L’Ungheria di Viktor Orbán

In 16 anni è diventata un'eccezione in Europa: un paese semi-autoritario, dove il primo ministro e i suoi oligarchi hanno infiltrato lo stato e l'economia

Il primo ministro ungherese, Viktor Orbán, a Bruxelles per il Consiglio Europeo dello scorso 19 marzo
Il primo ministro ungherese, Viktor Orbán, a Bruxelles per il Consiglio Europeo dello scorso 19 marzo (AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)
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Il primo ministro ungherese Viktor Orbán, che è in carica dal 2010, è il capo di governo più longevo dell’Unione Europea. Per la prima volta arriva da sfavorito alle elezioni parlamentari di domenica, perché i sondaggi danno avanti il leader dell’opposizione Péter Magyar. Orbán è capo del partito Fidesz, che promuove idee sovraniste, populiste ed euroscettiche, e ha una visione della società influenzata dalla religione cristiana e dai valori cosiddetti “tradizionali” (per esempio, ha sempre ostacolato i diritti della comunità LGBTQ+).

In 16 anni al potere, ha cambiato profondamente l’Ungheria, imprimendole una torsione illiberale con conseguenze così grandi da condizionare in maniera profonda il lavoro di chi verrà dopo di lui.

Da tempo il Parlamento Europeo non considera più l’Ungheria una democrazia, ma un’«autocrazia elettorale», formula assai ripresa. I politologi ne hanno una più efficace quando scrivono che l’Ungheria è un caso da manuale di «cattura dello stato» da parte di Orbán e di Fidesz. Significa un’infiltrazione sistematica in tutti gli aspetti dello stato e, nelle sue ambizioni, della vita dei cittadini: nelle istituzioni, nella magistratura, nell’economia, nella cultura. Questa «cattura» è stata accompagnata da un’erosione dello stato di diritto, altrettanto sistematica.

Lo storico Stefano Bottoni, che ha scritto una biografia di Orbán tradotta all’estero ed è tra i principali esperti di Ungheria, ha parlato di un sistema quasi feudale, in cui Orbán amministra lo stato come un principe di età medievale. Il governo esercita un controllo capillare delle risorse economiche, attraverso una classe dirigente selezionata con l’unico criterio della fedeltà personale al capo, a cui deve la sua posizione e il suo patrimonio, e che per questo è controllabile.

Orbán in parlamento, lo scorso 23 febbraio

Orbán in parlamento, lo scorso 23 febbraio (EPA/Zoltan Mathe)

Bottoni nota che questa struttura «ha finito per riprodurre molte delle forme (del passato autoritario comunista) che da giovane Orbán aveva ripudiato o diceva di voler ripudiare». Orbán, infatti, aveva iniziato la carriera come attivista liberale e progressista, rinnegando queste convinzioni dopo il ritorno al potere nel 2010 (era stato primo ministro tra il 1998 e il 2002). L’approccio feudale gli ha portato i consensi dell’«Ungheria rurale e profonda», su cui ha basato la sua sopravvivenza al potere, ma oggi anche questi sono in discussione.

«La grande sfida di queste elezioni è se Orbán perderà anche questo retroterra che aveva conquistato una ventina d’anni fa. Se perde anche questo pezzo del paese, il suo destino politico è segnato in modo irreversibile», dice Bottoni.

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In risposta alle riforme illiberali di Orbán, nel 2022 la Commissione Europea ha iniziato a bloccare i fondi all’Ungheria, quando però larga parte della «cattura dello stato» era già avvenuta. Orbán, infatti, si è mosso in questa direzione fin dall’inizio del primo mandato, nel 2010. Forte di una maggioranza di oltre i due-terzi del parlamento, con cui ha potuto cambiare la Costituzione a piacimento, ha iniziato a svuotare le istituzioni, riempiendole di suoi fedelissimi.

Uno dei principali strumenti è stato proprio la nuova Costituzione, fatta approvare nel 2011, che tra le altre cose ha tolto la parola «repubblica» dal nome dello stato e ci ha inserito un preambolo sulle radici cristiane del paese. Il progressivo asservimento del sistema giudiziario è iniziato da un abbassamento, da 70 a 62 anni, dell’età a cui i giudici dovevano andare in pensione: Orbán si è liberato del pezzo più esperto della magistratura, e l’ha sostituito con nuovi giudici indicati dal governo.

