassare i soldi. I commercialisti che assistono gli enti religiosi devono presentare i documenti tramite il sito dell’Agenzia delle Entrate, ma i moduli sono stati messi a disposizione soltanto a partire dal 12 marzo, appena 19 giorni prima della scadenza per l’invio della comunicazione fissata al 31 marzo.
Per evitare ai commercialisti di presentare in pochi giorni una dichiarazione complessa (vanno ricostruiti tutti i dati fiscali risalenti a quasi 20 anni fa), il 24 marzo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha approvato un decreto per rinviare tutto al 30 settembre. Per lo stesso motivo, cioè per la mancanza dei moduli, era già stata rimandata la prima scadenza prevista il 30 settembre scorso. Dal 30 settembre gli enti religiosi avranno poi un mese di tempo per versare i soldi dovuti ai comuni, sempre che nel frattempo il governo non approvi un nuovo rinvio.