Manifesti elettorali del partito di Orbán con la faccia del presidente ucraino Zelensky, a Budapest il 14 marzo

Manifesti elettorali del partito di Orbán con la faccia del presidente ucraino Zelensky, a Budapest il 14 marzo (AP Photo/Denes Erdos)

Il sistema di potere di Orbán ha cercato di crearsi le condizioni per durare nel tempo. Ha modificato il sistema elettorale, ridisegnando i collegi per favorire Fidesz; è tuttora in vigore lo stato d’emergenza per la guerra in Ucraina (e prima c’era quello per la pandemia) che amplia le prerogative del governo e gli consente di governare per decreto. Il governo inoltre ha allungato la durata di vari incarichi pubblici, con mandati di 9 o 12 anni, una volta che li aveva occupati con persone di sua fiducia.

Tra questi c’è il Consiglio di bilancio, un organo che ha potere di veto sulla legge di bilancio. «Non nascondo che, sotto questo aspetto, lego le mani non solo al prossimo governo, ma ai prossimi dieci», è una celebre massima attribuita a Orbán ai tempi della nuova Costituzione. Se un governo non riesce ad approvare il bilancio, può venire sfiduciato dal presidente: quello attuale, Tamás Sulyok, è molto vicino a Orbán e resterà in carica fino al 2029.

Orbán ha spesso schernito la separazione dei poteri, dicendo per esempio che i sistemi di pesi e contrappesi, ossia la separazione e il controllo reciproco tra i poteri dello stato (esecutivo, legislativo, giudiziario) e gli organi che li incarnano, erano una cosa «inventata dagli Stati Uniti» e non avevano senso in Europa. Ai tempi era critico degli Stati Uniti, ma con Trump è diventato il loro principale alleato europeo, nonché un modello dell’ultradestra mondiale per le sue costosissime politiche nativiste, che in realtà non hanno ottenuto granché.

Orbán e il primo ministro slovacco, Robert Fico, il 12 febbraio a una riunione in Belgio

Orbán e il primo ministro slovacco, Robert Fico, il 12 febbraio a una riunione in Belgio (AP Photo/Omar Havana)

I governi di Orbán, inoltre, hanno gestito in modo clientelare le imprese statali. Hanno spartito le commesse pubbliche tra i suoi più stretti alleati politici, molti dei quali provengono dalla città d’origine del primo ministro, Felcsút. Un’inchiesta di marzo del Financial Times ha documentato l’accumulo di appalti e di ricchezze da parte di un gruppo molto ristretto di alleati di Orbán, che dal 2010 a oggi ha ricavato un patrimonio di 28 miliardi di euro: una cifra esorbitante, per un paese piccolo come l’Ungheria.

Per questo, vari analisti hanno definito l’Ungheria un sistema cleptocratico, con una corruzione endemica e la presenza di oligarchi, come nella Russia di Vladimir Putin, ma con differenze importanti. «Gli oligarchi di Orbán sono dei prestanome», spiega Bottoni. «Gestiscono un immenso patrimonio che è loro solo giuridicamente, ma politicamente appartiene al primo ministro e alla sua famiglia».

Péter Magyar con una bandier ungherese a un comizio a Győr, il 9 aprile

Péter Magyar con una bandiera ungherese a un comizio a Győr, il 9 aprile (Akos Stiller/Bloomberg)

Secondo lo storico questa situazione, in cui la seconda e terza banca del paese o il ramo ungherese di Vodafone sono controllate da Orbán, pone la questione di come funzionerebbe un’ipotetica transizione dopo le elezioni, e se gli oligarchi sarebbero disposti ad assecondarla. «Questi oligarchi da un lato sono prestanome di una ricchezza che è solo formalmente loro, ma in realtà controllano diverse centinaia di migliaia di posti di lavoro, un pezzo non piccolo di tutta l’economia ungherese».

La creazione di grossi conglomerati economici, che rispondono direttamente alle direttive del governo, ha agevolato un altro obiettivo di Orbán: controllare i media. La tattica abituale è stata più sottile della censura: con il suo potere di pressione, il governo ha disposto una sorta di embargo alla pubblicità sui media critici, portandoli al punto di fallire. Poi li ha fatti comprare da imprenditori compiacenti, che dopo un po’ cambiano il direttore o la direttrice, e ne ribaltano la linea politica.

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Così, il governo ha potuto ottenere gli effetti di una censura pur senza esercitarne formalmente una. Nella campagna per le scorse elezioni, nel 2022, il candidato dell’opposizione Péter Márki-Zay ottenne la miseria di cinque minuti di spazio televisivo.

Magyar, il leader attuale, ha imparato dagli errori del predecessore: non parla quasi mai della guerra in Ucraina, fissazione e spauracchio della propaganda di Orbán, di modo da non essere attaccabile su quel tema. Inoltre, sta facendo moltissimi comizi, anche sei al giorno, girando in lungo e in largo l’Ungheria, proprio per provare ad aggirare questa specie di embargo mediatico e raggiungere lo stesso le persone, anche nelle zone rurali tradizionalmente vicine a Fidesz.

Orbán e il vice presidente degli Stati Uniti, JD Vance, a Budapest il 7 aprile

Orbán e il vice presidente degli Stati Uniti, JD Vance, a Budapest il 7 aprile (REUTERS/Jonathan Ernst/Pool)

Magyar, per la verità, non punta neppure sulla necessità di fermare la deriva autoritaria, né sulle questioni ideologiche. Questo nonostante la legislazione poliziesca e l’ostilità di stato verso le minoranze, a partire da quella rom, e verso la comunità LGBTQI+, evidente nella demonizzazione che ne ha fatto Orbán negli anni e nel suo tentativo, fallito, di impedire il Pride dello scorso giugno a Budapest, quando Magyar non si fece vedere.

Magyar si concentra piuttosto sulla denuncia della corruzione e su temi economici, anzitutto l’inflazione, ora che la crescita economica stenta e il cospicuo sistema di sussidi pubblici non basta più ad attutire il costo della vita. Peraltro, la situazione economica ha risentito dei dazi del presidente statunitense Donald Trump, di cui Orbán fa l’amicone, e che in questi giorni ha mandato il vice JD Vance a fare campagna per lui.

Orbán tra il presidente russo Putin e quello cinese Xi Jinping a un incontro a Pechino nel maggio del 2017

Orbán tra il presidente russo Putin e quello cinese Xi Jinping a un incontro a Pechino nel maggio del 2017 (Mikhail Svetlov/Getty Images)

Un ultimo pezzo dell’eredità di Orbán riguarda la politica estera, e anche su questa l’Ungheria è diventata un’eccezione in Europa.

Negli ultimi 16 anni è stata una sorta di spina nel fianco per la Commissione Europea, utilizzando il suo diritto di veto al Consiglio Europeo (l’organo dove siedono i capi di governo dei 27 paesi membri) come strumento di ricatto per ottenere concessioni, per esempio esenzioni dalle sanzioni alla Russia. In questo, oggi Orbán è un po’ meno solo: l’hanno affiancato Slovacchia e Cechia.

Con Orbán, il governo ungherese è diventato anche il più filorusso tra quelli dell’Unione. Oltre che per ragioni di sintonia politica, gli è convenuto per le importazioni di gas russo a prezzo di favore, con cui il governo ha potuto calmierare i prezzi dell’energia e provare a mantenere consenso. Orbán si è anche avvicinato alla Cina, soprattutto come fonte di capitali in alternativa ai fondi europei bloccati: l’Ungheria ha incamerato tre quarti degli investimenti cinesi in Europa tra il 2022 e il 2024.

Una vittoria di Magyar potrebbe invertire queste posizioni di politica estera piuttosto velocemente, e riavvicinare l’Ungheria agli altri paesi dell’Unione. Smantellare il sistema stratificato di Orbán è tutta un’altra cosa. Il professore Bottoni conclude che molto dipenderà dall’eventualità che l’opposizione raggiunga o meno la maggioranza dei due-terzi in parlamento. «Se non l’avranno, ogni istituzione può diventare un potenziale campo di battaglia».

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